martedì 24 novembre 2020

Gestione del copyright nella didattica online: il mio intervento per MoodleMoot Italia 2020

Questa settimana, nei giorni 26, 27 e 28 novembre, si tiene MoodleMoot Italia 2020, l'evento nazionale organizzato dall’Associazione Italiana Utenti Moodle (AIUM aps), che prevede tre giornate di divulgazione e approfondimento sulle tecnologie per l'apprendimento, in cui organizzazioni di tutta Italia condivideranno come insegnano, apprendono e lavorano online utilizzando Moodle per supportare i loro processi.

Quest'anno per ovvi motivi l'evento si tiene interamente online ed è accessibile attraverso il sito di AIUM. L'accesso è gratuito per i soci AIUM; per i non soci AIUM ha un costo di 40 euro; per il personale della scuola primaria o secondaria non soci AIUM e per gli studenti non soci AIUM ha un costo di 25 euro; mentre il personale e gli studenti dell'Università di Padova potranno partecipare gratuitamente ai lavori previa registrazione.

Durante il pomeriggio di giovedì 26 novembre alle ore 16:30 terrò un intervento in diretta streaming intitolato "Gestione del copyright nella didattica online". Inoltre ho registrato due webinar di approfondimento (fruibili anche in modalità asincrona sullo stesso sito) di circa un'ora ciascuno e intitolati "Come proteggo le mie lezioni e i miei materiali ora che è tutto on line?" e "Le regole per l'uso e il riuso di materiali didattici (on line e non solo)".

Per il programma completo e per le modalità di iscrizione, rimando al sito ufficiale dell'evento: https://www.aium.it/course/view.php?id=316.



Le citazioni su Google Scholar e l'effetto COVID-19

Dopo aver ricevuto l'autorizzazione dell'autore della grafica (Luca Oggiano), che ringrazio, condivido qui sul blog questa interessante grafica che mette a confronto l'andamento delle citazioni collegate ad alcuni "VIPs della virologia", che abbiamo imparato a conoscere in questo triste 2020 pandemico. Si nota una sorta di "effetto COVID" sull'andamento delle citazioni.

Ovviamente il senso di questa immagine è più che altro goliardico, ma come spesso accade i contenuti ironici hanno un fondo di verità e stimolano riflessioni molto serie.

I dati provengono da Google Scholar e riguardano le citazioni nel corso del 2020 con il corrispondente incremento percentuale rispetto al 2019.




domenica 22 novembre 2020

Le sfide dell'editoria in Veneto: evento in streaming il 24 novembre

Martedì 24 novembre si terrà "Un’ossessiva passione. Le sfide dell'editoria in Veneto"; il primo forum biennale sull’editoria promosso dall’Associazione Editori Veneti con il sostegno della Regione Veneto e la partnership del Master in Editoria dell’Università di Verona.

Avrò il piacere di essere tra i relatori della sessione "L'editore intra ed extra moenia: diritto d'autore e digitalizzazione" con un intervento di circa 20 minuti intitolato "Un diritto di copia in un mondo senza copie? Sfide per un nuovo copyright nell’era digitale" (ore 15:00).

L'evento inizialmente doveva svolgersi "in presenza" a Padova, ma a causa delle restrizioni per l'emergenza pandemica è stato trasformato in un evento interamente online pur mantenendo il programma originario. Ciò permette a un evento di indubbio interesse di avere una visibilità molto più ampia e diffusa sul territorio nazionale. Qui trovate il programma integrale.

La diretta streaming sarà trasmessa sia su YouTube sia su Facebook. Potete connettervi liberamente.



martedì 10 novembre 2020

Perché i dati ministeriali sull'epidemia COVID-19 non sono davvero open data

In questi giorni alcuni attivisti del mondo open data e più specificamente nell'ambito del riuso dei dati pubblici relativi all'emergenza COVID-19 hanno sollevato il problema della poca "apertura" dei dati forniti dal Ministero della Salute, lanciando la petizione #DatiBeneComune.

Sul sito dell'iniziativa (https://datibenecomune.it/) si legge una lettera aperta alle istituzioni con la quale si chiedono cinque specifici interventi nella direzione di una piena apertura dei dati sulla pandemia raccolti e gestiti dal settore pubblico (la cosiddetta public sector information). Riporto i cinque interventi in calce a questo post. Ma in questa sede mi interessa più che altro soffermarmi sull'aspetto che ritengo maggiormente di mia competenza: quello delle licenze d'uso.

Il portale del Ministero dedicato all'emergenza COVID-19 ha in effetti una pagina "note legali" che contiene alcuni riferimenti alle licenze d'uso e che merita qualche commento.

La licenza scelta è una Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate, cioè la più restrittiva tra le sei opzioni offerte da Creative Commons e senza dubbio non conforme a tutte le più accreditate definizione di "open". In altre parole, un contenuto rilasciato con quella licenza non è davvero "aperto" perché permangono una serie di restrizioni come il divieto di utilizzi commerciali e il divieto di farne opere derivate e rielaborazioni, che per altro sembrano non così necessarie su dati pubblici (raccolti con fondi pubblici e raccolti sulla base di una specifica mission istituzionale e non per libera scelta "strategica" di una pubblica amministrazione).

Altro problema: in quel paragrafo i link alla licenza Creative Commons sono due, e aprendoli ci si accorge che in realtà rimandano a due diverse versioni della licenza: il primo a una versione 3.0 unported il secondo a una 2.5 Italia. La differenza non è di pura lana caprina bensì sostanziale, specialmente se applicate ai dati. Quindi ciò può creare discrepanze interpretative su quale sia davvero la volontà del licenziante/titolare dei diritti e quali siano le condizioni che gli utilizzatori devono effettivamente rispettare.

Infine, si noti che, per espressa previsione della pagina "note legali", la licenza si intende applicata ai testi e ai dati ma restano escluse le immagini, la cui riproduzione è condizionata "all'approvazione scritta del ministero", rendendo ulteriormente limitato e vincolato il riutilizzo dei documenti che necessariamente contengono anche immagini (pensiamo a grafici e infografiche). Tutto il discorso ovviamente vale se si dà per acquisito che si tratti di dati aggregati e anonimizzati (come mi auspico sia), per i quali quindi non si pongono problemi di gestione/tutela della privacy.

