lunedì 6 aprile 2020

Coronavirus: il futuro che immagino

Arriverà un momento in cui il rischio e il disagio generati dallo stare in casa e fermare tutto (l'economia, il lavoro, le relazioni umane) saranno maggiori del rischio e del disagio generato dall'epidemia in sé. Quando arriverà quel momento ci si attrezzerà e ci si disporrà psicologicamente per accettare il rischio e il disagio minori. Si tornerà a vivere più o meno come prima, pur mettendo in atto alcune cautele e sapendo che qualcuno potrà ancora ammalarsi; e chi si ammalerà sarà curato con tutti i mezzi a disposizione, che comunque con il tempo aumenteranno e miglioreranno (già in un mese sono aumentati).
Si confida comunque che l'immunità di gregge per questo virus esista (magari parziale) e in quest'ottica, cinicamente, il fatto che l'epidemia sia in quasi tutti i paesi sfuggita di mano e arginata troppo tardi sarà un vantaggio. Si confida anche che l'arrivo del caldo abbassi sensibilmente la diffusione del virus (come fu per la SARS e come pare stia già accadendo nei paesi con clima più caldo); e sappiamo che in Italia il caldo arriva presto e ci rimane per un bel po'.
Si spera poi che questo virus, come tutti i virus, si depotenzi da solo in virtù di un adattamento darwiniano all'ambiente e pian piano diventi una di quelle malattie brutte e fastidiose che però non fanno morire la gente; o quanto meno che non la fanno morire più di quanto facciano molte altre malattie che sono tra noi (vedi appunto l'influenza stagionale).
Detto questo, trovo davvero assurde le profezie apocalittiche secondo cui non si tornerà mai più alla vita di prima e secondo cui il pianeta sarà soggetto a continue quarantene fino alla scoperta del vaccino.
Il vaccino poi arriverà; ma paradossalmente potrebbe anche arrivare quando non sarà più così determinante e magari diventerà una precauzione consigliata solo ad alcune fasce della popolazione.
Questo è il futuro che immagino. Vedremo. Ma intanto non lasciamoci prendere dallo sconforto e non lasciamo fermare le nostre vite.

martedì 24 marzo 2020

JK Rowling per l'emergenza COVID-19 autorizza gli insegnanti a fare video leggendo i libri di Harry Potter

Nei giorni scorsi l'autrice JK Rowling ha diffuso sul suo sito ufficiale una dichiarazione con cui autorizza gli insegnanti di tutte le zone del mondo in cui non è possibile recarsi a scuola a causa dell'emergenza sanitaria da coronavirus a fare video con letture dei sette libri di Harry Potter. Tali video dovranno appunto essere fatti dagli insegnanti, rivolti ai loro alunni e diffusi unicamente su piattaforme didattiche interne o su siti web ad accesso vincolato; non potranno quindi essere diffusi liberamente su Internet o sulle piattaforme social.
Questa sorta di "liberatoria temporanea" riguarda SOLO LA VERSIONE ORIGINALE dei testi (le traduzioni hanno diritti separati) ed è valida fino alla fine dell'anno scolastico, oppure fino alla fine di luglio nell'emisfero meridionale.
L'iniziativa, legata all'hashtag #HarryPotterAtHome, pare essere solo la prima di altre iniziative simili per permettere l'intrattenimento dei bambini a casa grazie alle storie di Harry Potter.



Riportiamo la dichiarazione comparsa sul sito jkrowling.com in traduzione italiana.
Gli insegnanti possono ora pubblicare video di sé stessi che leggono ad alta voce i libri di Harry Potter a quei bambini a cui è stato impedito di frequentare la scuola a causa del virus Covid-19. Ne consegue che JK Rowling e i suoi agenti The Blair Partnership lasceranno maggiore elasticità sulle autorizzazioni di copyright normalmente richieste in questi casi.Agli insegnanti di qualsiasi parte del mondo è consentito pubblicare video di se stessi che leggono dai libri di Harry Potter 1-7 sulle reti sicure delle scuole o sulle piattaforme didattiche chiuse da oggi fino alla fine dell'anno scolastico (o alla fine di luglio nell'emisfero meridionale). Una serie completa di "Linee guida per gli insegnanti" è scaricabile qui.La licenza aperta per gli insegnanti è la prima di numerose iniziative in programma per aiutare a portare Harry Potter ai bambini a casa, che saranno annunciate a breve.
Anche se l'utilizzo del termine "open license" mi sembra un po' eccessivo (a ben vedere la licenza è comunque abbastanza limitata, sia nel tempo sia nella portata), si tratta indubbiamente di una scelta meritoria, che altri autori e altre case editrici dovrebbero compiere in queste settimane. Chissà se chi detiene i diritti sulle traduzioni italiane decideranno di seguire questo esempio.
Consiglio comunque di leggere attentamente le linee guida indicate prima di procedere alle letture. Leggendole è possibile avere un'idea più chiara dei vincoli normalmente imposti dal diritto d'autore per le letture di opere letterarie.

Per approfondimenti in tema di letture in pubblico di opere letterarie, suggerisco la lettura di questo mio articolo del 2016 relativo al Tolkien Reading Day e ai relativi impedimenti opposti all'epoca dalla SIAE. 

mercoledì 11 marzo 2020

Diritto d'autore e licenze CC: videocorso gratuito in tempi di quarantena

Nel solco delle varie iniziative con hashtag #iorestoacasa, propongo questo videocorso sulla mia pagina Facebook. Saranno due incontri di circa un'ora e mezza: uno domani e uno dopodomani. Seguite la pagina qui [facebook.com/simone.aliprandi.page/] per rimanere aggiornati e avere la notizia dello streaming.
Di seguito riporto la locandina, il piano degli argomenti trattati e un breve video di presentazione.




1° incontro – giovedì 12 marzo 2020, h. 16
- Parte 1: Che cosa tutela il diritto d'autore
- Parte 2: Come si acquisisce il diritto d'autore
- Parte 3: Diritti d'autore, diritti morali, diritti connessi
- Discussione, commenti, domande

2° incontro – venerdì 13 marzo 2020, h. 16
- Parte 4: Il copyright come sistema closed by default e le libere utilizzazioni
- Parte 5: Introduzione alle licenze CC
- Parte 6: Come si utilizzano le licenze CC
- Discussione, commenti, domande

Basterà collegarsi all'ora indicata alla pagina Facebook "Simone Aliprandi - Pagina". Se l'iniziativa ti piace, condividi il post o invita i tuoi contatti a questo evento.



giovedì 5 marzo 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 5 – Lezioni da altri settori

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 5 – Lezioni da altri settori

Possiamo cominciare a fare capire perché la celebrazione della vittoria dell’openness è stata ammutolita con due brevi analogie. La prima è quella con quasi tutte le rivoluzioni e con le loro immediate conseguenze. La rivoluzione francese del 1789 ha visto il sollevarsi di un innegabile movimento forte, mirato a rovesciare le ingiustizie imposte dalla monarchia, ma nel decennio successivo ci sono state numerose tensioni tra fazioni opposte, una dittatura e il Regno del Terrore che è culminato con la salita al potere di Napoleone. Quindi anche se i risultati a lungo termine della rivoluzione sono stati positivi, nel corso del decennio successivo e più ancora dopo l'inizio del 1789, i cittadini francesi la dovevano pensare molto diversamente. Durante il governo di Robespierre e dei Giacobini non è chiaro infatti se si stesse meglio rispetto al vecchio regime. E si sentono simili osservazioni anche dopo rivoluzioni più recenti – per esempio i russi che dicono che si stava meglio sotto Stalin o gli abitanti della Germania dell'Est che ricordano con nostalgia il regime comunista (Bonstein 2009). Un esempio più recente è quello delle primavere arabe, che dopo due anni hanno lasciato profonde divisioni in molti paesi, con il peggioramento delle condizioni economiche e con continui e violenti scontri. Molti di quelli che vivono uno stato post-rivoluzionario sarebbero d'accordo nel dire che questa non è una vittoria. Molti gruppi poi hanno tutto l'interesse a sfruttare l'incertezza che la rivoluzione crea, le vecchie strutture di potere non spariscono senza fare rumore, le pressioni di quotidiane preoccupazioni portano a lotte intestine tra chi in precedenza era alleato e così via. È complicato, confuso e decisamente umano.
Un modo di vedere queste rivoluzioni nazionali è considerare che le lotte post-rivoluzionarie sono l'inevitabile sacrificio che porta una democrazia in crescita, ma che la direzione generale è comunque verso la libertà. Viste infatti in una prospettiva storica sono completamente prevedibili per la natura stessa del cambiamento. Ciò rimanda ad una seconda più generale lezione e cioè che è in questi periodi di trasformazione, dopo un'iniziale vittoria, che si determina il successo a lungo termine.
Una seconda analogia è con il movimento green, che una volta era periferico e oggetto di attenzioni solo da parte degli hippies, ma che ora è centrale nel dibattito all'interno della società. I prodotti green sono pubblicizzati, il riciclo è diventato pratica comune, le fonti alternative di energia sono venute ad essere parte di un piano energetico nazionale e ciascun partito politico deve tenere conto di attività ecosostenibili. L'impatto sull'ambiente di ogni grande decisione è ora in agenda, anche se non sempre la priorità. Visto da una prospettiva anni '50 è un progresso radicale, la vittoria del messaggio eco, eppure per molti nel movimento non sembra affatto una conquista. Lo sforzo globale per mettere in atto accordi significativi sulle emissioni di carbone e le complesse politiche per trasformare questi accordi in interessi davvero mondiali e a lungo termine – da locali e a breve termine – ha reso infatti il messaggio “green” vittima del suo stesso successo. È penetrato così bene nella narrazione mainstream che ora è un valore commerciabile. Il fatto che lo sia è certamente necessario per avere un impatto concreto a livello individuale, per esempio sull'acquisto di macchine, lampadine, cibo, vestiti, viaggi. Ma ovviamente è stato anche sfruttato da aziende che lo usano come un mezzo per commercializzare i loro prodotti. Molti attivisti negli anni '70 non avrebbero mai previsto che il nucleare avrebbe trovato un rinnovato interesse nella promozione delle sue qualità verdi (ad esempio contro la diossina del carbone) e a prescindere da cosa si pensi sul nucleare, possiamo probabilmente assumere che migliorare la sua reputazione non era certo una delle cose più auspicabili per loro.
Nel 2010 negli Stati Uniti gli assets dove le performance ambientali erano una componente principale sono stati valutati a 30,7 mila miliardi di dollari statunitensi, rispetto ai 639 miliardi di dollari statunitensi del 1995 (Delmas&Burbano 2011). Being green fa decisamente parte del grande business. La conseguenza sono aziende che chiamano i loro prodotti verdi su basi piuttosto pretestuose; il “fat-free” o “dietetico” nei prodotti alimentari, “eco-friendly” o “naturale” o “verde” in altri prodotti significa che spesso nascondono altri peccati o sono di dubbia promozione. È un processo chiamato greenwashing: per esempio l'airbus A380 a quanto si dice produce il 17% in meno di emissioni rispetto ad un Boeing 747, che va benissimo, ma promuoverlo come eco-friendly mi sembra un po' forzata come definizione. Allo stesso modo la serie di annunci green di BP per promuovere il suo messaggio “oltre il petrolio” fornisce un buon esempio di come il messaggio eco possa essere adottato da compagnie che per la loro stessa natura sono in contrasto con esso.

L'agenzia di marketing ambientale Terra Choice, ha individuato i “sette peccati del greenwashing” (Terra Choice 2010), con analogie che possiamo vedere nella vita di tutti i giorni:

  1. Peccato del trade-off nascosto – quando un numero estremamente limitato di attributi è usato per rivendicare l'ecosostenibilità, senza attenzione ad altri importanti problemi ambientali.
  2. Peccato dell'assenza di prove – quando la pretesa di ecosostenibilità non è supportata da informazioni facilmente accessibili.
  3. Peccato di genericità – definizione vaghe e generiche che portano il consumatore a confonderne il significato.
  4. Peccato di irrilevanza – una definizione che è vera ma non importante o di poco aiuto.
  5. Peccato del diavolo minore – definizioni che possono essere vere all'interno della categoria di prodotto ma che rischiano di distrarre il consumatore dall'impatto ambientale della categoria nel suo complesso.
  6. Peccato del raccontare frottole – dare definizioni completamente false.
  7. Peccato dell'adorazione di false etichette – quando un prodotto, con parole o immagini, dà l'impressione di un'approvazione da parte di terzi che in realtà non esiste.
Nel mondo IT la somiglianza tra il greenwashing e le rivendicazioni di openness ha portato a coniare il termine openwashing. Klint Finley (2011) lo spiega così:
Il vecchio dibattito “open vs proprietario” è finito e l'open ha vinto. Poiché l'infrastruttura IT si sposta verso il cloud, l'openness non è solo una priorità per il codice sorgente ma per gli standard e per l'API.  Quasi tutti i commercianti nel mercato IT vogliono piazzare i loro prodotti come open. Quelli che non hanno un prodotto open source invece dicono di avere un prodotto che usa “standard open” o “open API”.
Se da un lato le aziende cercano di accreditarsi come open, vediamo applicazioni del termine anche nel settore dell'istruzione, con un simile cinismo (Wiley 2011a). Come per “green” anche per “open” ci sono una serie di connotazioni positive – e dopotutto chi si metterebbe a discutere sul fatto che è importante essere invece “chiusi”? La cooptazione commerciale del termine green ci porta poi alla terza lezione da applicare al movimento open: la definizione del termine sarà in qualche modo piegata a un vantaggio commerciale. Vedremo questo openwashing più avanti nel libro, in particolare riguardo ai MOOC.
Queste due analogie ci forniscono tre lezioni che incontreremo spesso man mano che esploreremo diverse aree dell'open education. La mia interpretazione di ciò che queste analogie offrono è la seguente:
  1. la vittoria è più complessa del previsto;
  2. la direzione futura è modellata dalle lotte più prosaiche che vengono dopo la vittoria iniziale;
  3. non appena un termine viene accettato come mainstream allora se ne fa un uso commerciale.
Se si osservano queste affermazioni da un punto di vista della open education, non è difficile concludere che la openness ha avuto la meglio. La vittoria potrebbe non essere assoluta, ma il trend va in quella direzione – sembra impossibile che torniamo a sistemi chiusi in accademia così come lo sarebbe ritornare ai venditori porta a porta dell'enciclopedia britannica. Che si tratti di pubblicazioni Open Access, di open data, di MOOC, di OER, di software open source o di open scholarship, il messaggio della openness è stato unanimamente accettato come un messaggio valido (che non vuol dire comunque che deve essere l'unico approccio). Tempo di gioire, si potrebbe pensare, ma ovviamente come la prima lezione ci dimostra, non è mai così semplice. Quando infatti si trattava di “aperto vs chiuso” c'era una distinzione chiara: la apertura andava bene, la chiusura no. Non appena però si è cantata vittoria non ci è voluto molto a capire che la faccenda era diventata più complessa. È nella natura della vittoria in fondo, e così è per l’openness – non dovremmo vederla come un'opportunità mancata o romanticizzare un breve periodo in cui c'è stata una Camelot ora depredata. La direzione generale è positiva, ma questo si porta dietro maggiore complessità. La seconda lezione mette in luce invece che rimpiazziamo la dicotomia open vs closed con una serie di dibattiti più variegati e con sfumature che possono sembrare meno specialistiche. Ad esempio:
  1. i differenti approcci alla didattica MOOC, chiamati xMOOC o cMOOC (ne parleremo nel capitolo 5);
  2. la varietà di licenze come la più aperta Creative Commons CC-BY versus la CC-NC che restringe gli usi commerciali;
  3. le diverse strade per l’Open Access, dalla Gold alla Green;
  4. le diverse opzioni tecnologiche, ad esempio le piattaforme MOOC vs un mix di servizi forniti da terzi.
Ma è proprio attraverso questi dibattiti minori che si viene a formare il quadro generale, ed è la costruzione di questo quadro generale che il resto del libro cercherà di riportare.

lunedì 2 marzo 2020

Le licenze per dati: capirle una volta per tutte. Video e slides del mio seminario a FOSS4G-it

Condivido qui le slides e i video del seminario "Le licenze per dati: capirle una volta per tutte" che ho tenuto lo scorso 19 febbraio al Politecnico di Torino in occasione dell'evento FOSS4G-it.
Per leggere l'abstract del mio seminario, vai al post dedicato all'evento.



I VIDEO

Parte 1: La proprietà intellettuale sui dati > vedi su YouTube

Parte 2: Le licenze open in generale > vedi su YouTube

Parte 3: Le licenze open per dati > vedi su YouTube

Parte 4: Gli open data pubblici e il principio open by default > vedi su YouTube


LE SLIDES

sabato 29 febbraio 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 4 – È davvero una battaglia?

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 4 – È davvero una battaglia?

Dopo aver cercato in qualche modo di convincervi della vittoria dell’openness e del motivo per cui le future direzioni che prenderà sono importanti, voglio ora chiarire perché ho usato il termine “battaglia” e perché lo vedo come un momento di conflitto. Immagino che alcuni lettori saranno a disagio con un termine militaristico, ma l'ho usato intenzionalmente per mettere in evidenza fattori significativi della openness.
In primo luogo c'è davvero un dibattito molto acceso sulla direzione che l’openness prende. Lo esamineremo meglio nel corso del libro ma per molti dei suoi sostenitori l'attributo fondamentale riguarda la libertà – degli individui ad avere accesso al contenuto, di riutilizzarlo come meglio credono, di sviluppare nuovi metodi di lavoro e di sfruttare le opportunità offerte dal mondo digitale e in rete. Un'interpretazione più commerciale vede invece l’openness come una tattica iniziale per guadagnare utenti su una piattaforma privata o per avere accesso a fondi governativi. Alcuni dunque vedono i nuovi provider come usurpatori dei provider esistenti nell'istruzione superiore, come quando Sebastian Thrun predice che in futuro ci saranno solo dieci provider globali nel campo dell'educazione (e spera che la sua compagnia, Udacity, sia uno di questi) (The Economist 2012).
Non è dunque un cortese dibattito sulle definizioni: ci saranno reali conseguenze per l'istruzione e per la società in generale a seconda di chi vincerà la battaglia per l’openness. E questo ci porta al secondo fattore per la scelta del termine: come nelle vere battaglie ciò che ha valore viene più duramente conteso. La spesa media cumulativa per studente nei paesi OECD (Organisation for Economic Cooperation and Development) per gli studi terziari è di 57.774 dollari statunitensi (OECD 213) e l'intero mercato dell'istruzione è stato stimato sui 5-6 miliardi di dollari statunitensi (Shapiro 2013).
Nelle pubblicazioni accademiche Reed Elsevier ha registrato ricavi per più di 6 milioni di sterline nel 2012, di cui più di 2 milioni per pubblicazioni di scienza tecnologia e medicina (Reed Elsevier 2012), mentre Springer ha registrato vendite di 875 milioni di sterline nel 2011 (Springer 2011).  Sono grandi mercati e la domanda sull'istruzione non sta per sparire, quindi rappresenta aree di business allettanti in tempi di recessione globale.
La mia terza ed ultima giustificazione per aver usato il termine “battaglia” è che come il grande bottino spetta al vincitore, allo stesso modo anche la frase sui vincitori che scrivono la storia è pertinente. È in corso un contenzioso sulla narrazione riguardo all’openness. Un esempio si può trovare nel capitolo 6, dove andremo ad analizzare il meme ricorrente “l'istruzione è malata” e dove esploreremo il discorso che fa la Silicon Valley a riguardo. Entrambe queste posizioni cercano di intendere l'istruzione superiore come un semplice settore di contenuti, come il business della musica, e quindi propongono una soluzione semplice e tecnologica a quello che viene visto come un sistema apparentemente compromesso. Questa narrazione è spesso accettata come indiscussa e ignora deliberatamente il ruolo che l'istruzione superiore ha avuto in molti dei cambiamenti che ci sono stati (giustificandoli come forze esterne che sono intervenute) o semplificando le funzioni stesse dell'istruzione superiore.
Il termine “battaglia” sembra quindi appropriato a definire questi tre temi: conflitto, valore e narrazione. Dopo un'iniziale vittoria dell’openness affrontiamo ora il passaggio chiave nella battaglia a lungo termine. Non si tratta semplicemente di utilizzare un pezzo di tecnologia o un altro: l’openness sta al centro dell'educazione superiore del XXI secolo. Nella sua migliore interpretazione è il mezzo attraverso il quale l'istruzione superiore diventa importante per una società nel momento stesso in cui apre il suo sapere e permette l'accesso ai suoi servizi, fornisce gli strumenti con cui l'istruzione superiore si adatta al nuovo contesto del mondo digitale. Nella sua peggiore definizione invece, l’openness è la strada con la quale il commercio fondamentalmente danneggia il sistema fino al punto in cui esso viene indebolito senza possibilità di recupero. Spero in questo libro di sostenere la causa che vede la battaglia per l'open come quella per il futuro dell'istruzione.

martedì 25 febbraio 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 3 – Perché l’openness è importante

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 3 – Perché l’openness è importante

Nei paragrafi precedenti spero di aver iniziato a convincervi che la openness è stata un approccio per lo più vincente. E con vincente non voglio necessariamente dire che sia il primo pensiero di accademici o studenti, ma che un aspetto o un altro dell'istruzione open va a toccare nella pratica sia chi vuole imparare sia chi insegna, che siano studenti ad usare risorse open a supporto dei loro corsi oppure accademici che pubblicano articoli o monografie in Open Access. Senza dubbio c'è ancora molto che la open education può fare prima di influire su tutti gli aspetti della pratica, ma questo periodo segna il momento in cui l'istruzione aperta ha smesso di essere di interesse periferico e specialistico e ha preso ad occupare un posto nella pratica accademica mainstream. Se ancora non sono riuscito a convincervi ne parlerò meglio nei capitoli dal 3 al 7. Ora voglio discutere della sua importanza e del perchè dobbiate interessarvi ad argomenti legati all’openness. Ci sono due ragioni principali per le quali l’openness conta nel settore dell'istruzione: le opportunità e la sua "funzione".

Sotto “opportunità” ci sarebbero molte sub-categorie da elencare, ma mi concentrerò solo su un esempio per poi sviluppare l'argomento più avanti nel libro. Un'occasione significativa che l’openness offre è nell'ambito della didattica. In The Digital Scholar (Weller 2011) ho mostrato come le risorse digitali e internet stanno portando ad uno spostamento da una “didattica di scarsità” ad una di “abbondanza”. Molti dei modelli di insegnamento esistenti (le lezioni ad esempio) sono basati sul presupposto che ci debba essere un accesso limitato al sapere e alle risorse (motivo per il quale molti vanno in una stanza ad ascoltare un esperto parlare). La possibilità di trovare molti più contenuti online modifica questo presupposto. Una didattica dell'abbondanza si concentra infatti sul contenuto, che è un elemento importante ma non l'unico di un approccio. Forse sarebbe più opportuno parlare di didattica dell’openness: una didattica open fa uso di contenuti aperti come le open educational resources, video, podcast, etc; ma dà anche importanza al network e a come l'allievo si relaziona all'interno di esso. Nell'analizzare la didattica alla base dei MOOC (anche se la didattica open non è solo quello), Paul Stacey (2013) fa le seguenti raccomandazioni:


  • Siate il più open possibile. Andate oltre le iscrizioni aperte e usate metodi didattici open che sfruttino tutto il web, non solo la specifica parte contenuta nella piattaforma MOOC. Usate le OER come strategia e mettete una licenza open alle vostre risorse usando Creative Commons, in modo che sia possibile il riutilizzo, la revisione, il remix e la redistribuzione. Progettate le vostre piattaforme MOOC con un software open source. Pubblicate i learning analytics data che avete raccolto come open data usando una licenza CC0.
  • Usate metodi didattici online moderni e testati, non metodi didattici da aula che sappiamo non essere adatti all'apprendimento online.
  • Usate metodi didattici peer-to-peer per l'autoapprendimento. Sappiamo che questo migliora i risultati e che il costo di attivazione di un network di peers è lo stesso di quello di un network di contenuti, essenzialmente zero.
  • Usate il social learning, che include blog, chat, forum di discussione, wiki e lavori di gruppo.
  • Sfruttate la partecipazione di massa, con tutti gli studenti che contribuiscono con qualcosa che aggiunge o migliora il corso nel suo insieme.

Esempi di metodo didattico open includono il DS106 di Jim Groom, un corso open che stimola gli allievi a creare prodotti ogni giorno, suggerire compiti, inventare il proprio spazio online e diventare parte di una comunità che va oltre il corso, sia da un punto di vista geografico che temporale. Dave Cormier ogni anno inizia il suo corso in educazione tecnologica invitando gli studenti a firmare un contratto che stabilisca quanto lavoro vuole fare ognuno e per quale votazione. Lavori individuali sono valutati come “soddisfacente” o “insoddisfacente” una volta completati (Cormier 2013). In corsi come Octel (http://octel.alt.ac.uk) gli allievi creano il proprio blog, che diventa il luogo dove lavorano, con vari contributi poi aggregati in un unico blog centrale. Tutto in modalità open.
Ciò non vuol dire che questi esempi debbano essere la norma e debbano essere adottati da tutti gli altri. Sono esempi fatti su misura per particolari contesti e argomenti. Il punto chiave qui è che l’openness è la pietra miliare e la filosofia che sta alla base di questi corsi: è presente nella tecnologia adottata, nelle risorse citate, nelle attività che gli studenti intraprendono e negli approcci di insegnamento. Il tutto è reso poi possibile dal fatto che il concetto di apertura va a toccare aree diverse: le risorse devono essere disponibili, la tecnologia deve essere free, gli studenti hanno bisogno di essere preparati a lavorare in questo ambito e le università devono accettare i nuovi modi di operare. Vorrei suggerire che siamo solo all'inizio dell'esplorazione di modelli di insegnamento e apprendimento che hanno come base la mentalità open. È interessante notare che molti di questi sperimentatori in didattica aperta sono persone che fanno già parte del movimento. Si potrebbe pensare che siano stati “intaccati” dalla mentalità aperta e che vogliano applicarla ovunque possibile.
È questa opportunità di esplorare che è importante nell'istruzione superiore, se si vuole innovare e se si vogliono sfruttare al meglio le possibilità che l’openness offre. Un pre-requisito è l'engagement con la open education, sia che si parli di tecnologia, che di risorse, che di didattica. Uno dei pericoli dell’openness in outsourcing infatti è che appoggiandosi a venditori terzi per le piattaforme MOOC, oppure affidandosi ad editori per la creazione del contenuto, si restringa il raggio di sperimentazione. La soluzione preconfezionata in questo modo diventa non solo il metodo accettato ma l'unico riconosciuto. Ci sono già esempi: Georgia Tech ha annunciato una collaborazione con la società MOOC Udacity per offrire un master online. Come nota Christopher Newfield (2013) facendo un'analisi del contratto, Udacity ha una relazione esclusiva per la quale la Georgia Tech non può offrire il suo contenuto da altre parti. Udacity può invece offrire lo stesso contenuto ad altri studenti al di fuori del programma. Newfield sostiene che mentre cercano di recuperare i costi, “i grandi risparmi ironicamente vengono dal comprimere l'innovazione – i compensi ai creatori dei corsi si abbassano – e dallo sfruttare l'overhead”.
Anche se accettiamo di guardare meno cinicamente questo accordo, il modello di compagnie come Udacity, Coursera e Pearson è quello di creare un brand globale diventando uno dei pochi fornitori. A loro non interessa la diversificazione del mercato e quindi il modello su come creare dei MOOC o su come rilasciare delle risorse online diventa limitato, sia per accordi contrattuali o semplicemente per la presenza di soluzioni preconfezionate che impediscono un'ulteriore esplorazione.
Questo stesso messaggio sulla possibilità di sperimentazione si può applicare a tutte le funzioni in università: la ricerca, il public engagement, la creazione di risorse. In ciascuna di queste aree la possibilità di combinare elementi open e fare uso di un ambiente digitale in rete permettono la creazione di nuove opportunità, che però per trovare la loro piena realizzazione richiedono un impegno attivo sull'innovazione portato avanti dalle enti di istruzione e dagli accademici più che da fornitori esterni.