E fin qui mi sono limitato appunto all'aspetto legale. L'openness di un dato però dipende anche da aspetti di natura tecnologica e ontologica. Su questo aspetto però lascio volentieri la parola a persone più esperte di me.

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I CINQUE INTERVENTI RICHIESTI DA DATIBENECOMUNE.IT

  • rendere disponibili, aperti, interoperabili (machine readable) e disaggregati tutti i dati comunicati dalle Regioni al Governo dall'inizio dell'epidemia per monitorare e classificare il rischio epidemico (compresi tutti gli indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio, di accertamento e quelli di risultato). Fare lo stesso per tutti i dati che alimentano i bollettini con dettaglio regionale, provinciale e comunale, della cosiddetta Sorveglianza integrata COVID-19 dell'Istituto Superiore di Sanità e i dati relativi ai contagi all’interno dei sistemi, in particolar modo scolastici. Tutti i dati devono riportare la data di trasmissione e aggiornamento;
  • rendere pubbliche le evidenze scientifiche, le formule e gli algoritmi, che mettono in correlazione la valutazione del rischio, le misure restrittive e l’impatto epidemiologico ad esso correlato;
  • recepire nella gestione, pubblicazione e descrizione dei dati tutte le raccomandazioni della task force “Gruppo di lavoro 2 – Data collection and Infrastructure“, presenti nel documento “Analisi dei flussi e mappatura delle banche dati di interesse per la task force dati per l’emergenza COVID-19”;
  • nominare un/a referente COVID-19 su dati e trasparenza e un/a referente per ogni regione, a cui la società civile possa fare riferimento;
  • istituire un centro nazionale, in rete con omologhi centri regionali, dedicato ai dati Covid, che non solo imponga standard e formati, ma che coordini e integri nuovi sistemi di raccolta e individui le criticità in quelli esistenti.


lunedì 9 novembre 2020

Storie bizzarre di copyright sui social media: Max Pezzali censurato su Facebook

Storie bizzarre di #copyright sui #socialmedia.

La scorsa settimana c'era Max Pezzali ospite di Rai Radio 2, dove in un duetto improvvisato ha cantato il ritornello del suo brano "Gli anni". Radio 2 ha poi pubblicato lo spezzone sulla propria pagina Facebook... ma, se provate ad ascoltare, al secondo 40 l'audio scompare.

Ovviamente solo Facebook conosce davvero il motivo di questa strana "censura"; ma molto probabilmente è stato rilevato un problema di copyright. Non fa nulla se a cantare è lo stesso autore del brano; non fa nulla se tutto si svolge in un contesto abbastanza "ufficiale" (una radio pubblica nazionale e non la sagra della polenta). Il sistema automatizzato di controllo di Facebook rileva una somiglianza troppo stretta al brano originale e quindi lo oscura. D'altronde di mezzo non ci sono solo i diritti di Pezzali in persona ma di altri eventuali coautori, dei produttori, delle case discografiche.

Questo è il mondo in cui viviamo; il mondo in cui l'enforcement del copyright non viene gestito da esseri umani, bensì da sistemi automatizzati (cosiddetti bot).

Qui sotto trovate l'embedd del video come compare sulla pagina Facebook di Radio 2.

[Ringrazio Daniele Rontani per la segnalazione. Se siete a conoscenza di altre storie simili, segnalatele pure qui sotto nei commenti.]





sabato 7 novembre 2020

Diritto d'autore e privacy applicati alle biblioteche: corso online per AIB Trentino-Alto Adige

Lunedì 16 e lunedì 23 novembre sarò docente in un corso di formazione online intitolato "Diritto d'autore e privacy applicati alle biblioteche" e organizzato da AIB (Associazione Italiana Biblioteche), Sezione Trentino-Alto Adige.

Lo scopo del corso sarà quello di conoscere e applicare la legislazione in materia di diritto d'autore e di privacy, con specifico riferimento ai servizi delle biblioteche, secondo la seguente struttura.

  • Elementi di diritto d'autore e l'applicazione delle norme nelle attività in biblioteca (16 novembre, dalle 9 alle 13)
  • Fondamenti della tutela della privacy e la loro applicazione in biblioteca (23 novembre, dalle 9 alle 13)

Il corso si svolgerà su piattaforma Zoom per un totale di 8 ore di lezione frontale, con momenti di discussione e confronto. Inoltre alla fine del corso sarà somministrato un questionario di verifica dei risultati dell’apprendimento, che verrà poi commentato. La lezione online sarà supportata dalla proiezione di slide e dalla segnalazione di riferimenti normativi  e bibliografici

I partecipanti riceveranno l'attestato di frequenza, previo superamento del test di fine corso, utile ai fini della qualificazione professionale, ai sensi dell’art. 5 del Regolamento d’iscrizione all’AIB. 

Il corso è riservato ai soci AIB, con partecipazione gratuita per bibliotecari/e operanti in provincia di Bolzano e per i soci della Sezione AIB Trentino-Alto Adige e con una quota di iscrizione di 20 euro per i soci provenienti da altre regioni. È previsto un massimo di 60 posti disponibili e le iscrizioni si raccolgono online entro giovedì 12 novembre al link https://www.aib.it/attivita/formazione/2020/86257-diritto-dautore-privacy-biblioteche/. Per maggiori informazioni potete scrivere a taa[at]aib.it.



martedì 3 novembre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 3 – La pubblicazione in Open Access | Par. 4 – La Gold road

 LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 3 – La pubblicazione in Open Access