E ora passiamo al secondo motivo per cui la openness è importante, e cioè la “funzione”, o il ruolo dell'università. Le università si possono considerare come un raggruppamento di diverse funzioni: ricerca, insegnamento, public engagement, orientamenti politici e incubatori di idee e business. In tempi di ristrettezze economiche ogni aspetto della società è esaminato in base a quanto contribuisce in relazione a quanto costa, e l'istruzione superiore non fa eccezione. Sempre più la narrazione è quella di un'operazione di investimento diretta – gli studenti pagano una tassa e in cambio ricevono un'educazione che permetterà loro di guadagnare di più nella vita (Buchanan 2013). Anche se questa è certamente una prospettiva difendibile e logica, ignora o ridimensiona l'importanza di altri contributi: gli approcci open alla diffusione della ricerca, alla condivisione di materiale didattico, all'accesso online a conferenze e seminari aiutano infatti a rafforzare un concetto più ampio di cosa servano le università. Non c'è niente di nuovo: la mia università, la Open University (OU) è tenuta in grande considerazione nel Regno Unito anche da quelli che non ci hanno mai studiato forse per la sua collaborazione con la BBC nel creare programmi didattici, che sono di fatto primi tentativi di risorse per la open education. Forse la collaborazione dell'OU con la famosa emittente televisiva la mette in una posizione privilegiata.
Gli approcci open consentono a tutte le istituzioni di adottare parti del metodo a costo relativamente basso. Ad esempio la università di Glamorgan (ora University of South Wales) ha creato il proprio sito iTunesU ad un costo basso e ha generato più di 1 milione di download nei primi 18 mesi (Richards 2010). Sempre più quindi assistiamo ad una openness che contribuisce a formare l'identità non solo di una università in particolare, ma dell'istruzione superiore nel suo complesso e del suo relazionarsi con la società.
Concludo con un breve esempio che mette insieme molte delle componenti dell’openness. Katy Jordan è un PhD alla OU e si occupa di network accademici su siti come Academia.edu. Su iniziativa personale ha studiato una serie di MOOC che integrano la ricerca offerta in università e uno di questi era un MOOC infografico fornito dall'università del Texas. Per il progetto di visualizzazione finale ha deciso di tracciare i dati di completamento su un grafico interattivo e ha bloggato i risultati (Jordan 2013). Questi dati sono stati ripresi da un famoso blogger che l'ha definito il primo tentativo di raccogliere e compilare dati riguardo ai MOOC, e a sua volta lo ha twittato. I dati relativi al completamento dei MOOC sono in generale oggetto di grande interesse e il post di Katy è diventato virale, diventando di fatto il pezzo a cui linkare sull'argomento e a cui quasi ogni MOOC fa riferimento. Questo come conseguenza ha portato a maggiori fondi da parte della MOOC Research Initiative e a varie pubblicazioni. E tutto dopo un post in un blog.
Un piccolo esempio che prova come la diffusione della openness prende varie forme e ha impatti inaspettati. Il corso aveva bisogno di essere open perché Katy potesse accedervi; le è stato possibile condividere i risultati come parte della sua pratica open. L'infografica e il blog si basano su un open software e sfruttano dati sul tasso di completamento dei MOOC che qualcuno ha messo a disposizione e il format stesso del lavoro di Katy permette ad altri di valutare i dati e di suggerire nuovi elementi. Infine l'open network diffonde il messaggio perché è ad accesso aperto e può essere linkato e letto da tutti. È difficile prevedere o innescare questi meccanismi, ma un approccio chiuso in qualche punto della catena li avrebbe bloccati. È proprio nel replicare esempi come questo nell'istruzione superiore che si trova il vero valore dell’openness.

domenica 16 febbraio 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 2 – Istruzione superiore e openness

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 2 – Istruzione superiore e openness

Il focus di questo libro è principalmente sull'istruzione superiore e il motivo principale è che questa è l'area in cui la battaglia per l'openness è più duramente combattuta. L'istruzione aperta e gratuita può essere intesa come una componente di un movimento più ampio: c'è infatti una comunità molto attiva che si occupa di open data, che cerca di fare in modo che i dati – come quelli della pubblica amministrazione e quelli delle aziende – siano accessibili a tutti. Organizzazioni come la Open Knowledge Foundation (OKFN) considerano l'accesso ai dati come un elemento fondamentale per l'assunzione di responsabilità e impegno in una serie di funzioni pubbliche tra cui la politica, il commercio, l'energia, la sanità, e questo posiziona l’openness all'interno di forme di attivismo di cui l'istruzione è solo un aspetto. Del resto la stessa Open Knowledge Foundation dichiara: «Vogliamo che il sapere aperto diventi un concetto mainstream, così naturale e importante nelle nostre vite come lo è l'ecologia».
Il focus sull'istruzione permette di analizzare nel dettaglio la battaglia per l'open attraverso quattro esempi, anche se molti di questi trovano poi punti in comune con un più ampio movimento che si batte per il libero accesso agli articoli pubblicati o per il rilascio dei dati della ricerca. A differenza di settori che hanno subìto l'imposizione dell'open come il risultato della rivoluzione digitale però, – ad esempio l'industria musicale con l'arrivo di programmi di condivisione come Napster – l'istruzione superiore ha cercato di sviluppare pratiche aperte in una vasta gamma di aree. Ed è proprio questo che la rende un’interessante materia di studio che include editoria, didattica, tecnologia, pratiche individuali, comunicazione ed engagement. C'è molto di rilevante anche per altri settori qui, dove saranno applicabili uno o più di questi argomenti, ma raramente l'intera gamma. Si è spesso detto che l'istruzione superiore può prendere lezioni da settori che sono stati toccati dalla rivoluzione digitale, come i giornali, ma potrebbe anche essere vero il contrario: sono gli altri settori a poter imparare molto da quanto accade nel dibattito sull'open nell'istruzione superiore. Quali sono dunque le principali aree di interesse in questo ambito? Ciascuna di esse verrà esplorata in un capitolo dedicato, ma i principali sviluppi sono riassunti qui di seguito.

Insegnamento

L'avvento dei MOOC sta raccogliendo un grande interesse. Sviluppati inizialmente come metodo sperimentale per esplorare le potenzialità di un insegnamento basato sul networking, i MOOC sono diventati oggetto di attenzione da parte dei media e del mondo business a seguito dei grandi numeri fatti dal corso di Sebastian Thrun sull'Intelligenza Artificiale. Da allora la maggiore azienda che si occupa di tecnologie didattiche è Coursera, con due turnazioni di fondi di venture capital e oltre 4 milioni di iscritti ai sui 400 corsi (Coursera 2013a).
L'idea alla base dei MOOC è semplice: rendere i corsi online accessibili a tutti e tagliare sui costi del personale. Se questo modello sia economicamente sostenibile è ancora da discutere, dato che si trova nella sua fase iniziale, ma i media non si sono risparmiati e alcuni osservatori sono arrivati a ipotizzare che i MOOC siano la naturale conseguenza dell'effetto di internet sull'istruzione superiore.
I MOOC sono solo un aspetto di come l’openness sta influenzando il settore. Prima dei MOOC infatti c'è stato (e c'è ancora) il movimento Open Educational Resources (OER), che è iniziato nel 2001 quando la fondazione Hewlett ha finanziato il MIT per dare vita al sito OpenCourseWare, che doveva rilasciare gratuitamente materiale didattico. Da allora il movimento OER si è diffuso a livello globale e ad oggi vi sono grandi iniziative in tutti i continenti in cui le OER sono parte integrante della strategia centrale di progetti educativi, tra cui UNESCO, la Shuttleworth Foundation, la William and Flora Hewlett Foundation e l'Higer Education Funding Council for England (HEFCE). La distinzione tra MOOC e OER può a volte essere sottile: per esempio se si raccolgono e mettono a disposizione insieme di risorse OER all'interno della struttura di un corso, questo le fa diventare un MOOC? E viceversa se un MOOC è condiviso anche dopo la fine del corso diventa un OER? Uno degli obiettivi dell'OER è di creare libri di testo open, visto il loro costo sempre più proibitivo specialmente negli USA, che va ad influire negativamente sulla partecipazione all'istruzione superiore. Questi testi open vogliono rimpiazzare le versioni standard di testi introduttivi, che sono spesso proprietà delle case editrici, con versioni gratuite e online create da gruppi o da singoli autori. Il processo sta avendo un impatto significativo, tanto che ad esempio OpenStax mira alla fornitura di libri di testo online o stampati a basso costo a 10 milioni di studenti, e al momento conta più di 200 college nella sua rete con un risparmio previsto per gli studenti di 90 milioni di dollari nei prossimi cinque anni (OpenStax 2013).

Ricerca

La pubblicazione in Open Access sta crescendo in modo costante, non solo come un modello valido per diffondere pubblicazioni di ricerca, ma come il migliore in assoluto. Invece di pubblicazioni accademiche su riviste private, il cui accesso è acquistato dalle biblioteche o per singoli articoli dagli utenti, l'Open Access mette infatti le pubblicazioni a disposizione di tutti. Ci sono molti modi per farlo: la cosiddetta Green Road (“via verde”), in cui l'autore mette l'articolo sul proprio sito o sul repository delle istituzioni; la Golden Road (“via d’oro”) nella quale l'editore chiede una quota per mettere l'articolo a disposizione in modalità open; ed infine la via Platinum quando la rivista opera gratuitamente.
La pubblicazione in Open Access è forse l'aspetto più riconoscibile di come l'attività accademica si stia adattando alle opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dalla rete. Altre pratiche formano quella che è definita la open scholarship (ricerca aperta) e includono la condivisione di risorse individuali come presentazioni, podcast e bibliografie, social media engagement attraverso blog, twitter etc e pratiche generalmente più aperte come la pubblicazione di bozze di capitoli di libri, ma anche revisioni e metodi di ricerca open. Gli ultimi possono anche includere l'uso di approcci come il crowdsourcing o la social media analysis, che basano il loro successo sull’openness. La open scholarship sta offrendo anche nuove strade per il public engagement; ora si vedono infatti accademici avere profili pubblici per comunicare online mentre questa attività prima avrebbe richiesto un intermediario. Un aspetto della open scholarship sono poi gli open data, che permettono ai dati di progetti di ricerca di essere pubblicamente disponibili (quando non si tratti di dati personali o sensibili). Come accennato all'inizio del capitolo, durante il G8 è stato firmato un accordo secondo cui questa dovrebbe essere la modalità di default per i dati governativi, e molti finanziatori della ricerca impongono già simili vincoli. Per molti temi, come il cambiamento climatico, questo permette la creazione di un più ampio bacino di dati e di meta-studi che vanno a migliorare la qualità complessiva dell'analisi; in altri campi invece permette occasioni di confronto, analisi e interpretazioni che sono imprevedibili e che possono andare al di là del dominio originario.


Open Policy

Molto del lavoro fatto sull'open licensing, in particolare quello di Creative Commons, è stato avviato o influenzato dall'istruzione superiore. Le licenze, agli occhi di molti, sono uno dei veri test per l’openness, dal momento che la possibilità di prendere e riutilizzare un prodotto è ciò che differenzia l' “open” dal semplice “gratis”. Le licenze sono la strada principale attraverso la quale si possono realizzare iniziative basate su politiche più ampie: con l'adozione di una posizione precisa sulle licenze infatti governi, organizzazioni no profit, finanziatori della ricerca, editori e società che si occupano di tecnologia creano un terreno sul quale l’openness si può sviluppare. Quindi la promozione dell’openness come approccio, sia pratico che etico, è stata una componente crescente del movimento open basato sull'istruzione superiore. 
Questa breve panoramica dovrebbe dimostrare come l’openness costituisca l'essenza di gran parte del cambiamento nell'istruzione superiore e come esista un'intensa attività di ricerca nell'area. Uno degli obiettivi di questo libro è proprio quello di mettere in evidenza e celebrare questa attività. È un bel periodo per essere coinvolti nell'istruzione superiore: ci sono opportunità di cambiare la pratica in quasi tutti gli aspetti, e l’openness è un elemento chiave. Il successo dipende però in primo luogo dall'impegno nel cambiamento e in secondo luogo dal prendersi la responsabilità sul cambiamento, senza permettere che entrambe le cose siano determinate da forze esterne, per titubanza o per il desiderio di semplificare gli argomenti di discussione. Di seguito analizzeremo l'analogia con il movimento green, per dimostrare che il valore dell’openness sarà compreso da tutti.


sabato 15 febbraio 2020

Marketing automatizzato sui social media: la mia risposta acida alla proposta commerciale

Ho ricevuto poco fa l'ennesima proposta commerciale sul mio indirizzo email probabilmente prelevato dalla rete senza rispettare le norme sulla privacy; questa volta però la proposta mi è sembrata davvero fuori da ogni grazia divina e nel rispondere ho tirato fuori tutta l'acidità e sgradevolezza di cui sono capace. Ma qualcuno prima o poi queste cose deve dirle.


IL MESSAGGIO RICEVUTO
Buongiorno, Sono ****** da Clientigram*.
Siamo un’agenzia di marketing e aiutiamo aziende e professionisti a trovare nuovi clienti. Abbiamo lanciato un servizio che Le da la possibilità di aumentare notevolmente la Sua visibilità e trovare clienti grazie ad Instagram!
Il nostro servizio, in breve, automatizza il profilo Instagram della Sua azienda, in tal modo, tutte le azioni del Suo profilo saranno automatiche, sceglierà dei commenti da fare al pubblico di Suo interesse, lasceremo like e followers in target e sceglieremo insieme un messaggio automatico da inviare a tutti i nuovi followers. Potrà ad esempio comunicargli uno sconto, una promozione, aprire una conversazione o semplicemente invitarli sul Suo shop!
Il servizio verrà modulato in base alle Sue esigenze ponendoci un unico obiettivo: massimizzare le conversioni.
La gestione sarà affidata ad un consulente dedicato che seguirà a 360° il Suo progetto.
Ci lasci un Suo recapito telefonico al fine di fornirLe maggiori informazioni.
Buona giornata.

LA MIA RISPOSTA
Io mi vergognerei a fare queste proposte (per di più utilizzando indirizzi email presi dalla rete senza autorizzazione e comunque in violazione delle norme sulla privacy) e in generale mi vergognerei
anche a mettere in piedi un'azienda basata unicamente sullo sfruttare le "debolezze" strutturali dei social media per fare marketing di bassa lega. Tra l'altro senza nemmeno considerare che in quanto
avvocato, vincolato alla deontologia professionale, non potrei nemmeno fare certe cose.
Servizi come i vostri sono ciò che rendono i social media lo schifo e la tristezza che sono diventati (Instagram in primis). Pensate che la gente non capisca quando i commenti e gli altri feedback sono automatizzati?
So che è ciò che il mercato chiede, ma davvero mi auguro che presto anche il mercato possa mostrare l'inutilità di questi servizi.
Questo per dire che non sono interessato ai vostri servizi e che vi chiedo fin da subito di cancellare OGNI mio dato personale dai vostri archivi.
Con affetto, Avv. Simone Aliprandi

Per approfondire l'argomento segnalo l'articolo "Perché i bot rispondono alle stories?" su Ninjalitics, in cui si spiega il funzionamento di questo sistemi e giustamente si fa anche notare che l'utilizzo di sistemi automatizzati per aumentare follower e like è comunque vietato dai termini d'uso di Instagram.
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* Cercando in rete è emerso che Clientigram (https://www.clientigram.it/) è un servizio offerto da WillMore​ by Filarco Group S.R.L. P.IVA/C.F 03544100781 Via Giacomo Brodolini, 75 | 87036 Rende (CS).

mercoledì 12 febbraio 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 1 – Introduzione

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 1 – Introduzione

L’openness in questo momento è ovunque nel settore dell'istruzione: alla fine del 2011 un corso gratuito in intelligenza artificiale contava più di 160.000 iscritti (Leckart 2012); nel 2012 il governo del Regno Unito seguì quanto già fatto da altri enti nazionali negli USA e in Canada e annunciò la regola per cui tutti gli articoli finanziati da fondi pubblici per la ricerca dovevano essere messi a disposizione in Open Access (Finch Group 2012); i download dal sito Apple iTunes U, che fornisce gratuitamente contenuti per la formazione, hanno superato il miliardo nel 2013 (Robertson 2013); la British Columbia annunciò nel 2012 una politica per la quale i testi dei 40 corsi più popolari sarebbero stati messi a disposizione in modalità open e gratuitamente (Gilmore 2012); i leader del G8 hanno firmato un trattato sugli open data nel giugno 2013 stabilendo che tutti i dati governativi sarebbero stati rilasciati open automaticamente (Ufficio del Governo britannico 2013). A parte questi dati più evidenti ci sono poi cambiamenti fondamentali nella pratica: gli accademici stanno già creando e rilasciando i loro contenuti con strumenti come Slideshare o Youtube; i ricercatori condividono risultati in tempi ridotti usando approcci open e crowdsourcing; ogni giorno milioni di persone usano strumenti e risorse gratuiti e disponibili online per imparare e per condividere. 
In effetti l’openness è oggi una parte così importante della nostra quotidianità che sembra superfluo qualsiasi commento. Ma non è stato sempre così, o almeno non sembrava essere qualcosa di inevitabile o prevedibile. Alla fine degli anni '90, quando l'esplosione del dotcom prese piede, c'era molto scetticismo riguardo a quei modelli di business (per gran parte giustificato dopo il collasso) e lo stesso per la bolla del web 2.0 dieci anni dopo. Ma nonostante molti dei modelli di business non fossero sostenibili, i modelli tradizionali che prevedevano di pagare per i contenuti hanno mostrato di non interferire con l'espansione del nuovo dominio digitale. “Diffondere i contenuti” non è più un approccio da sottovalutare. 
In nessun altro contesto l’openness ha giocato un ruolo così rilevante come nel caso dell'istruzione. Molti dei pionieri dei movimenti open vengono dalle università. I ruoli chiave degli accademici sono tutti soggetti ad un radicale cambiamento sotto il modello open: dai Massive Open Online Courses (MOOCs) che sfidano i metodi di insegnamento ai repository di articoli in versione “pre-print” che minano il tradizionale sistema di divulgazione e rivisitano il modello di ricerca, la filosofia open tocca tutti gli aspetti dell'istruzione superiore. 
L’openness ha una lunga storia in questo settore: si fonda sull'idea di altruismo e sulla convinzione che la formazione sia un bene pubblico, idea che nel tempo ha subìto molte interpretazioni e adattamenti, partendo da un modello che aveva come obiettivo principale il libero accesso allo studio e arrivando ad un modello che enfatizza invece contenuti e risorse disponibili in modalità open. Il cambiamento è stato in gran parte una conseguenza della rivoluzione digitale: i progressi in altri settori, come la produzione di software open source e l'introduzione di valori associati al libero accesso ad internet, insieme ad approcci open, hanno influenzato (e sono stati a loro volta influenzati da) professionisti nel campo dell'istruzione superiore. Il decennio passato ha visto la crescita di un movimento globale che ha ottenuto fondi importanti da enti come la William and Flora Hewlett Foundation e da vari comitati di ricerca. Attivisti nell'ambito universitario hanno cercato di creare programmi che consentano di rilasciare contenuti – dati, risorse didattiche e pubblicazioni – in modalità open; altri hanno invece adottato pratiche open che sfruttano social media e blog. Ciò è avvenuto sia in contemporanea ad un lavoro sulle licenze open, soprattutto le Creative Commons che consentono un facile riutilizzo e adattamento dei contenuti, sia a livello politico con gruppi di pressione che chiedevano l'adozione a livello nazionale e locale di contenuti open e risorse condivise, sia con il miglioramento di tecnologie e infrastrutture che consentono all'open di essere allo stesso tempo facile e poco costoso.
Ci si potrebbe allora aspettare che sia il momento buono per i sostenitori della openness per cantare vittoria. Dopo aver lottato così a lungo perché il loro messaggio fosse ascoltato, sono ora corteggiati da dirigenti e manager per la loro esperienza e per il loro punto di vista sulle varie strategie open. Si parla di approcci open nei maggiori mass-media, milioni di persone stanno ampliando le loro conoscenze con risorse e corsi aperti. In poche parole sembra che l’openness abbia vinto. Eppure si trova a fatica qualche traccia di celebrazione da parte di questi stessi primi sostenitori, che sono piuttosto sconfortati dalla reinterpretazione del concetto di open come “free” o “online”, che non fa cenno alle libertà di riutilizzo che avevano inizialmente immaginato. Sono preoccupati dalla crescita di interessi commerciali che usano l’openness come uno strumento di marketing e sono in dubbio sui vantaggi di alcuni modelli per i paesi in via di sviluppo o per studenti che hanno bisogno di supporto. In questo momento vittorioso sembra dunque che la narrativa sull'open sia stata usurpata da altri, e che le conseguenze non possano essere molto open. Nel 2012 Gardner Campbell ha tenuto una presentazione alla Open Education Conference (Campbell 2012) in cui ha espresso preoccupazioni e frustrazioni: «Ciò a cui stiamo assistendo – ha dichiarato – sono sviluppi nell'istruzione superiore che sembrano soddisfare tutti i criteri che abbiamo stabilito per il settore: maggiore accessibilità, diminuzione dei costi, tutti elementi che permetteranno l'accesso a più persone su scala planetaria, a un miliardo di studenti alla volta... Non è questo ciò a cui stavamo pensando?» Ma man mano che presentava i successi il suo ritornello era sempre quello di T.S. Eliot: non era per niente ciò che avevo immaginato. Perché dunque questa ambivalenza? Possiamo dire che sono solo mele marce? I sostenitori dell'open stanno recriminando il fatto che altri ora rivendichino l’openness? È solo un esercizio sull'interpretazione semantica che interessa una manciata di accademici o piuttosto è qualcosa di fondamentale, che riguarda la strada dell'openness e il modo in cui si sviluppa? È proprio questa ambivalenza tra la vittoria e allo stesso tempo l'ansia legata all'open che il libro intende esplorare.

lunedì 10 febbraio 2020

Capire le licenze per dati: il mio intervento a Foss4G Torino

La prossima settimana al Politecnico di Torino si terrà l'appuntamento annuale con FOSS4G-it, il convegno nazionale su Software e Dati Geografici Free e Open Source nonché ritrovo periodico per le community italiane impegnate su quei temi; quest'anno organizzato congiuntamente da Politecnico di Torino, Associazione Italiana per l'Informazione Geografica Libera GFOSS.it e Wikimedia Italia.

Quest'anno parteciperò anch'io come relatore e terrò un workshop intitolato "Le licenze per dati: capirle una volta per tutte". L'appuntamento è per mercoledì 19 febbraio dalle 11 alle 13 in Aula 12I. Trovate tutte le informazioni logistiche e organizzative sul sito ufficiale dell'evento.

Riporto di seguito l'abstract del mio intervento.

Le licenze per dati hanno sempre creato non pochi problemi a causa del diverso inquadramento che le varie legislazioni applicano al mondo delle banche dati. Ma nello stesso tempo, complice l'esplosione dei cosiddetti big data e open data, sono diventate un tema sempre più strategico. La scelta della licenza, infatti, da un lato comporta delicate valutazioni tecnico-giuridiche, dall'altro esplica tutta una serie di effetti anche a livello di costruzione e mantenimento delle community dei progetti open data (specie se si ragiona in ottica di compatibilità tra licenze). Conoscerne quindi il background teorico e le dinamiche giuridiche è fondamentale, anche per chi non ha una formazione strettamente giuridica. Questo workshop, con l'approccio divulgativo tipico del docente, accompagna in questo terreno ostico chiunque voglia chiarirsi le idee una volta per tutte.

_______________________[EDIT]_______________________

Riporto di seguito alcune foto dell'intervento.
In altro post pubblicherò le slides e il video integrale.






giovedì 6 febbraio 2020

Il problema "sociale" della moderazione dei contenuti sui social media

Torno su un tema a me caro: quello del controllo dei contenuti sulle piattaforme social. Un vecchio ma ancora attuale articolo di Wired aveva già mostrato il contesto di degrado socio-economico degli operatori preposti a questa attività. Il titolo tradotto in italiano è «I lavoratori che eliminano le foto di cazzi e decapitazioni dal tuo newsfeed di Facebook» (Wired, 23 ottobre 2014: https://www.wired.com/2014/10/content-moderation/).
L'argomento era stato approfondito anche più di recente da alcuni siti web italiani. Segnalo ad esempio: "Numeri e prospettive dei moderatori di contenuti online" (Lettera43,
30 Settembre 2018) e "La moderazione dei contenuti sui social funziona male e andrebbe completamente rivista" (ValigiaBlu, 5 maggio 2019)
Negli scorsi giorni, da un documento svelato da The Verge e dal Financial Times, inviato a gennaio ai moderatori di Youtube e Facebook, emerge che ai lavoratori viene richiesto di firmare una dichiarazione in cui si dicono consapevoli che la loro attività potrebbe causare disturbi post-traumatici da stress; e che è stato attivato un apposito supporto di "caring". L'articolo sul sito CorrereComunicazioni.it: "Rischio burnout per chi lavora nei social, YouTube e Facebook sotto accusa".

lunedì 3 febbraio 2020

La battaglia per l'open: la traduzione italiana del libro di Martin Weller

Da un po' di mesi a questa parte mi sto dedicando (a tempo perso) alla traduzione in italiano di un libro a mio avviso molto interessante sulla cultura open e più nello specifico sul tema dalla open education: The Battle for Open. How openness won and why it doesn't feel like victory, del professor Martin Weller (Ubiquity Press, 2014). Nonostante non sia più un libro recentissimo (sei anni in questi ambiti sono un lasso di tempo abbastanza lungo), ritengo sia comunque utile che anche un pubblico di lingua italiana possa leggere un'opera così determinante.

Inizio a pubblicare qui di seguito la traduzione del testo di quarta di copertina e dell'indice sommario completo. Nelle prossime settimane su questo blog pubblicherò un paragrafo dopo l'altro, a mano a mano che riuscirò a completarne e verificarne la traduzione.
Ringrazio Luna Guaschino per la consulenza tecnica sulla traduzione.

DATI DI EDIZIONE




QUARTA DI COPERTINA


Con il successo delle pubblicazioni ad accesso aperto, dei Massive open online courses (MOOC) e delle pratiche di open education, l'approccio aperto all'istruzione si è spostato dalla periferia alla scena centrale. Questo segna un momento di vittoria per il movimento open education, ma allo stesso tempo fa iniziare la vera battaglia per la direzione che l'openness deve prendere. Come per il movimento green, l'openness ha ora un valore di mercato ed è soggetta a nuove tensioni, come ad esempio i venture capitalist che finanziano le società MOOC. Questo è un momento cruciale per determinare la direzione futura dell'open education.
In questo volume, Martin Weller esamina quattro aree chiave che sono state fondamentali per gli sviluppi nell'ambito dell'open education: accesso aperto, MOOC, risorse educative aperte e ricerca scientifica aperta. Esplorando le tensioni all'interno di queste aree chiave, sostiene che capire chi detterà la futura direzione dell'apertura è significativo per tutti coloro che sono interessati al tema dell'istruzione.

INDICE SOMMARIO


Capitolo 1 - La vittoria dell’open
Introduzione
Istruzione superiore e openness
- Insegnamento
- Ricerca
- Open Policy
Perché l'openness è importante
È davvero una battaglia?
Lezioni da altri
Conclusioni
Il libro

Capitolo 2 - Che tipo di open?
Introduzione
Evitare di dare definizioni
L'istruzione open - un breve accenno storico
Università open
Open Source e free software
Web 2.0
Principi che si fondono
Conclusioni

Capitolo 3 - La pubblicazione in Open Access
Introduzione
Il reporto Finch
La Gold route
Il rapporto con gli editori
Nuovi modelli di pubblicazione
Conclusioni

Capitolo 4 - Le Open Educational Resources
Introduzione
Materiale didattico
Le OER
I libri di testo open
I problemi delle OER
Una storia di successo?
La battaglia per le OER
Conclusioni

Capitolo 5 - I MOOC
Introduzione
Il contesto dei MOOC
I MOOC e la qualità
I MOOC e i costi
I MOOC e il design dei cosi
Design per il mantenimento
Design per la selezione
MOOC come complemento all'istruzione
La commercializzazione dei MOOC
Conclusioni

Capitolo 6 - L'istruzione malata e la narrazione della Silicon Valley
Introduzione
L'istruzione è malata
La narrazione della Silicon Valley
ritorno al futuro, di nuovo
Conclusioni

Capitolo 7 - La Open Scholarship
Introduzione
La pratica in rete
Lo studente open e l'identità
L'arte della Guerrilla Research
Conclusioni

Capitolo 8 - L’openness messa a nudo
Introduzione
La politica dell'openness
Problemi legati all'openness
Conclusioni

Capitolo 9 - Open education e resilienza
Introduzione
Resilienza
La Open University e i MOOC
Resistenza
Precarietà
Panarchia
Cicli di adattamento
Livelli di coinvolgimento delle OER
Conclusioni

Capitolo 10 - Il futuro dell’Open
Introduzione
Open Policy
La lezione del LMS
Le sfide dell'istruzione
Il prezzo dell'openness
L'open virus
Conclusioni
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EDIT 1: Il tweet con cui ho comunicato all'autore Martin Weller la notizia della traduzione.



giovedì 23 gennaio 2020

Facebook al di sopra della legge: il caso del video di Salvini al citofono

Entità come Facebook riescono davvero a essere al di sopra delle leggi dei paesi in cui offrono i loro servizi.
Ne è prova anche una recente vicenda: il video di Salvini che citofona a un minorenne, individuandolo (con un certo disprezzo) attraverso la sua etnia, mostrando particolari visivi che lo rendono facilmente reperibile anche da terzi, viola diverse norme giuridiche (oltre che quelle del buon senso) e mette in pericolo la riservatezza se non l'incolumità del minore stesso.
Se avete visto il film The Circle, ricorda molto alcune delle scene di "caccia al cattivo" che poi sono finite in tragedia. Eppure per quegli IMBECILLI di Facebook è più importante andare in giro a rimuovere foto in cui ci scappa un capezzolo, o qualche meme di satira, piuttosto che questi post.

Condivido e invito a leggere l'articolo Raffaele Angius per Wired con prezioso contributo dell'amico Giovanni Battista Gallus: https://www.wired.it/internet/regole/2020/01/23/salvini-citofono-facebook/.


Una sentenza della CGUE fondamentale in materia di tutela delle banche dati

Riporto il testo integrale di una sentenza che rappresenta un'importante punto di parte per l'interpretazione a livello giurisprudenziale del funzionamento del diritto sui generis e in generale della tutela delle banche dati in Unione Europea.