Paragrafo 4 – La Gold road

Una delle critiche fatte a Finch è il suo appoggio alla Gold road per quanto riguarda l'open publishing. Come accennato in precedenza, i sostenitori della Green road pensano che sia più sicura e meno cara. Tuttavia, il percorso Gold non è sbagliato di per sé; è più una questione di quale modello economico si adotti e quale costi e libertà esso offra. Così com'è il dibattito sulla Gold road fornisce un esempio dei dettagli più sottili che riguardano l’openness, che si intravedono solo nel momento in cui l'iniziale approccio open è stato accettato. Una ragione di questa agitazione sul Gold OA è che si tratta di un metodo messo a punto dagli editori invece che dagli universitari, cosa che può avere numerose conseguenze involontarie.
Ironicamente l’openness può portare all'elitarismo: se un autore infatti ha bisogno di pagare per pubblicare, specialmente in tempi di ristrettezze, questo diventa inevitabilmente un lusso. I giovani ricercatori o le università di minori dimensioni potrebbero poi non avere questi fondi a disposizione. Molte case editrici hanno inserito esenzioni per i giovani ricercatori: PLoS per esempio ha una liberatoria “no question asked” e non fa pagare i paesi in via di sviluppo. Tuttavia non c'è nessuna garanzia a riguardo e se il Gold OA finanziato da APC diventa la norma, allora ci potrebbe essere un conflitto con gli editori che puntano a massimizzare i profitti. Se ci sono sufficienti clienti che pagano, allora non è nel loro interesse accordare troppe esenzioni. Significa anche che università più ricche possono inondare i giornali di articoli e significa anche che quelle che hanno borse di studio per la ricerca possono pubblicare, dato che è da lì che arrivano i fondi, e chi invece non ne ha può vedersi escluso. Questo incrementa la competizione in un regime di finanziamenti alla ricerca già altamente competitivo. L'Open Access può incrementare l'”Effetto Matthew”, per cui lo stesso autore pubblica più articoli (Anderson 2012). Sarebbe certo una strana ironia se l'Open Access finisse per creare una elite che si autoalimenta.
Un altro possibile problema con il Gold OA finanziato da APC è che può portare costi aggiuntivi. Una volta che il costo di pubblicazione è caricato sui finanziamenti alla ricerca, allora l'autore non ha un interesse legittimo a controllare il prezzo. Non c'è perciò un forte interesse a tenere i costi bassi o a trovare meccanismi alternativi; il costo della pubblicazione è sulle spalle dei contribuenti (che sono quelli che alla fine finanziano la ricerca) o degli studenti (se vengono dalle finanze delle università). I profitti e i benefici restano agli editori che vanno avanti come prima, forse anche con meno moderazione.


La riserva finale che ho riguardo al Gold OA è che come è comunemente interpretato non promuove il cambiamento. In The Digital Scholar (2011) ho parlato di come un approccio digitale interconnesso e aperto possa modificare la nostra interpretazione di cosa costituisca ricerca e di come gran parte della nostra attuale percezione è stata dettata da forme di produzione già esistenti. Quindi per esempio possiamo considerare una granularità di output minori rispetto ai tradizionali articoli di 5000 battute; un maggiore uso di revisioni a posteriori invece che ex-ante; e l'adozione di diversi format mediatici che cominciano a cambiare la nostra idea di cosa sia ricerca. Ma un modello Gold OA che rafforza il potere degli editori commerciali semplicemente mantiene uno status quo e conserva l'articolo peer reviewed come il principale obiettivo che la ricerca debba raggiungere.
È ancora troppo presto per scoprire se qualcuno di questi scenari avrà luogo, ma sono del tutto fattibili e se si presentassero allora sarebbe difficile raffigurare l'Open Access come qualsivoglia forma di vittoria. Questo non significa necessariamente che bisogna seguire il punto di vista di Harnad per il quale il Green OA è l'unico percorso corretto, anzi bisognerebbe considerare il dibattito corrente sul Gold OA come sintomatico di un rapporto con gli editori che sta  semplicemente cambiando.

lunedì 2 novembre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 3 – La pubblicazione in Open Access | Par. 3 – Il report Finch

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 3 – La pubblicazione in Open Access

Paragrafo 3 – Il report Finch

Il report Finch è il risultato di un gruppo di lavoro guidato da Dame Janet Finch che il governo britannico ha messo insieme con il compito di stilare una lista di raccomandazioni sull'uso dell'open publishing. Il gruppo pubblicò la relazione nel luglio 2012, consigliando una transizione ad un ambiente Open Access e scegliendo la Gold road per la pubblicazione (Finch Group 2012). Le raccomandazioni del report vennero accettate dal governo britannico, anche se in un secondo momento fu avviata una breve inchiesta per esaminarne alcuni dettagli attuativi. Fu messo a disposizione un finanziamento di 10 milioni di sterline per aiutare le università nella transizione alla Gold road in Open Access.
Anche se è focalizzato sul Regno Unito, il report Finch rappresenta un microcosmo che comprende alcune delle questioni in materia di open education, perciò vale la pena di analizzarlo nel dettaglio, in quanto è uno schema che ritorna. Ad una prima occhiata sembra un successo straordinario per i sostenitori dell'Open Access: non solamente le raccomandazioni sono a favore dell'accesso aperto, ma il Governo lo ha accettato e ha fatto in modo che ci fossero fondi per sostenerlo. Un'analisi più approfondita della relazione e della sua attuazione però solleva una serie di preoccupazioni.
Il primo problema riguarda la cautela insita nel progetto. Il report riconosce che alcuni archivi come arXiv (l'archivio di bozze definitive dei fisici) hanno avuto successo ma conclude che non sono di per sé un modello fattibile, dichiarando:
c’è una diffusa presa di coscienza che gli archivi di per sè non costituiscano una valida base per un sistema di comunicazione della ricerca che voglia dare accesso ad un contenuto di qualità garantita, poiché non forniscono nessuno strumento per una peer review delle bozze. Anzi si rifanno ad un'offerta di materiale pubblicato che è stato oggetto di una peer review da parte di altri; o in alcuni casi forniscono strumenti che permettono commenti o giudizi da parte dei lettori che diventano un sistema più informale di peer review una volta che il materiale è stato depositato e disseminato attraverso l'archivio stesso.
Comunque, questa è una dichiarazione della posizione corrente. Se si sta proponendo un'iniziativa a livello nazionale, allora un archivio (o una collezione di archivi) può davvero essere un approccio fattibile. La raccomandazione di passare ad un Open Access con la Gold road significa che il contribuente finanzierà efficacemente gli editori, dato che il denaro arriverà dagli enti di ricerca. Considerando questi soldi come un possibile esborso da mettere sull'Open Access, allora potrebbero essere allocati in modo utile su un arXiv interdisciplinare e nazionale. Il difensore del Green OA Harnad (2012) sostiene invece che il Green OA è gratuito e che il Gold OA proposto nel report Finch costerebbe 50-60 milioni di sterline all'anno per la sua implementazione, e critica Finch per non sostenere il modello alternativo.
Il secondo problema è la mancanza di obblighi che il report impone agli editori. Il report suggerisce che sarebbe bene che gli editori linkassero ai dati delle pubblicazioni, ma non lo esige:
In un mondo ideale ci dovrebbe essere una maggiore integrazione tra il testo e i dati presentati negli articoli di giornale, con link diretti ai dataset; una conseguente diminuzione del materiale di supporto; e collegamenti bidirezionali, con interactive viewers, tra pubblicazioni e dati rilevanti contenuti negli archivi. La disponibilità e l'accesso a pubblicazioni e ai relativi dati allora diventa davvero integrata, in un sistema che si arricchisce reciprocamente.



Il report potrebbe consigliare di finanziare le università per pubblicare direttamente riviste in OA (come diremo in seguito), nei quali l'autore avrebbe il pacchetto “base” al quale gli editori potrebbero aggiungere valore. Senza imporre quanto richiesto dalla Gold road o un contributo ragionevole da versare, si crea una situazione finanziaria che potrebbe risultare peggio del modello corrente per le università e per i finanziatori.
Il report Finch ha poi un ulteriore problema, cioè la troppa influenza degli editori nel decidere le linee guida da seguire. Mantenere la sopravvivenza economica dell'industria delle pubblicazioni accademiche così com'è nella sua forma attuale sembra essere fondamentale. Per esempio, nel report si dice:
si deve fare in modo che gli editori (sia che operino nel settore commerciale che nel no-profit) possano sostenere i costi della peer review, della produzione e del marketing, così come alti standard di presentazione, ricerca e navigazione, così come collegamenti e arricchimento dei testi (“semantic publishing”) che i ricercatori e gli altri lettori si aspettano sempre di più. Gli editori hanno anche bisogno di generare un surplus da poter reinvestire nell'innovazione e in nuovi servizi, per distribuire gli utili agli azionisti etc...
Generare un profitto per editori e azionisti dovrebbe essere un effetto secondario rispetto a quello di offrire un servizio utile, non l'obiettivo principale. L'obiettivo è quello di una divulgazione efficace della ricerca.
Il pericolo di questa tendenza è che crea un modello che è economicamente impraticabile, in cui la maggior parte del denaro va agli azionisti o è usato per creare sistemi che mirano ad ottenere un vantaggio nella concorrenza. E nessuno di questi ha a che vedere con la divulgazione della ricerca. Un report di Deutsche Bank (citato in McGuidan e Russel 2008) dice:
Crediamo che l'editore aggiunga ben poco valore al processo di pubblicazione. E non stiamo cercando di sminuire ciò che 7000 persone fanno ogni giorno nelle case editrici per vivere. Stiamo semplicemente osservando che se il processo fosse davvero così complesso e caro e se aggiungesse il valore che dicono gli editori, probabilmente un 40% di margine non sarebbe possibile.
La conclusione del report Finch (e il suo successivo aggiornamento che sostanzialmente non la cambia) non fa riferimento a questo problema e certo può peggiorare le cose. Perde anche un'opportunità di pensare a metodi più radicali attraverso i quali ottenere una buona divulgazione della ricerca, perché si assume la stabilità dell'attuale approccio.

domenica 1 novembre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 3 – La pubblicazione in Open Access | Par. 2 – Il successo dell'Open Access

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 3 – La pubblicazione in Open Access