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SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione)
9 novembre 2004
«Direttiva 96/9/CE – Tutela giuridica delle banche di dati – Diritto sui generis – Conseguimento, verifica o presentazione del contenuto di una banca di dati – Parte (non) sostanziale del contenuto di una banca di dati – Estrazione e reimpiego – Sfruttamento normale – Pregiudizio ingiustificato dei legittimi interessi del costitutore – Banche di dati ippici – Elenchi di corse – Scommesse»



Nel procedimento C-203/02,
avente ad oggetto una domanda di pronuncia pregiudiziale sottoposta alla Corte ai sensi dell'art. 234 CE, dalla Court of Appeal (England & Wales) (Civil Division) (Regno Unito), con decisione 24 maggio 2002, pervenuta in cancelleria il 31 maggio 2002, nella causa tra




The British Horseracing Board Ltd e altri


e


William Hill Organization Ltd,


LA CORTE (Grande Sezione),


composta dal sig. V. Skouris, presidente, dai sigg. P. Jann, C.W.A. Timmermans, A. Rosas e K. Lenaerts (relatore), presidenti di sezione, dai sigg. J.‑P. Puissochet e R. Schintgen, dalla sig.ra N. Colneric e dal sig. J.N. Cunha Rodrigues, giudici,
avvocato generale: sig.ra C. Stix-Hackl
cancellieri: sig.re M. Múgica Arzamendi e M.-F. Contet, amministratori principali,
vista la fase scritta del procedimento e in seguito all'udienza del 30 marzo 2004,
viste le osservazioni presentate:
per The British Horseracing Board Ltd e a., dal sig. P. Prescott, QC, dalla sig.ra L. Lane, barrister, e dal sig. H. Porter, solicitor;
per la William Hill Organization Ltd, dal sig. M. Platts-Mills, QC, dal sig. J. Abrahams, barrister, dai sigg. S. Kon et T. Usher e dalla sig.ra S. Turnbull, solicitors;
per il governo belga, dalla sig.ra A. Snoecx, in qualità di agente, assistita dal sig. P. Vlaemminck, advocaat;
per il governo tedesco, dal sig. W.D. Plessing, in qualità di agente;
per il governo portoghese, dal sig. L. Fernandes e dalla sig.ra A.P. Matos Barros, in qualità di agenti;
per la Commissione delle Comunità europee, dalla sig.ra K. Banks, in qualità di agente,
sentite le conclusioni dell'avvocato generale, presentate all'udienza dell'8 giugno 2004,
ha pronunciato la seguente


Sentenza



1
La domanda di pronuncia pregiudiziale riguarda l’interpretazione degli artt. 7 e 10, n. 3, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 11 marzo 1996, 96/9/CEE, relativa alla tutela giuridica delle banche di dati (GU L 77, pag. 20; in prosieguo: la «direttiva»).
2
Questa domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra The British Horseracing Board Ltd, il Jockey Club e Weatherbys Group Ltd (in prosieguo: «BHB e a.»), e la William Hill Organization Ltd (in prosieguo: la «William Hill»). Tale controversia è sorta dall’uso da parte della William Hill, ai fini dell’organizzazione di scommesse ippiche, di dati provenienti dalla banca di dati della BHB.

Ambito normativo
3
La direttiva ha per oggetto, in base al suo art. 1, n. 1, la tutela giuridica delle banche di dati, qualunque ne sia la forma. La banca di dati è definita, all’art. 1, n. 2, della direttiva, come «una raccolta di opere, dati o altri elementi indipendenti sistematicamente o metodicamente disposti ed individualmente accessibili grazie a mezzi elettronici o in altro modo».
4
L’art. 3 della direttiva istituisce una tutela a norma del diritto di autore a favore delle «banche di dati che per la scelta o la disposizione del materiale costituiscono una creazione dell’ingegno propria del loro autore».
5
L’art. 7 della direttiva istituisce un diritto sui generis nei termini seguenti:
«Oggetto della tutela
1.      Gli Stati membri attribuiscono al costitutore di una banca di dati il diritto di vietare operazioni di estrazione e/o reimpiego della totalità o di una parte sostanziale del contenuto della stessa, valutata in termini qualitativi o quantitativi, qualora il conseguimento, la verifica e la presentazione di tale contenuto attestino un investimento rilevante sotto il profilo qualitativo o quantitativo.
2.
Ai fini del presente capitolo:
a)
per “estrazione”: si intende il trasferimento permanente o temporaneo della totalità o di una parte sostanziale del contenuto di una banca di dati su un altro supporto con qualsiasi mezzo o in qualsivoglia forma;
b)
per “reimpiego”: si intende qualsiasi forma di messa a disposizione del pubblico della totalità o di una parte sostanziale del contenuto della banca di dati mediante distribuzione di copie, noleggio, trasmissione in linea o in altre forme. La prima vendita di una copia di una banca dati nella Comunità da parte del titolare del diritto, o con il suo consenso, esaurisce il diritto di controllare la rivendita della copia nella Comunità.
Il prestito pubblico non costituisce atto di estrazione o di reimpiego.
3.      Il diritto di cui al paragrafo 1 può essere trasferito, ceduto o essere oggetto di licenza contrattuale.
4.      Il diritto di cui al paragrafo 1 si applica a prescindere dalla tutelabilità della banca di dati a norma del diritto d’autore o di altri diritti. Esso si applica inoltre a prescindere della tutelabilità del contenuto della banca di dati in questione a norma del diritto d’autore o di altri diritti. La tutela delle banche di dati in base al diritto di cui al paragrafo 1 lascia impregiudicati i diritti esistenti sul loro contenuto.
5.      Non sono consentiti l’estrazione e/o il reimpiego ripetuti e sistematici di parti non sostanziali del contenuto della banca di dati che presuppongano operazioni contrarie alla normale gestione della banca dati o che arrechino un pregiudizio ingiustificato ai legittimi interessi del costitutore della banca di dati».
6
L’art. 8, n. 1, della direttiva stabilisce:
«Il costitutore di una banca di dati messa in qualsiasi modo a disposizione del pubblico non può impedire all’utente legittimo della stessa di estrarre e reimpiegare parti non sostanziali, valutate in termini qualitativi o quantitativi, del contenuto di tale banca di dati per qualsivoglia fine. Se l’utente legittimo è autorizzato a estrarre e/o reimpiegare soltanto una parte della banca di dati, il presente paragrafo si applica solo a detta parte».
7
Ai sensi dell’art. 9 della direttiva, «gli Stati membri possono stabilire che l’utente legittimo di una banca di dati messa in qualsiasi modo a disposizione del pubblico possa, senza autorizzazione del costitutore della stessa, estrarre e/o reimpiegare una parte sostanziale del contenuto di tale banca:
a)
qualora si tratti di un’estrazione per fini privati del contenuto di una banca di dati non elettronica;
b)
qualora si tratti di un’estrazione per finalità didattiche o di ricerca scientifica, purché l’utente legittimo ne citi la fonte e in quanto ciò sia giustificato dagli scopi non commerciali perseguiti;
c)
qualora si tratti di estrazione e/o reimpiego per fini di sicurezza pubblica o per una procedura amministrativa o giurisdizionale».
8
L’art. 10 della direttiva prevede:
«1.    Il diritto di cui all’art. 7 produce i propri effetti non appena completata la costituzione della banca di dati. Esso si estingue trascorsi quindici anni dal 1° gennaio dell’anno successivo alla data del completamento.
(…)
3.      Ogni modifica sostanziale, valutata in termini qualitativi o quantitativi, del contenuto di una banca dati, ed in particolare ogni modifica sostanziale risultante dell’accumulo di aggiunte, stralci o modifiche successivi che permetta di ritenere che si tratti di un nuovo investimento sostanziale, valutato in termini qualitativi o quantitativi, consente di attribuire alla banca derivante da tale investimento una propria specifica durata di protezione».
9
La direttiva è stata recepita nel Regno Unito con l’adozione dei Copyright and Rights in Databases Regulations 1997, entrati in vigore il 1° gennaio 1998. Questi Regulations sono formulati in maniera identica alla direttiva.

La causa principale e le questioni pregiudiziali
10
La BHB e a. hanno il compito dell’organizzazione del settore delle corse ippiche del Regno Unito ed assicurano in tale ambito, con funzioni diverse, lo sviluppo e la gestione della banca di dati della BHB, la quale banca di dati raggruppa un numero rilevante di informazioni raccolte presso proprietari di cavalli, allenatori, organizzatori di corse ippiche e altri soggetti dell’ambiente ippico. Questa banca di dati contiene informazioni che riguardano, in particolare, il pedigree di un milione di cavalli circa, nonché informazioni denominate «informazioni precorsa» e relative alle corse che si devono svolgere nel Regno Unito. Queste ultime informazioni riguardano in particolare il nome, il luogo e la data della corsa, la distanza da percorrere, i criteri di ammissione, la data di chiusura dell’iscrizione, l’importo della tassa di ingresso e quello per il quale l’ippodromo contribuirà al premio assegnato a conclusione della corsa.
11
La Weatherbys Group Ltd, la società che alimenta e gestisce la banca di dati della BHB, esercita tre attività principali in relazione alle informazioni precorsa.
12
In primo luogo, essa registra le informazioni relative, in particolare, ai proprietari, agli allenatori, ai fantini, ai cavalli e alle prestazioni di questi ultimi nel corso delle varie corse.
13
In secondo luogo, essa attribuire un peso ai cavalli iscritti alle varie corse e definisce un handicap.
14
In terzo luogo, essa predispone l’elenco dei cavalli che partecipano a queste corse. Tale operazione viene effettuata da un call center che le appartiene e presso cui lavorano circa trenta persone, le quali prendono nota per telefono dell’iscrizione dei cavalli per ciascuna corsa organizzata. L’identità e la qualità di colui che ha effettuato l’iscrizione, nonché la corrispondenza tra le caratteristiche del cavallo ed i criteri di ammissione alla corsa, sono verificate successivamente. Dopo queste verifiche, le iscrizioni vengono pubblicate a titolo provvisorio. Per partecipare alla corsa l’allenatore deve confermare per telefono la partecipazione del cavallo procedendo a una dichiarazione di quest’ultimo entro il giorno precedente la corsa. Gli operatori devono allora verificare se il cavallo può essere autorizzato a partecipare alla corsa, in funzione del numero di dichiarazioni già registrate. Un computer centrale attribuisce poi un numero di casacca a ciascun cavallo e determina la sua posizione di partenza. L’elenco definitivo dei partecipanti viene pubblicato il giorno prima della corsa.
15
La banca di dati della BHB contiene informazioni essenziali non solo per coloro che sono direttamente interessati dalle corse ippiche, ma anche per gli organismi radiotelevisivi, nonché per le società di scommesse e i loro clienti. I costi collegati alla gestione della banca di dati della BHB ammontano a circa GBP 4 milioni all’anno. Le commissioni fatturate a terzi per l’uso delle informazioni che figurano in questa banca di dati coprono circa un quarto di questo importo.
16
La detta banca di dati è accessibile in linea su un sito Internet comune di BHB e Weatherbys Group Ltd. Una parte del suo contenuto viene diffuso anche settimanalmente nel bollettino ufficiale della BHB. Il contenuto di questa banca di dati viene messo anche, in tutto o in parte, a disposizione della società Racing Pages Ltd, che è controllata congiuntamente dalla Weatherbys Group Ltd e dalla Press Association e che, il giorno prima della corsa, trasmette le informazioni a vari aderenti, tra cui le società di scommesse, sotto forma di «Declarations Feed». La società Satellite Informations Services Ltd (in prosieguo: «SIS») è autorizzata dalla Racing Pages Ltd a trasmettere informazioni ai propri aderenti sotto forma di informazioni non elaborate («raw data feed»; in prosieguo: i «RDF»). I RDF contengono un gran numero di informazioni, in particolare i nomi dei cavalli che partecipano alle corse, i nomi dei fantini, i numeri di casacca e il peso assegnato a ciascun cavallo. I nomi dei cavalli che partecipano ad una determinata corsa sono messi a disposizione del pubblico il pomeriggio precedente il giorno della corsa nella stampa o mediante i servizi Ceefax e Teletext.
17
La William Hill, che è abbonata al Declarations Feed e ai RDF, è uno dei principali organizzatori di scommesse «fuori ippodromo» nel Regno Unito, per clienti britannici e internazionali. Essa ha lanciato un servizio di scommesse in linea su due siti Internet. Gli interessati possono prendere conoscenza su questi siti delle varie corse organizzate, degli ippodromi interessati, dei cavalli partenti e delle quote assegnate dalla William Hill.
18
Le informazioni presentate da quest’ultima sui suoi siti Internet sono tratte, da un lato, dai giornali pubblicati il giorno prima della corsa e, dall’altro, dai RDF forniti dal SIS il mattino della corsa.
19
Secondo l’ordinanza di rinvio, le informazioni che figurano sui siti Internet della William Hill rappresentano solo una parte irrilevante del numero totale di dati contenuti nella banca di dati della BHB, dato che esse riguardano solo i seguenti elementi di tale banca di dati: i nomi di tutti i cavalli che partecipano alla corsa di cui trattasi, la data, l’ora e/o il nome della corsa nonché il nome dell’ippodromo. Sempre secondo l’ordinanza di rinvio, le corse ippiche e gli elenchi dei cavalli partecipanti non vengono presentati allo stesso modo sui siti Internet della William Hill e nella banca di dati della BHB.
20
Nel marzo 2002 la BHB e a. hanno avviato dinanzi alla High Court of Justice (England & Wales), Chancery Division (Regno Unito), un’azione legale contro la William Hill basata su un’asserita violazione del loro diritto sui generis. Esse affermano, da un lato, che l’uso quotidiano da parte della William Hill di informazioni ippiche tratte dai giornali e dai RDF costituisce un’estrazione o un reimpiego di una parte sostanziale del contenuto della banca di dati della BHB, incompatibile con l’art. 7, n. 1, della direttiva. Dall’altro, esse sostengono che le estrazioni individuali effettuate dalla William Hill, anche ammettendo che non siano sostanziali, devono essere vietate ai sensi dell’art. 7, n. 5, della direttiva.
21
Con sentenza 9 febbraio 2001, la High Court of Justice (England & Wales), Chancery Division, ha dichiarato fondato il ricorso della BHB e a. La William Hill ha interposto appello dinanzi al giudice del rinvio.
22
Dovendo far fronte a problemi di interpretazione della direttiva, la Court of Appeal (England & Wales) (Civil Division) ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
«1)
Se l’una o l’altra delle espressioni:
“parte sostanziale del contenuto di una banca di dati”;
“parte non sostanziale del contenuto di una banca di dati”
di cui all’art. 7 della direttiva possa includere opere, dati o altri elementi ricavati dalla banca di dati, ma che non sono sistematicamente o metodicamente disposti come nella banca di dati e che non offrono le stesse possibilità di accesso individuale che presenta la banca di dati.
2)
Che cosa si intende con il termine “conseguimento” di cui all’art. 7, n. 1, della direttiva. In particolare, se [gli elementi menzionati al punto 14 della presente sentenza] possano costituire un simile conseguimento.
3)
Se la “verifica” di cui all’art. 7, n. 1, della direttiva sia limitata a garantire a intervalli di tempo che l’informazione contenuta in una banca di dati sia, o continui ad essere, corretta.
4)
Che cosa si indenda all’art. 7, n. 1, della direttiva con le espressioni:
“una parte sostanziale [del contenuto di una banca di dati] valutata in termini qualitativi”; e
“una parte sostanziale [del contenuto di una banca di dati] valutata in termini quantitativi”.
5)
Che cosa si intende all’art. 7, n. 5, della direttiva, con l’espressione “parti non sostanziali del contenuto della banca di dati”.
6)
In particolare in ciascun caso:
se “sostanziale” significhi qualcosa di più di “insignificante” e, in caso affermativo, che cosa;
se non “sostanziale” significhi semplicemente che non è “sostanziale”.
7)
Se il termine “estrazione” di cui all’art. 7 della direttiva si riferisca solo al trasferimento del contenuto di una banca di dati direttamente dalla banca di dati ad un altro supporto o se riguardi anche il trasferimento di opere, dati o altri elementi che sono indirettamente ricavati dalla banca di dati, senza avere accesso diretto alla banca di dati.
8)
Se il termine “reimpiego” di cui all’art. 7 della direttiva si riferisca solo alla messa a disposizione del pubblico del contenuto della banca di dati direttamente a partire dalla stessa o se comprenda anche la messa a disposizione del pubblico di opere, dati o altri elementi che sono ricavati indirettamente dalla banca di dati, senza avere accesso diretto alla stessa.
9)
Se il termine “reimpiego” di cui all’art. 7 della direttiva sia limitato al primo atto con cui il contenuto della banca di dati è messo a disposizione del pubblico.
10)
Che cosa si intenda all’art. 7, n. 5, della direttiva con “operazioni contrarie alla normale gestione della banca di dati o che arrechino un pregiudizio ingiustificato ai legittimi interessi del costitutore della banca di dati”. In particolare se [i comportamenti descritti ai punti 17-19 della presente sentenza], considerati alla luce [degli elementi di cui al punto 15 della presente sentenza], possano costituire operazioni di tale natura.
11)
Se l’art. 10, n. 3, della direttiva significhi che, in ogni caso di “modifica sostanziale” del contenuto di una banca di dati, che consente di attribuire alla banca di dati risultante da tale modifica una propria specifica durata di protezione, la banca di dati risultante debba essere considerata come una nuova e distinta banca di dati in relazione all’obiettivo dell’art. 7, n. 5».