Paragrafo 2 – Il successo dell'Open Access

La pubblicazione in Open Access come abbiamo visto iniziò nel 1990 prendendo ispirazione dalle comunità open source e osservando che il contenuto digitale e in rete aveva cambiato la natura della divulgazione. Open Access è generalmente interpretato con il significato di “accesso online e gratuito a lavori accademici”, anche se la Budapest Open Access Initiative (2002) ne dà una definizione più precisa, che comprende il significato di free access non solo in termini di costo, ma anche di accesso libero dai limiti di copyright:
Per “accesso aperto” a tale letteratura intendiamo la sua disponibilità pubblica e gratuita in Internet, e la possibilità per ogni utente di leggere, scaricare, copiare, diffondere, stampare, cercare, o linkare al testo completo degli articoli, di analizzarli e indicizzarli, di trasferirne i dati in un software, o usarli per ogni altro utilizzo legale, senza ulteriori barriere (legali, tecniche o finanziarie) se non quelle relative all’accesso a Internet. L’unico vincolo riguardo la riproduzione e la distribuzione, e l’unica funzione del copyright in questo ambito, dovrebbe essere la tutela dell’integrità del lavoro degli autori e il diritto di essere debitamente riconosciuti e citati.
Questo ricorda la distinzione tra free cost e free reuse (gratuito e riutilizzabile liberamente) che fa Stallman riguardo al software. Anche se la definizione di Open Access non è controversa come altri termini che incontreremo, il percorso lo è. Ci sono due metodi principali che consentono l'Open Access:
  • La Gold road, secondo cui sono gli editori a mettere la rivista (o l'articolo) in Open Access. Per le case editrici i guadagni che di norma venivano presi dal modello privato di iscrizione all’archivio devono essere recuperati, e questo può avvenire con l'applicazione dell'APC. Uno studio su 1.370 periodici pubblicati nel 2010 ha parlato di un range tra gli 8 e 3.900 dollari con un APC medio di 906 dollari (Solomon&Bjork 2012). La Gold road comunque non richiede un APC, è solo un modello per renderla fattibile.
  • La Green road, in cui l'autore archivia lui stesso una copia dell'articolo sia sul proprio sito sia su un archivio istituzionale.
Con la scelta del percorso Gold l'enfasi è posta sulla rivista, mentre con la scelta Green sugli archivi online. A queste si aggiunge poi una terza opzione, chiamata Platinum, in cui il giornale non applica nessun APC e pubblica in Open Access, ma questa può essere vista come una variante della Gold road. Riviste di questo tipo sono di solito gestite da società o università per le quali la rendita finanziaria è di minore importanza rispetto alla diffusione.
In realtà le cose stanno in modo un po' più complesso. Per quanto riguarda la Green road, ciò che è “green” può variare. Molti editori metteranno un embargo per un determinato periodo, decidendo che un articolo non può essere archiviato autonomamente prima di un certo lasso di tempo, che può variare dai 6 ai 18 mesi. Nelle sue policy Open Access l'Office of Science and Technology Policy americano (OSTP) ha un embargo di 12 mesi (Holdren 2013), mentre Science Europe (2013) chiede solo 6 mesi. La Gold road può essere usata in modo ibrido, per cui in una rivista alcuni articoli sono Open Access ma non tutti. In questo caso gli editori ancora applicano una tariffa per l’abbonamento alla rivista, anche se può essere ridotta, e ricevono un APC per i singoli articoli. Può essere visto come un modello di transizione all'Open Access, ma alcuni ritengono che sia solo un modo per guadagnare due volte dalla stessa rivista (Harnard 2012). Science Europe prende una posizione molto chiara contro il modello ibrido, dichiarando che “come è attualmente strutturato e implementato dagli editori non è un percorso fattibile e che può funzionare per l'Open Access. Tutti i modelli di transizione all'Open Access sostenuti dalla Science Europe Member Organisation infatti devono essere contrari al 'doppio gioco' e aumentare la trasparenza sui costi”. Per quanto riguarda i diritti, è ancora possibile fare in modo che un articolo sia disponibile in modalità open, ma le definizioni di Open Access sottolineano il fatto che il riutilizzo è fondamentale, quindi l'uso delle licenze Creative Commons diventa la norma.
La diffusione dell'Open Access ha avuto grande successo. Laakso e altri (2011) hanno tracciato la crescita delle riviste OA e degli articoli dal 1990 come mostrato nella Figura 1.
Allo stesso modo il progetto ROARMAP (Registry of Open Access Repositories Mandatory Archiving Policies) della University of Southampton mostra i numeri delle politiche Open Access a livello istituzionale, a livello di finanziatori e a livello teorico. Il modello qui è un po' in ritardo rispetto a quanto visto con le riviste OA, dato che le politiche sono entrate in vigore solo quando l'OA è diventato una pratica consolidata, ma mostrano lo stesso un trend di sostanziale crescita dal 2003 al 2013 (Figura 2). Entrambi i trend sembrano andare in una direzione precisa, e non c'è nessuna ragione per supporre che rimarranno stabili o scenderanno. Un recente studio di Wiley ha scoperto che il 59% degli autori ha pubblicato su riviste OA, la prima volta cioè che la proporzione ha superato la metà (Warne 2013). Le pubblicazioni in Open Access non sono più una questione di nicchia, riservata a coloro che ne hanno una particolare attrazione. È diventata una pratica mainstream. E questo è in linea con quanto discusso nel capitolo 1.


Prima di esaminare i problemi che in questo momento affliggono l'OA, vale la pena di considerare le ragioni di una così ampia diffusione. Gli argomenti a favore dell'Open Access rientrano in generale in due campi, che riflettono quelli dei movimenti free e open source – e cioè che l'Open Access è un efficiente modo di operare ed ha una forte base etica.
Può essere considerato efficace dalla prospettiva di un autore che vuole che il suo lavoro sia letto e citato da più persone possibili. Potrebbe sembrare logico infatti che articoli pubblicati senza nessuna restrizione di accesso ricevano più attenzione di quelli in database privati, ai quali si deve accedere attraverso biblioteche (o acquistati con una logica di singolo articolo). Dall'influenza del web 2.0 sulla open education sappiamo che ci si aspetta un contenuto gratuito, e quindi i lettori che trovano un articolo che richiede un pagamento semplicemente vanno a cercare altro. Anche i social media possono essere visti come modi per mettere pressione Open Access sugli articoli. Per condividere le risorse in modo efficace su Twitter o con altri mezzi infatti, l'articolo deve essere già disponibile in modalità open. Serve a poco condividere un link ad un articolo interessante se questo richiede un pagamento di 50 dollari per leggerlo. Anche se la maggior parte dei lettori sono accademici, le istituzioni che li ospitano potrebbero non avere sempre l'accesso a quella particolare rivista. Dal 2001 (Lawrence 2001) ci sono state crescenti prove del fatto che articoli disponibili in modalità open hanno più download e citazioni di quelli in database privati, come Gargouri e altri (2010) riassumono: “Questo 'vantaggio dell'impatto OA' si ritrova in tutti i campi analizzati fino ad ora – fisico, tecnologico, biologico, di scienze sociali e umanistico”. L'Open Citation Project (2013) ha un'ampia bibliografia di studi che dimostrano questo effetto. Alcuni studi riportano che le citazioni non sono aumentate ma il numero di download sì, a volte di percentuali sostanziali, per esempio Davis e altri (2008) parlano di un aumento dell’89% di download di testi completi per articoli in Open Access.
Nell'esaminare le motivazioni per cui gli accademici pubblicano su giornali peer reviewed, Hemming e altri (2006) suggeriscono tre categorie di fattori: incentivo, pressione e supporto. L'incentivo è il più saliente e può prendere forme intrinseche come la condivisione di risultati, e forme estrinseche come l'aumento di possibilità di promozione. Dato che gli universitari sono di rado pagati per i loro contributi, il vantaggio dell'impatto Open Access sta nella motivazione a cercare stimoli – anche se il principale obiettivo è quello di aumentare l'interesse nell'area o di migliorare un profilo individuale, quindi incrementare il numero di download e citazioni di un articolo facilmente andrà a beneficio di tutto ciò. Questa tendenza è solo contrastata dal prestigio che viene dal pubblicare su certe riviste, che siano esse open o no.
La pubblicazione in Open Access opera come modello efficiente e pragmatico per divulgare i risultati della ricerca, che è uno degli scopi principali delle pubblicazioni universitarie, e ha anche una forte argomentazione etica, o ideologica, a suo supporto, dato che molti fondi per gli studi che vengono pubblicati sulle riviste provengono da risorse pubbliche. Questo va a formare il principio cardine della maggior parte delle policy Open Access: per esempio la Wellcome Trust (senza data), un'organizzazione benefica che finanzia la ricerca medica, dichiara: “crediamo che massimizzare la diffusione di queste ricerche – garantendone l'accesso gratuito, libero e online – sia il modo migliore per assicurarsi che l'analisi che noi finanziamo sia accessibile, letta e sviluppata”.
La policy dell'americana OSTP (Holdren 2013) dice che “i risultati diretti della ricerca scientifica supportata da fondi federali sono messi a disposizione di pubblico, aziende e comunità scientifica”. Qui c'è un dibattito molto acceso e cioè che se il pubblico paga per la ricerca allora deve averne accesso. C'è anche un ulteriore argomentazione che sostiene che la ricerca progredisce solo con la condivisione tra il maggior numero di persone possibili, e che l'accesso ad essa (non importa chi sia il finanziatore) dovrebbe essere praticabile. Mike Taylor (2013a) lo dice senza mezzi termini: “Pubblicare la scienza dietro compenso è immorale”. La combinazione di questi dibattiti pratici ed etici ha reso difficile giustificare o mantenere le pratiche esistenti che traggono profitti dalle pubblicazioni accademiche. Come vedremo con altri aspetti dell’openness, il dibattito diventa affascinante. È dove la battaglia per l’openness ha inizio, come vedremo.

mercoledì 28 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 3 – La pubblicazione in Open Access | Par. 1 – Introduzione

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 3 – La pubblicazione in Open Access

Bisogna essere preparati a combattere per i propri semplici piaceri e pronti a difenderli contro l'eleganza, la saccenteria e tutte le tendenze glamour – Amor Towles

Paragrafo 1 – Introduzione

Nel capitolo 1 si diceva che abbiamo assistito alla transizione dell’openness da un interesse periferico ad un approccio mainstream nel campo dell'istruzione superiore. Questa transizione ha portato con sé un certo numero di tensioni e problemi, come si è visto dall'analogia con le rivoluzioni e con il movimento green. Dopo aver analizzato il concetto di openness più in dettaglio nel precedente capitolo, i prossimi cinque vanno dunque al centro dell'argomento. Ciascun capitolo prenderà in esame un aspetto della open education ed entrerà nel dettaglio di come ha avuto successo e di quali siano le sue maggiori sfide. E comincia in questo capitolo con un elemento di grande successo nell'ambito della open education, e cioè la pubblicazione in Open Access.
Nella battaglia per l'open la pubblicazione in Open Access (OA) è probabilmente quella con la storia più lunga. Vale la pena di dare un'occhiata ai problemi che stanno nascendo in questo campo prima di considerare altri aspetti, dal momento che mostrano al meglio le caratteristiche della battaglia accennate nel capitolo 1. Ad esempio c’è un considerevole giro di denaro in questo settore. Reed Elsevier ha parlato di guadagni che hanno superato i sei miliardi di sterline nel 2012, dei quali più di due miliardi sono stati usati per pubblicazioni scientifiche, tecniche o mediche. È un'area in cui l’openness ha “vinto”, e di gran lunga, con richieste vincolanti da parte di finanziatori della ricerca, di governi e di istituzioni che rendono l'Open Access obbligatorio. Eppure nel momento della vittoria i sostenitori dell'Open Access sono contestati e messi in dubbio.
La Gold road mette le riviste accademiche in Open Access in modo che qualsiasi lettore possa avere accesso al contenuto gratuitamente. Il focus di questa scelta è usare le riviste come mezzo per condividere contenuti. Ci sono molti modi in cui queste possono essere finanziate, per esempio da università o società professionali, se invece si tratta di una rivista pubblicata da una casa editrice, allora il percorso generalmente scelto è l'Article Process Charges (APC) in cui l'autore (o il finanziatore della ricerca) paga una quota per rendere l'articolo open. La Gold road è l’indicazione favorita in molti casi, ma con APC potrebbe finire per costare di più sia in termini economici che di opportunità, come vedremo in seguito. La trappola Open Access pubblicata su Science (Bohannon 2013) dove articoli evidentemente deboli e falsi furono accettati da 157 riviste OA, dimostrò che questo modello “pay-to-publish” poteva creare tensione nei rapporti con l'editore. Fu però illuminante nell'ambito della battaglia per l'open per due motivi: in primo luogo dimostrò di nuovo come il termine “openness” avesse un mercato e come riviste di dubbia provenienza si fossero messe in gioco offrendo pubblicazioni Open Access; in secondo luogo i decisori (molti dei quali pubblicarono l'articolo) potrebbero non essere interessati al successo dell'OA. Se l'Open Access è percepito infatti come di bassa qualità, ciò va a rinforzare il loro mercato e l'esistente sistema di abbonamenti ai loro archivi. Questo dimostra il pericolo di lasciare che interessi commerciali influiscano sulla direzione dell’openness. Ma prima diamo un'occhiata a come la pubblicazione in Open Access ha avuto così tanto successo.



La battaglia per l'open | Cap. 2 – Che tipo di openness? | Par. 5 – Conclusioni

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 2 – Che tipo di openness?