Sulle questioni pregiudiziali
Osservazioni preliminari
23
L’art. 7, n. 1, della direttiva conferisce una tutela specifica, qualificata come diritto sui generis, al costitutore di una banca di dati ai sensi dell’art. 1, n. 2, della direttiva, qualora «il conseguimento, la verifica e la presentazione [del] contenuto di [quest’ultima] attestino un investimento rilevante sotto il profilo qualitativo o quantitativo».
24
Con la seconda e la terza questione, che occorre esaminare congiuntamente, il giudice del rinvio intende ottenere un’interpretazione della nozione di investimento collegato, rispettivamente, al conseguimento e alla verifica del contenuto di una banca di dati ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva.
25
L’art. 7, n. 1, della direttiva autorizza il costitutore di una banca di dati tutelata mediante il diritto sui generis a vietare l’estrazione e/o il reimpiego della totalità o di una parte sostanziale del contenuto della stessa. L’art. 7, n. 5, vieta del resto le operazioni di estrazione e/o di reimpiego ripetute e sistematiche di parti non sostanziali del contenuto della banca di dati che sarebbero contrarie alla normale gestione di tale banca di dati o che arrecherebbero un pregiudizio ingiustificato ai legittimi interessi del costitutore della banca di dati.
26
La settima, l’ottava e la nona questione sottoposte, che occorre esaminare congiuntamente, riguardano le nozioni di estrazione e di reimpiego. Le nozioni di parte sostanziale e di parte non sostanziale del contenuto di una banca di dati costituiscono, dal canto loro, il punto centrale della prima, della quarta, della quinta e della sesta questione, che saranno anch’esse esaminate congiuntamente.
27
La seconda questione si riferisce alla portata del divieto di cui all’art. 7, n. 5, della direttiva. Con l’undicesima questione si intende accertare se una modifica sostanziale apportata dal costitutore della banca di dati al contenuto di quest’ultima consenta di concludere per l’esistenza di una nuova base di dati al fine di valutare, nel contesto dell’art. 7, n. 5 della direttiva, il carattere ripetuto e sistematico di operazioni di estrazione o di reimpiego relative a parti non sostanziali della banca di dati.
Sulla seconda e terza questione, relative alla nozione di investimento collegato al conseguimento o alla verifica del contenuto di una banca di dati ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva
28
Con la seconda e la terza questione, il giudice del rinvio chiede chiarimenti sulla nozione di investimento collegato alla nozione o alla verifica del contenuto di una banca di dati ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva.
29
A tal riguardo, occorre ricordare che l’art. 7, n. 1, della direttiva riserva il beneficio della tutela, conferita dal diritto sui generis, alle banche di dati che rispondono ad un criterio preciso, ossia occorre che il conseguimento, la verifica o la presentazione del loro contenuto attestino un investimento rilevante sotto il profilo qualitativo o quantitativo.
30
In base al nono, decimo e dodicesimo ‘considerando’ della direttiva, la finalità di quest’ultima, come rileva la William Hill, è di incentivare e tutelare gli investimenti nei sistemi di «memorizzazione» e «gestione» dei dati che contribuiscono allo sviluppo del mercato delle informazioni in un contesto caratterizzato da una crescita esponenziale della massa di informazioni prodotte ed elaborate annualmente in tutti i settori di attività. Ne deriva che la nozione di investimento collegata al conseguimento, alla verifica o alla presentazione del contenuto di una banca di dati dev’essere intesa, in generale, nel senso che riguarda l’investimento destinato alla costituzione della detta banca di dati in quanto tale.
31
In tale contesto, la nozione di investimento collegata al conseguimento del contenuto di una banca di dati, come sottolineano la William Hill e i governi belga, tedesco e portoghese, deve essere intesa nel senso che indica i mezzi destinati alla ricerca di elementi indipendenti esistenti e alla loro riunione nella detta banca di dati, ad esclusione dei mezzi istituiti per la creazione stessa di elementi indipendenti. Il fine della tutela, conferita dal diritto sui generis, introdotta dalla direttiva è infatti di incentivare la creazione di sistemi di memorizzazione e di gestione di informazioni esistenti, e non la creazione di elementi che possano essere successivamente raccolti in una banca di dati.
32
Questa interpretazione è corroborata dal trentanovesimo ‘considerando’ della direttiva, secondo il quale l’obiettivo del diritto sui generis è di garantire una tutela contro l’appropriazione dei risultati ottenuti dall’investimento finanziario e professionale effettuato dal soggetto che ha «ottenuto e raccolto il contenuto» di una banca di dati. Come rileva l’avvocato generale ai paragrafi 41-46 delle sue conclusioni, nonostante leggere differenze terminologiche, tutte le versioni linguistiche di questo trentanovesimo ‘considerando’ si pongono a favore di un’interpretazione che esclude dalla nozione di conseguimento la creazione degli elementi contenuti nella banca di dati.
33
Il diciannovesimo ‘considerando’ della direttiva, in base al quale la compilazione di varie registrazioni di esecuzioni musicali su CD non rappresenta un investimento sufficientemente rilevante per beneficiare del diritto sui generis, fornisce un argomento aggiuntivo a sostegno di questa interpretazione. Ne deriva infatti che i mezzi impiegati per la creazione stessa delle opere o degli elementi che figurano nella banca di dati, all’occorrenza su un CD, non sono equiparabili ad un investimento collegato al conseguimento del contenuto della detta banca di dati e non possono quindi essere presi in considerazione per valutare il carattere rilevante dell’investimento collegato alla costituzione di tale banca di dati.
34
La nozione di investimento collegato alla verifica del contenuto della banca di dati deve essere intesa nel senso che riguarda i mezzi destinati, al fine di assicurare l’affidabilità dell’informazione contenuta nella detta banca di dati, al controllo dell’esattezza degli elementi ricercati, all’atto della costituzione di questa banca di dati così come durante il periodo di funzionamento della stessa. I mezzi destinati all’operazione di verifica nel corso della fase di creazione di dati o di altri elementi successivamente raccolti in una banca di dati costituiscono invece mezzi relativi a questa creazione e non possono pertanto essere presi in considerazione al fine di valutare l’esistenza di un investimento rilevante nell’ambito dell’art. 7, n. 1, della direttiva.
35
In tale contesto, il fatto che la costituzione di una banca di dati sia collegata all’esercizio di un’attività principale nell’ambito della quale il costitutore della banca di dati è anche colui che ha creato gli elementi contenuti in tale banca di dati non esclude, in quanto tale, che costui possa rivendicare il beneficio della tutela conferita dal diritto sui generis, a condizione che dimostri che il conseguimento dei detti elementi, la loro verifica o la loro presentazione, nel senso precisato ai punti 31-34 della presente sentenza, hanno dato luogo ad un investimento rilevante sotto il profilo qualitativo o quantitativo, autonomo rispetto ai mezzi impiegati per la creazione di questi elementi.
36
A tal riguardo, anche se la ricerca di dati e la verifica della loro esattezza al momento della costituzione della banca di dati non richiedono, in via di principio, dal soggetto che costituisce questa banca di dati l’impiego di mezzi particolari poiché si tratta di dati che esso ha creato e che sono a sua disposizione, ciò non toglie che la raccolta di questi dati, la loro disposizione sistematica o metodica nell’ambito della banca di dati, l’organizzazione della loro accessibilità individuale e la verifica della loro esattezza per tutto il periodo di funzionamento della banca di dati possano richiedere un investimento rilevante sotto il profilo qualitativo o quantitativo, ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva.
37
Nella causa principale il giudice del rinvio chiede se gli investimenti descritti al punto 14 della presente sentenza siano equiparabili ad un investimento collegato al conseguimento del contenuto della banca di dati della BHB. Le attrici nella causa principale insistono a tal riguardo sul carattere sostanziale degli investimenti soprammenzionati.
38
Tuttavia, gli investimenti collegati alla determinazione, ai fini dell’organizzazione di corse ippiche, dei cavalli ammessi a partecipare alla corsa di cui trattasi si riferiscono alla creazione dei dati costitutivi degli elenchi relativi a queste corse che figurano nella banca di dati della BHB. Essi non corrispondono ad un investimento collegato al conseguimento del contenuto della banca di dati. Non possono quindi essere presi in considerazione per valutare il carattere sostanziale dell’investimento collegato alla costituzione di questa banca di dati.
39
Certo, il processo di iscrizione di un cavallo su un elenco di corsa richiede un certo numero di verifiche preliminari, relative all’identità di colui che effettua l’iscrizione, alle caratteristiche del cavallo, nonché alle qualificazioni del cavallo, del suo proprietario e del fantino.
40
Tuttavia, questo lavoro di verifica preliminare interviene nella fase di creazione dell’elenco relativo alla corsa di cui trattasi. Esso costituisce quindi un investimento collegato alla creazione di dati, e non alla verifica del contenuto della banca di dati.
41
Ne deriva che i mezzi destinati all’elaborazione di un elenco dei cavalli partecipanti ad una corsa e alle operazioni di verifica che si inseriscono in tale ambito non corrispondono ad un investimento collegato al conseguimento e alla verifica del contenuto della banca di dati nella quale figura questo elenco.
42
Tenuto conto di quanto precede, occorre risolvere la seconda e la terza questione nel modo seguente:
La nozione di investimento collegato al conseguimento del contenuto di una banca di dati ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva deve essere intesa nel senso che indica i mezzi destinati alla ricerca di elementi esistenti e alla loro raccolta nella detta banca di dati. Essa non comprende i mezzi impiegati per la creazione degli elementi costitutivi del contenuto di una banca di dati.
La nozione di investimento collegato alla verifica del contenuto della banca di dati ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva, deve essere intesa nel senso che riguarda i mezzi destinati, al fine di assicurare l’affidabilità dell’informazione contenuta nella detta banca di dati, al controllo dell’esattezza degli elementi ricercati, all’atto della costituzione di questa banca di dati nonché durante il periodo di funzionamento della stessa. I mezzi destinati ad operazioni di verifica nel corso della fase di creazione di elementi successivamente raccolti in una banca di dati non rientrano in questa nozione.
I mezzi destinati all’elaborazione di un elenco dei cavalli partecipanti ad una corsa e alle operazioni di verifica che si inseriscono in tale ambito non corrispondono ad un investimento collegato al conseguimento ed alla verifica del contenuto della banca di dati nella quale figura tale elenco.
Sulla settima, ottava e nona questione, relative alle nozioni di estrazione e di reimpiego ai sensi dell’art. 7 della direttiva
43
Con la settima, l’ottava e la nona questione il giudice del rinvio chiede in sostanza se l’uso di una banca di dati quale quello effettuato dalla William Hill costituisca un’estrazione e/o un reimpiego ai sensi dell’art. 7 della direttiva. Il giudice del rinvio chiede in particolare se la tutela conferita dal diritto sui generis comprenda anche i casi di uso di dati i quali, benché provenienti da una banca di dati tutelata, sono stati ottenuti dal costitutore presso fonti diverse da quest’ultima.
44
La tutela, conferita dal diritto sui generis, istituita dall’art. 7, n. 1, della direttiva accorda al costitutore di una banca di dati la possibilità di impedire l’estrazione e/o il reimpiego non autorizzati della totalità o di una parte sostanziale del contenuto di tale banca di dati, secondo la formulazione del quarantunesimo ‘considerando’ della direttiva. Inoltre, l’art. 7, n. 5, della direttiva vieta a talune condizioni l’estrazione e/o il reimpiego non autorizzati di parti non sostanziali del contenuto di una banca di dati.
45
Le nozioni di estrazione e di reimpiego devono essere interpretate alla luce dell’obiettivo perseguito dal diritto sui generis. Quest’ultimo mira a tutelare il costitutore della banca di dati contro «atti dell’utente che vanno al di là dei diritti legittimi del medesimo e che arrecano quindi pregiudizio all’investimento» del costitutore stesso, come risulta dal quarantaduesimo ‘considerando’ della direttiva.
46
Dal quarantottesimo ‘considerando’ della stessa direttiva risulta che il diritto sui generis si basa su una giustificazione economica consistente nell’assicurare al costitutore della banca di dati la tutela e la remunerazione dell’investimento destinato alla costituzione e al funzionamento della detta banca di dati.
47
In tale contesto, è irrilevante, ai fini della valutazione della portata della tutela conferita dal diritto sui generis, il fatto che l’operazione di estrazione e/o di reimpiego abbia come fine la costituzione di un’altra banca di dati, concorrente o meno della banca di dati originaria, di dimensioni identiche o diverse da questa, o che tale operazione si inserisca nell’ambito di un’attività diversa dalla costituzione di una banca di dati. Il quarantaduesimo ‘considerando’ della direttiva conferma a tal riguardo che «il diritto di vietare l’estrazione e/o il reimpiego dell’intero contenuto o di una parte sostanziale di esso riguarda non soltanto la creazione di un prodotto concorrente parassita, bensì anche l’utente che, con i suoi atti, arreca un pregiudizio sostanziale, in termini quantitativi o qualitativi, all’investimento».
48
Occorre anche rilevare che, se la proposta di direttiva del Consiglio relativa alla tutela giuridica delle banche di dati (GU 1992, C 156, pag. 4), presentata dalla Commissione il 15 aprile 1992, limitava, in base al suo art. 2, n. 5, l’ambito della tutela conferita dal diritto sui generis alle operazioni di estrazione e/o di reimpiego non autorizzate effettuate «per fini commerciali», l’assenza di riferimento, nell’art. 7 della direttiva, ad una tale finalità significa che è irrilevante, al fine di valutare la liceità di un’operazione in relazione a tale articolo, che l’operazione persegua o meno un fine commerciale.
49
All’art. 7, n. 2, lett. a), della direttiva, l’estrazione è definita come «il trasferimento permanente o temporaneo della totalità o di una parte sostanziale del contenuto di una banca di dati su un altro supporto con qualsiasi mezzo o in qualsivoglia forma», mentre al n. 2, lett. b), di questo stesso articolo il reimpiego è definito come «qualsiasi forma di messa a disposizione del pubblico della totalità o di una parte sostanziale del contenuto della banca di dati mediante distribuzione di copie, noleggio, trasmissione in linea o in altre forme».
50
Il riferimento a «una parte sostanziale» nella definizione delle nozioni di estrazione e di reimpiego dà adito a confusione in quanto dall’art. 7, n. 5, della direttiva risulta che l’estrazione o il reimpiego può riguardare anche una parte non sostanziale di una banca di dati. Come sottolinea l’avvocato generale al paragrafo 90 delle sue conclusioni, il riferimento all’art. 7, n. 2, della direttiva, al carattere sostanziale della parte estratta o reimpiegata non riguarda la definizione di queste nozioni in quanto tale ma deve essere inteso nel senso che riguarda una delle condizioni di applicazione del diritto sui generis istituito dall’art. 7, n. 1, della direttiva.
51
L’uso di espressioni quali «con qualsiasi mezzo o in qualsivoglia forma» e «qualsiasi forma di messa a disposizione del pubblico» dimostra che il legislatore comunitario ha voluto conferire un senso ampio alle nozioni di estrazione e di reimpiego. Alla luce dell’obiettivo perseguito dalla direttiva, queste nozioni devono essere quindi interpretate nel senso che si riferiscono a qualsiasi operazione consistente, rispettivamente, nell’appropriazione e nella messa a disposizione del pubblico, senza il consenso del costitutore della banca di dati, dei risultati del suo investimento, privando così quest’ultimo dei redditi che dovrebbero consentirgli di ammortizzare il costo di tale investimento.
52
In un tale contesto, e contrariamente alla tesi sostenuta dalla William Hill e dai governi belga e portoghese, le nozioni di estrazione e di reimpiego non possono essere limitate ai casi di estrazione e di reimpiego operati direttamente a partire dalla banca di dati originaria, lasciando così il soggetto che ha costituito la banca di dati senza tutela nei confronti di operazioni non autorizzate di copiatura operate a partire da una copia della sua banca di dati. Questa interpretazione è confermata dall’art. 7, n. 2, lett. b), della direttiva, secondo cui la prima vendita di una copia di una banca di dati nella Comunità da parte del titolare del diritto, o con il suo consenso, esaurisce il diritto di «controllare la rivendita» di questa copia nella Comunità, ma non quello di controllare l’estrazione e il reimpiego del contenuto di questa copia.
53
Dato che operazioni di estrazione e/o di reimpiego non autorizzate effettuate da un terzo a partire da una fonte diversa dalla banca di dati interessata sono tali, così come operazioni analoghe effettuate direttamente a partire dalla detta banca di dati, da arrecare pregiudizio all’investimento del costitutore di questa banca di dati, occorre ritenere che le nozioni di estrazione e di reimpiego non presuppongono un accesso diretto alla banca di dati di cui trattasi.
54
Occorre tuttavia sottolineare che la tutela conferita dal diritto sui generis riguarda unicamente le operazioni di estrazione e di reimpiego, quali definite all’art. 7, n. 2, della direttiva. Questa tutela non riguarda invece le operazioni di consultazione di una banca di dati.
55
Certo, il costitutore della banca di dati può riservarsi un diritto di accesso esclusivo alla sua banca di dati o riservare l’accesso ad essa a determinati soggetti. Tuttavia, se esso stesso rende il contenuto della sua banca di dati o di una parte di essa accessibile al pubblico, il suo diritto sui generis non gli consente più di opporsi alla consultazione di questa banca dati da parte di terzi.
56
Lo stesso vale se il costitutore della banca di dati autorizza un terzo a reimpiegare il contenuto della sua banca di dati, ossia a diffondere quest’ultimo tra il pubblico. Risulta infatti dalla definizione della nozione di reimpiego che figura all’art. 7, n. 2, lett. b), letto unitamente al quarantunesimo ‘considerando’ della stessa, che l’autorizzazione di questa persona relativa al reimpiego della sua banca di dati o di una parte sostanziale di essa significa che essa consente a che la sua banca di dati o la parte interessata sia resa accessibile al pubblico da parte del terzo che beneficia di tale autorizzazione. Autorizzando il reimpiego, il costitutore della banca di dati crea così per gli interessati una fonte alternativa di accesso al contenuto della sua banca di dati e di consultazione della stessa.
57
Il fatto che la banca di dati possa essere consultata da terzi presso «qualcuno che la reimpiega» che beneficia di un’autorizzazione del costitutore della banca di dati non impedisce del resto a quest’ultimo di recuperare il valore del suo investimento. Infatti, quest’ultimo può fissare una commissione per il reimpiego della totalità o di una parte della banca di dati che tenga conto, in particolare, delle prospettive di consultazioni successive, e che gli garantisca così una remunerazione sufficiente dei suoi investimenti.
58
Per contro, all’utente legittimo di una banca di dati, ossia all’utente il cui accesso al contenuto della banca di dati per fini di consultazione si basa sul consenso diretto o indiretto del costitutore, può essere impedito da quest’ultimo, in forza del diritto sui generis istituito dall’art. 7, n. 1, della direttiva, di effettuare operazioni consistenti nell’estrazione e/o nel reimpiego a sua volta della totalità o di una parte sostanziale del contenuto della banca di dati. Il consenso del costitutore della banca di dati per quanto riguarda la consultazione di quest’ultima non comporta infatti un esaurimento del suo diritto sui generis.