Paragrafo 5 – Conclusioni

L’openness nel settore dell'istruzione raccoglie molti filoni e, a seconda della particolare accezione di open education che si considera, alcuni di essi prevalgono su altri. Questo rende problematico il parlare della open education come di un movimento o di un'entità chiaramente definiti, e l'adottare una singola definizione è controproducente. Così come la open education ha molti aspetti tra loro legati, come l'Open Access, le OER, i MOOC e l'open scholarship, allo stesso modo essa si definisce sovrapponendo distinte influenze. In questo capitolo si sono proposte tre di queste influenze – e cioè l'università open, l'open source e il web 2.0 – ma ce ne potrebbero essere altre, ad esempio prendendo una prospettiva socio-economica: alcuni hanno trovato elementi di neo-liberismo nella popolarità dei MOOC (Hall 2013). Ma non è nelle intenzioni di questo libro esplorare questi aspetti, anche se un'analisi di questo genere riguardo alla open education sarebbe molto interessante.
Dopo aver osservato le possibili motivazioni per l'approccio open, e i fattori di influenza che hanno portato alla sua forma attuale, i differenti aspetti dell’openness nell'istruzione possono ora essere ora presi in considerazione. Il primo di questi è forse il più venerando, cioè la pubblicazione in Open Access, ed è il tema del prossimo capitolo.


martedì 27 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 2 – Che tipo di openness? | Par. 4 – Principi che si fondono

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 2 – Che tipo di openness?

Paragrafo 4 – Principi che si fondono

Da questi tre principali filoni – università open, open source e web 2.0 – derivano un certo numero di principi che si fondono nell'attuale movimento open education. Dalle università open abbiamo ereditato i principi dell'Open Access e la rimozione di barriere sull'istruzione, ristretti comunque alla particolare interpretazione di open education e strettamente legati a particolari politiche nazionali. Il software open source ci ha portato i principi della libertà di utilizzo, del reciproco beneficio che viene dal condividere le risorse e ha gettato le basi per le licenze. Non si è andati però molto al di là delle ristrette e specializzate comunità di sviluppatori software. Infine, il web 2.0 ha creato il contesto culturale all'interno del quale l’openness viene ampiamente riconosciuta e attesa. Una lista di principi generali ereditati da questi tre filoni potrebbe essere: 
  • libertà di riutilizzo
  • Open Access
  • gratuità
  • facilità di utilizzo
  • contenuto digitale in rete
  • approcci social e community based
  • argomenti etici a supporto dell’openness
  • openness come modello efficiente
Queste sono trasformazioni digitali, di rete; la natura non competitiva del contenuto digitale e la facile distribuzione del contenuto delle conversazioni online, le mette tutte in evidenza. E mentre è possibile immaginarle come un cluster di principi interconnessi, si dovrebbero anche immaginare campi o cluster di minore dimensione all'interno. Per esempio, l'idea che il contenuto dovrebbe essere gratuito non era inizialmente una preoccupazione dell'università open o del movimento per l’open source software, anche se il software open source è spesso gratuito. È stato con lo sviluppo del web 2.0 che “free” è diventato una prospettiva. Si potrebbero osservare poi che i vari aspetti dell’openness nell’istruzione si allineano con alcuni di questi principi, ma non con tutti. Per esempio, i MOOC commerciali stanno adottando un approccio di gratuità e di accesso aperto ma non necessariamente la libertà di riutilizzo.
È proprio per questo miscuglio di principi che ho preferito non dare una definizione univoca di openness nell'ambito dell'istruzione superiore e che proporrei invece che fosse vista come un mix di principi che si sovrappongono.




martedì 20 ottobre 2020

Corso online sul diritto d'autore in biblioteca per il Comune di Cameri (Novara)

Questo giovedì (22 ottobre) e il prossimo (29 ottobre) in mattinata terrò due incontri formativi online organizzati dal Comune di Cameri (Provincia di Novara) sulla gestione del diritto d'autore in biblioteca.

Condivido di seguito la locandina. L'iniziativa è rivolta unicamente al personale del sistema bibliotecario BANT (Biblioteche Associate Novarese e Ticino), tuttavia metterò a disposizione le slides e, se riuscirò a registrare, anche qualche video tratto dal corso online.




La battaglia per l'open | Cap. 2 – Che tipo di openness? | Par. 3 – L'istruzione open. Un breve accenno storico

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 2 – Che tipo di openness?

Paragrafo 3 – L'istruzione open – Un breve accenno storico

Quando è iniziato l'attuale movimento della open education? È una domanda di difficile risposta, dato che è inevitabile replicare “dipende da cosa intendi per l'attuale movimento di open education”. Ed è anche una risposta rivelatrice, in quanto dimostra che il movimento non è facilmente definibile. Come la definizione di openness, infatti, bisognerebbe considerarla non come un'entità singola ma piuttosto come una raccolta di principi ed idee che si intersecano. Questo paragrafo parlerà proprio di questo, cercando di focalizzarsi sulle radici della open education.
Suggerisco tre filoni chiave che portano all'attuale insieme di concetti centrali nella open education: l'istruzione Open Access, il software open source e la cultura del web 2.0.


Università open

L'accesso aperto all'istruzione risale a ben prima della Open University (OU), con la pratica delle lezioni pubbliche. Prendiamo però la fondazione della OU come il punto di partenza della storia dell'istruzione Open Access, così come viene comunemente interpretata. Proposta nel 1926 come una “università wireless”,  l'idea prende piede nei primi anni '60 e diventa un impegno concreto del manifesto del Partito Laburista nel 1966. Fondata nel 1969 con la missione di voler essere un'università “aperta a persone, luoghi, metodi e idee”, la OU puntava a facilitare l'accesso all'istruzione superiore a persone che altrimenti ne sarebbero state escluse, sia per mancanza delle qualifiche necessarie, sia perché il loro stile di vita o i loro impegni impedivano loro di dedicarsi full-time allo studio. L'approccio dell'università era dunque mirato alla rimozione di queste barriere. Cormier (2013) suggerisce che erano importanti le seguenti accezioni di open:

Open = accessibile, “supporto all'apprendimento open”, interattivo, dialogico. L'accessibilità era la chiave.
Open = pari opportunità, senza restrizioni portate da barriere o ostacoli all'istruzione e alle risorse didattiche.
Open = trasparenza, condivisione di obiettivi didattici con gli studenti, divulgazione degli schemi di votazione e offerta di tutoraggio per esami.
Open = ingresso aperto, nessuna richiesta di qualifiche per l'accesso. Tutto ciò che si richiedeva erano ambizione e motivazione/desiderio di imparare.