59
Quest’analisi è confermata, per quanto riguarda l’estrazione, dal quarantaquattresimo ‘considerando’ della direttiva, secondo cui, «qualora la visualizzazione su schermo di una banca di dati richieda il trasferimento permanente o temporaneo della totalità o di una parte sostanziale del contenuto su un altro supporto, questa operazione è soggetta ad autorizzazione da parte del titolare del diritto». Per quanto riguarda il reimpiego, il quarantatreesimo ‘considerando’ della direttiva precisa nello stesso senso che, «in caso di trasmissione in linea, il diritto di vietare il reimpiego non si esaurisce né per quanto riguarda la banca di dati, né per quanto riguarda la copia materiale della stessa banca di dati o di parte della stessa, effettuata con il consenso del titolare del diritto, dal destinatario della trasmissione».
60
Occorre tuttavia sottolineare che il divieto di cui all’art. 7, n. 1, della direttiva riguarda solo le operazioni di estrazione e/o di reimpiego relative alla totalità o a una parte sostanziale del contenuto di una banca di dati che ha richiesto un investimento rilevante per la sua costituzione. Dall’art. 8, n. 1, della direttiva risulta che, al di fuori dei casi previsti dall’art. 7, n. 5 della stessa direttiva, il diritto sui generis non vieta ad un utente legittimo di effettuare operazioni di estrazione o di reimpiego relative a parti non sostanziali del contenuto di una banca di dati.
61
Da quanto precede deriva che le operazioni di estrazione, ossia il trasferimento del contenuto di una banca di dati su un altro supporto, e le operazioni di reimpiego, ossia la messa a disposizione del pubblico del contenuto di una banca di dati, che riguardano la totalità o una parte sostanziale del contenuto di una banca di dati richiedono l’autorizzazione del costitutore della banca di dati, anche se quest’ultimo ha reso la sua banca di dati accessibile in tutto o in parte al pubblico o ha autorizzato uno o alcuni terzi determinati a diffondere questa tra il pubblico.
62
La direttiva contiene una deroga al principio sancito al punto precedente. L’art. 9 definisce in maniera esauriente tre ipotesi in cui gli Stati membri possono stabilire che l’utente legittimo di una banca di dati messa in qualsiasi modo a disposizione del pubblico possa, senza autorizzazione del costitutore della stessa, estrarre e/o reimpiegare una «parte sostanziale» del contenuto di tale banca. Si tratta dell’estrazione per fini privati del contenuto di una banca di dati non elettronica, di un’estrazione per finalità didattiche o di ricerca scientifica e dell’estrazione e/o del reimpiego per fini di sicurezza pubblica o per una procedura amministrativa o giurisdizionale.
63
Nella causa principale, dall’ordinanza di rinvio risulta che i dati relativi alle corse ippiche che la William Hill colloca sul suo sito Internet e che trovano la loro origine nella banca di dati della BHB sono tratti, da un lato, dai giornali pubblicati la vigilia della corsa e, dall’altro, dai RDF forniti dal SIS.
64
Secondo l’ordinanza di rinvio, le informazioni pubblicate nei giornali sono fornite alla stampa direttamente dalla Weatherbys Group Ltd, la società che gestisce la banca di dati della BHB. Per quanto riguarda l’altra fonte di informazione della William Hill, va ricordato che la SIS è autorizzata dalla Racing Pages Ltd, controllata in parte dalla Weatherbys Group Ltd, a trasmettere informazioni relative alle corse ippiche sotto forma dei RDF ai propri aderenti, tra i quali figura la William Hill. I dati della banca di dati della BHB che riguardano le corse dei cavalli sono stati quindi resi accessibili al pubblico per fini di consultazione con l’autorizzazione della BHB.
65
Benché la William Hill sia un utente legittimo della banca di dati resa accessibile al pubblico, quanto meno per quanto riguarda la parte di questa banca di dati corrispondente alle informazioni relative alle corse, dall’ordinanza di rinvio risulta che essa effettua operazioni di estrazione e di reimpiego ai sensi dell’art. 7, n. 2, della direttiva. Da un lato, essa estrae dati che trovano la loro fonte nella banca di dati dei BHB trasferendoli da un supporto ad un altro. Essa integra infatti questi dati nel proprio sistema elettronico. D’altra parte, essa reimpiega questi dati mettendoli a sua volta a disposizione del pubblico tramite il suo sito Internet, al fine di consentire ai suoi clienti di effettuare scommesse su corse ippiche.
66
Ora, dall’ordinanza di rinvio, risulta che queste operazioni di estrazione e di reimpiego sono state effettuate senza l’autorizzazione della BHB e a. Poiché la presente causa non corrisponde a nessuna delle ipotesi di cui all’art. 9 della direttiva, operazioni quali quelle effettuate dalla William Hill potrebbero quindi essere vietate dalla BHB e a. in forza del loro diritto sui generis a condizione che esse riguardino la totalità o una parte sostanziale del contenuto della banca di dati della BHB, ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva. Se tali operazioni riguardano parti non sostanziali di tale banca di dati, esse potrebbero essere vietate solo se sono soddisfatte le condizioni di cui all’art. 7, n. 5, della direttiva.
67
In considerazione di quanto precede, occorre risolvere la settima, l’ottava e la nona questione nel modo seguente:
Le nozioni di estrazione e di reimpiego ai sensi dell’art. 7 della direttiva devono essere interpretate nel senso che si riferiscono a qualsiasi operazione non autorizzata di appropriazione e di diffusione al pubblico di tutto il contenuto di una banca di dati o di una parte di esso. Queste nozioni non presuppongono un accesso diretto alla banca di dati di cui trattasi.
Il fatto che il contenuto della banca di dati sia stato reso accessibile al pubblico dal costitutore o con il suo consenso non pregiudica il diritto di quest’ultimo di vietare le operazioni di estrazione e/o di reimpiego relative alla totalità o ad una parte sostanziale del contenuto di una banca di dati.
Sulla prima, quarta, quinta e sesta questione, relative alle nozioni di parte sostanziale e di parte non sostanziale del contenuto di una banca di dati ai sensi dell’art. 7 della direttiva
68
Con la quarta, la quinta e la sesta questione, il giudice del rinvio chiede chiarimenti sul significato delle nozioni di parte sostanziale e di parte non sostanziale del contenuto di una banca di dati nel contesto dell’art. 7 della direttiva. Con la prima questione, esso chiede del resto se elementi provenienti da una banca di dati sfuggano alla qualifica come parte, sostanziale o meno, di questa banca di dati allorché la loro disposizione sistematica o metodica e le condizioni della loro accessibilità individuale vengono modificate dall’autore dell’estrazione e/o del reimpiego.
69
A tal riguardo, occorre ricordare che la tutela conferita dal diritto sui generis riguarda le banche di dati la cui costituzione ha richiesto un investimento rilevante. In tale ambito, l’art. 7, n. 1, della direttiva, vieta l’estrazione e/o il reimpiego non solo della totalità di una banca di dati tutelata dal diritto sui generis ma anche di una parte sostanziale, valutata sotto il profilo qualitativo o quantitativo, del contenuto di quest’ultima. Questa disposizione mira ad evitare, secondo il quarantaduesimo ‘considerando’ della direttiva, che l’utente, «con i suoi atti, [arrechi] un pregiudizio sostanziale, in termini quantitativi o qualitativi, all’investimento». Da questo ‘considerando’ risulta che la valutazione, dal punto di vista qualitativo, del carattere sostanziale della parte di cui trattasi deve, così come la valutazione sotto l’aspetto quantitativo, riferirsi all’investimento collegato alla costituzione della banca di dati e al pregiudizio arrecato a questo investimento dall’operazione di estrazione e/o di reimpiego relativa a tale parte.
70
La nozione di parte sostanziale, valutata dal punto di vista quantitativo, del contenuto della banca di dati ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva si riferisce al volume dei dati estratti e/o reimpiegati della banca di dati e deve essere valutata in relazione al volume del contenuto totale della stessa. Infatti, se un utente estrae e/o reimpiega una parte quantitativamente rilevante del contenuto di una banca di dati la cui costituzione ha richiesto l’impiego di mezzi rilevanti, l’investimento relativo alla parte estratta e/o reimpiegata è, proporzionalmente, anche esso rilevante.
71
La nozione di parte sostanziale, valutata dal punto di vista qualitativo, del contenuto della banca di dati si riferisce alla rilevanza dell’investimento collegato al conseguimento, alla verifica o alla presentazione del contenuto dell’oggetto dell’operazione di estrazione e/o di reimpiego, indipendentemente dal fatto che tale oggetto rappresenti una parte quantitativamente sostanziale del contenuto generale della banca di dati tutelata. Una parte quantitativamente trascurabile del contenuto di una banca di dati può infatti rappresentare, in termini di conseguimento, di verifica o di presentazione, un considerevole investimento umano, tecnico o finanziario.
72
Occorre aggiungere che, poiché l’esistenza del diritto sui generis non dà luogo, secondo il quarantaseiesimo ‘considerando’ della direttiva, alla creazione di un nuovo diritto sulle opere, sui dati, o sugli elementi stessi della banca di dati, il valore intrinseco degli elementi oggetto dell’operazione di estrazione e/o di reimpiego non costituisce un criterio pertinente per valutare il carattere sostanziale della parte di cui trattasi.
73
Per quanto riguarda la nozione di parte non sostanziale del contenuto di una banca di dati, occorre ritenere che in questa nozione rientra qualsiasi parte che non risponde alla nozione di parte sostanziale da un punto di vista sia quantitativo sia qualitativo.
74
A tal riguardo, dall’ordinanza di rinvio risulta che gli elementi riportati sui siti Internet della William Hill, che provengono dalla banca di dati della BHB, rappresentano solo una percentuale irrilevante della dimensione totale di tale banca di dati, come è stato rilevato al punto 19 della presente sentenza. Da un punto di vista quantitativo, si dovrebbe quindi ritenere che i detti elementi non costituiscono una parte sostanziale del contenuto di questa banca di dati.
75
Secondo l’ordinanza di rinvio, le informazioni pubblicate dalla William Hill riguardano solo gli elementi seguenti della banca di dati della BHB: i nomi di tutti i cavalli partecipanti alla corsa in questione, la data, l’ora e/o il nome della corsa, nonché il nome dell’ippodromo come è stato rilevato al punto 19 della presente sentenza.
76
Al fine di valutare se questi elementi rappresentino una parte sostanziale, dal punto di vista qualitativo, del contenuto della banca di dati della BHB, occorre esaminare se gli sforzi umani, tecnici e finanziari consentiti dal costitutore della banca di dati per il conseguimento, la verifica e la presentazione di questi dati rappresentino un investimento rilevante.
77
La BHB e a. sostengono a tal riguardo che i dati estratti e/o reimpiegati dalla William Hill sono importanti poiché in mancanza degli elenchi dei partecipanti le corse ippiche non potrebbero aver luogo. Essi aggiungono che questi dati rappresentano un investimento rilevante caratterizzato dall’intervento di un call center presso cui lavorano più di 30 dipendenti.
78
Occorre tuttavia ricordare, innanzi tutto, che il valore intrinseco dei dati oggetto dell’operazione di estrazione e/o di reimpiego non costituisce un criterio pertinente per valutare il carattere sostanziale, da un punto di vista quantitativo, della parte di cui trattasi. Il fatto che i dati estratti e reimpiegati dalla William Hill siano essenziali per l’organizzazione delle corse ippiche di cui la BHB e a. sono incaricati è quindi senza pertinenza per valutare se le operazioni della William Hill riguardino una parte sostanziale del contenuto della banca di dati della BHB.
79
Inoltre, occorre ricordare che i mezzi destinati alla creazione stessa degli elementi che figurano in una banca di dati non possono essere presi in considerazione per valutare il carattere sostanziale dell’investimento collegato alla costituzione di questa banca di dati, così come è stato indicato ai punti 31-33 della presente sentenza.
80
Ora, i mezzi destinati dalla BHB e a. alla determinazione, ai fini dell’organizzazione di corse ippiche, della data, dell’orario, del luogo e/o del nome della corsa, nonché dei cavalli partecipanti a quest’ultima, corrispondono ad un investimento collegato alla creazione di elementi contenuti nella banca di dati della BHB. Di conseguenza, e se, come risulta dall’ordinanza di rinvio, gli elementi estratti e reimpiegati dalla William Hill non hanno richiesto da parte della BHB e a. un investimento autonomo rispetto ai mezzi richiesti per la loro creazione, si dovrebbe ritenere che questi elementi non rappresentino una parte sostanziale, valutata sotto il profilo qualitativo, della banca di dati della BHB.
81
In tale contesto, non occorre quindi risolvere la prima questione sottoposta. La modifica apportata dall’autore dell’operazione di estrazione e di reimpiego alla disposizione o alle condizioni di accessibilità individuale dei dati oggetto di tale operazione non può, in ogni caso, avere per effetto di trasformare in parte sostanziale del contenuto della banca di dati di cui trattasi una parte che non riveste tale qualità.
82
Sulla base di quanto precede, occorre risolvere la quarta, quinta e sesta questione nel modo seguente:
La nozione di parte sostanziale, valutata sotto il profilo quantitativo, del contenuto di una banca di dati ai sensi dell’art. 7 della direttiva si riferisce al volume dei dati estratti e/o reimpiegati della banca di dati e deve essere valutata in relazione al volume del contenuto totale della banca di dati.
La nozione di parte sostanziale, valutata sotto il profilo qualitativo, del contenuto di una banca di dati si riferisce alla rilevanza dell’investimento collegato al conseguimento, alla verifica o alla presentazione del contenuto dell’oggetto dell’operazione di estrazione o di reimpiego, indipendentemente dal fatto che tale oggetto rappresenti una parte quantitativamente sostanziale del contenuto generale della banca di dati tutelata.
Rientra nella nozione di parte non sostanziale del contenuto di una banca di dati qualsiasi parte che non risponda alla nozione di parte sostanziale sotto il profilo sia quantitativo sia qualitativo.
Sulla decima questione, relativa alla portata del divieto di cui all’art. 7, n. 5 della direttiva
83
Con la decima questione, il giudice del rinvio chiede quale sia il tipo di operazioni cui si riferisce il divieto di cui all’art. 7, n. 5 della direttiva. Esso intende inoltre accertare se operazioni quali quelle effettuate dalla William Hill siano interessate da questo divieto.
84
A tal riguardo, dall’art. 8, n. 1, e del quarantaduesimo ‘considerando’ della direttiva risulta che, in via di principio, il costitutore di una banca di dati non può impedire all’utente legittimo della stessa di compiere operazioni di estrazione e di reimpiego relative ad una parte non sostanziale del suo contenuto. L’art. 7, n. 5, della direttiva, che autorizza il costitutore di una banca di dati ad opporsi, a talune condizioni, a tali operazioni, figura quindi come un’eccezione rispetto a questo principio.
85
Nella posizione comune (CE) n. 20/95 definita dal Consiglio il 10 luglio 1995 (GU C 288, pag. 14), si fa presente, al punto 14 della motivazione, che, «per evitare che la mancanza di tutela di parti non sostanziali determini estrazioni o reimpieghi abusivi, ripetuti e sistematici, delle parti non sostanziali, una clausola di salvaguardia è stata inserita nell’art. 7, paragrafo 5, della posizione comune».
86
Ne deriva che l’art. 7, n. 5 della direttiva ha come scopo di evitare che sia eluso il divieto di cui all’art. 7, n. 1, della direttiva. L’obiettivo di questa disposizione è di ostacolare estrazioni e/o reimpieghi ripetuti e sistematici di parti non sostanziali nel contenuto di una banca di dati, che, per il loro effetto cumulativo, pregiudicherebbero gravemente l’investimento del costitutore della banca di dati, allo stesso modo delle operazioni di estrazione e/o di reimpiego di cui all’art. 7, n. 1, della direttiva.
87
La disposizione vieta quindi le operazioni di estrazione effettuate da utenti della banca di dati, le quali, per il loro carattere ripetuto e sistematico, finirebbero col ricostituire, senza l’autorizzazione del costitutore, la base di dati nel suo insieme o, quantomeno, una parte sostanziale della stessa, sia esso al fine della costituzione di un’altra banca di dati o al fine dell’esercizio di un’attività diversa dalla costituzione di una tale banca di dati.
88
Inoltre, l’art. 7, n. 5, della direttiva vieta ad un terzo di eludere il divieto di reimpiego di cui all’art. 7, n. 1 della direttiva, mettendo a disposizione del pubblico in maniera sistematica e ripetuta parti non sostanziali del contenuto della banca di dati.
89
In tale contesto, le «operazioni contrarie alla normale gestione della banca di dati o che arrechino un pregiudizio ingiustificato ai legittimi interessi del costitutore della banca di dati» si riferiscono a comportamenti non autorizzati, che mirano a ricostituire, mediante l’effetto cumulativo di operazioni di estrazione, la totalità o una parte sostanziale del contenuto di una banca di dati tutelata dal diritto sui generis e/o a mettere a disposizione del pubblico, mediante l’effetto cumulativo di operazioni di reimpiego, la totalità o una parte sostanziale del contenuto di una tale banca di dati, e che pregiudicano pertanto gravemente l’investimento del costitutore di tale banca di dati.
90
Nella causa principale risulta che le operazioni di estrazione e di reimpiego effettuate dalla William Hill, secondo le indicazioni fornite nell’ordinanza di rinvio, riguardano parti non sostanziali del contenuto della banca di dati della BHB come è stato rilevato ai punti 74-80 della presente sentenza. In base all’ordinanza di rinvio, esse sono effettuate in occasione di ciascuna corsa organizzata. Esse presentano quindi un carattere ripetuto e sistematico.
91
Tale operazioni non mirano tuttavia ad eludere il divieto di cui all’art. 7, n. 1, della direttiva. Infatti, è escluso che, mediante l’effetto cumulativo delle sue operazioni, la William Hill ricostituisca e metta a disposizione del pubblico la totalità o una parte sostanziale del contenuto della banca di dati della BHB e pregiudichi pertanto gravemente l’investimento destinato dalla BHB e a. alla costituzione di questa banca di dati.
92
Occorre sottolineare a tal fine che, secondo l’ordinanza di rinvio, gli elementi provenienti dalla banca di dati della BHB che sono pubblicati quotidianamente sui siti Internet della William Hill riguardano solo le corse del giorno e si limitano alle informazioni menzionate al punto 19 della presente sentenza.
93
Ora, come è stato esposto al punto 80 della presente sentenza, dall’ordinanza di rinvio risulta che la presenza, nella banca di dati delle attrici, degli elementi oggetto delle operazioni della William Hill non ha richiesto da parte della BHB e a. un investimento autonomo rispetto ai mezzi destinati alla loro creazione.
94
Si dovrebbe quindi ritenere che il divieto di cui all’art. 7, n. 5, della direttiva non riguardi operazioni quali quelle della William Hill.
95
In considerazione di quanto precede, occorre risolvere la decima questione posta nel senso che il divieto di cui all’art. 7, n. 5, della direttiva riguarda le operazioni non autorizzate di estrazione e/o di reimpiego che, mediante il loro effetto cumulativo, mirano a ricostituire e/o a mettere a disposizione del pubblico, senza l’autorizzazione del costitutore della banca di dati, la totalità o una parte sostanziale del contenuto della detta banca di dati, e che pregiudicano pertanto gravemente l’investimento di tale soggetto.
96
In tale contesto, non è necessario risolvere l’undicesima questione sottoposta.

Sulle spese

97
Nei confronti delle parti della causa principale il presente procedimento costituisce un incidente dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute per presentare osservazioni alla Corte, diverse da quelle delle dette parti, non possono dar luogo a rifusione.



Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:

1)
La nozione di investimento collegato al conseguimento del contenuto di una banca di dati ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 11 marzo 1996, 96/9/CE, concernente la tutela giuridica della banche di dati, deve essere intesa nel senso che indica i mezzi destinati alla ricerca di elementi esistenti e alla loro raccolta nella detta banca di dati. Essa non comprende i mezzi impiegati per la creazione degli elementi costitutivi del contenuto di una banca di dati.


La nozione di investimento collegato alla verifica del contenuto della banca di dati ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva 96/9 deve essere intesa nel senso che riguarda i mezzi destinati, al fine di assicurare l’affidabilità dell’informazione contenuta nella detta banca di dati, al controllo dell’esattezza degli elementi ricercati, all’atto della costituzione di questa banca di dati nonché durante il periodo di funzionamento della stessa. I mezzi destinati ad operazioni di verifica nel corso della fase di creazione di elementi successivamente raccolti in una banca di dati non rientrano in questa nozione.


I mezzi destinati all’elaborazione di un elenco dei cavalli partecipanti ad una corsa e alle operazioni di verifica che si inseriscono in tale ambito non corrispondono ad un investimento collegato al conseguimento e alla verifica del contenuto della banca di dati nella quale figura tale elenco.



2)
Le nozioni di estrazione e di reimpiego ai sensi dell’art. 7 della direttiva 96/9 devono essere interpretate nel senso che si riferiscono a qualsiasi operazione non autorizzata di appropriazione e di diffusione al pubblico di tutto il contenuto di una banca di dati o di una parte di essa. Queste nozioni non presuppongono un accesso diretto alla banca di dati di cui trattasi.


Il fatto che il contenuto della banca di dati sia stato reso accessibile al pubblico dal costitutore o con il suo consenso non pregiudica il diritto di quest’ultimo di vietare le operazioni di estrazione e/o di reimpiego relative alla totalità o ad una parte sostanziale del contenuto di una banca di dati.



3)
La nozione di parte sostanziale, valutata sotto il profilo quantitativo, del contenuto di una banca di dati ai sensi dell’art. 7 della direttiva 96/9 si riferisce al volume dei dati estratti e/o reimpiegati della banca di dati e deve essere valutata in relazione al volume del contenuto totale della banca di dati.


La nozione di parte sostanziale, valutata sotto il profilo qualitativo, del contenuto di una banca di dati si riferisce alla rilevanza dell’investimento collegato al conseguimento, alla verifica o alla presentazione del contenuto dell’oggetto dell’operazione di estrazione o di reimpiego, indipendentemente dalla questione se tale oggetto rappresenti una parte quantitativamente sostanziale del contenuto generale della banca di dati tutelata.


Rientra nella nozione di parte non sostanziale del contenuto di una banca di dati qualsiasi parte che non risponda alla nozione di parte sostanziale sotto il profilo sia quantitativo sia qualitativo.



4)
Il divieto di cui all’art. 7, n. 5, della direttiva 96/9 riguarda le operazioni non autorizzate di estrazione e/o di reimpiego che, mediante il loro effetto cumulativo, mirano a ricostituire e/o a mettere a disposizione del pubblico, senza l’autorizzazione del costitutore della banca di dati, la totalità o una parte sostanziale del contenuto della detta banca di dati, e che pregiudicano pertanto gravemente l’investimento di tale soggetto.





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