In questa interpretazione la open education promuoveva un'istruzione part-time, a distanza, supportata e in Open Access. Il modello della OU riscontrò grande successo e furono fondate altre università open in diversi paesi che seguivano questa strada. Il bisogno di estendere l'accesso all'istruzione superiore anche a coloro che non potevano sfruttare il modello convenzionale divenne ad un certo punto qualcosa che anche i governi dovettero riconoscere, e la reputazione della OU, sia per i suoi materiali di insegnamento di alta qualità sia per la buona esperienza di apprendimento, resero questo approccio un metodo esemplare.
La maggior parte degli obiettivi delle università open, ad esempio il rendere democratico l'apprendimento e il raggiungere gruppi di persone escluse, sono riemersi poi con l'arrivo dei MOOC (Koller 2012). Da notare che non c'è nessuna enfasi particolare sull'accesso gratuito in questa interpretazione. L'istruzione doveva essere pagata dai governi, e le università open erano alleate di qualsiasi forma di più ampia partecipazione essi volessero adottare. L'accento era posto spesso su un'istruzione economicamente accessibile, ma prima di internet le altre forme di openness erano viste come più rilevanti. È stato infatti con il concetto di open source che “open” e “gratuito” hanno iniziato ad essere usati insieme. 




Open Source e free software

Nel 1970 Richard Stallman, uno scienziato informatico al MIT, si rese conto di quanto poteva essere limitante il controllo che la sua istituzione aveva sui sistemi informatici e fece di questa sua frustrazione una campagna per i diritti associati al software che durò tutta la vita. Nel 1983 iniziò il progetto GNU, nato con l'obiettivo di sviluppare un sistema di software operativo rivale a Unix che avrebbe permesso agli utenti di adattarlo come meglio credevano. Il codice sorgente di GNU fu rilasciato in modalità open, in contrasto con la pratica standard per la quale si rilasciava solo un codice compilato a cui gli utenti non avevano accesso e che non poteva essere modificato. Stallman intuì con anticipo che le licenze erano la chiave per il successo di un progetto e promosse l'approccio copyleft (in opposizione al copyright) per apportare modifiche dopo aver riconosciuto il lavoro originale (Williams 2002).
Come vedremo, questo approccio e la licenza GNU hanno avuto una connessione diretta con il movimento della open education. Stallman sosteneva che il software doveva essere libero così da poter essere usato per altri scopi, e fondò la Free Software Foundation nel 1985, prendendo una chiara posizione ideologica sulla libertà. Come dichiara l'organizzazione GNU: “gli utenti (sia individui che gruppi) controllano il programma e cosa può fare per loro. Quando gli utenti non possono controllare un programma, allora il programma controlla loro”. Ci sono quattro libertà di base promosse dal movimento free software, che riecheggiano le 4R di Reuse e più tardi le licenze nell'istruzione.
Un programma per elaboratore è free software se gli utenti hanno le seguenti quattro libertà fondamentali:
Libertà di eseguire il programma come si desidera, per qualsiasi scopo (libertà 0).
Libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in modo da adattarlo alle proprie necessità (libertà 1). L'accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare gli altri (libertà 2).
Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti da voi apportati (e le vostre versioni modificate in genere), in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L'accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
Da notare che queste libertà riguardano il controllo, non i costi. Certo Stallman è abbastanza chiaro sul fatto che ciò non preclude utilizzi commerciali e che sia legittimo comprare software “free”. La frase citata spesso è “libertà nel senso di libertà di parola non di birra gratis” (“freedom as in speech not as in beer”), ma questa confusione tra i due tipi di libertà viene sollevata spesso per quanto riguarda l'istruzione open.
Legato al movimento free software c'era il movimento open source software, spesso uniti sotto l'unica definizione di FLOSS (Free/Libre Open Source Software). Il movimento open source fa comunemente capo a Eric Raymond, il cui saggio The Cathedral and the Bazaar (2001) ne ha gettato le basi. Il movimento open source, seppure con principi teorici forti, può essere considerato un approccio più pragmatico. Raymond amava il fatto che lo sviluppo del software non fosse competitivo (per cui si poteva condividere tenendone una copia) e che il codice poteva essere sviluppato da una comunità di sviluppatori che spesso lavoravano per piacere e non per denaro. Il principio cardine dietro l'open source è che produrre software open è più efficiente. Il mantra coniato da Raymond è “con un numero sufficiente di occhi tutti i bug vengono a galla” (“given enough eyeballs, all bugs are shallow”), quindi facendo in modo che il codice fosse aperto, il software era migliore. La Free Software Foundation ha distinto chiaramente il free software dall'open source in questo modo:
I due termini descrivono quasi la stessa categoria di software ma rappresentano valori fondamentalmente diversi. L'open source è una metodologia di sviluppo mentre il free software è un movimento sociale. Per il movimento free software avere il software aperto è un imperativo etico, nel rispetto della libertà degli utenti. Al contrario la filosofia dell'open source considera il problema dal punto di vista del miglioramento tecnico del software (Stallman 2012). 
Lo stesso Raymond evidenzia la particolare natura dell'open source dichiarando che “per me non è una faccenda morale o legale, è un problema ingegneristico. Io sto per l'open source perché, molto concretamente, ritengo che porti a migliori risultati dal punto di vista tecnico ed economico” (Raymond 2002). Per chi non è sviluppatore questa distinzione può sembrare pedante o ottusa, dato che spesso i due termini sono uniti e ovviamente chi sostiene l'open source è anche un sostenitore della libertà. Tuttavia vale la pena di notare la differenza in quanto ha risonanza nelle motivazioni della open education. L’openness nell'istruzione può essere vista come un approccio pratico: per esempio, il movimento learning object dei primi anni 2000 ha spesso usato l'argomentazione dell'efficienza, come vedremo nel prossimo capitolo. Ma anche il tema “sociale” è centrale nella open education, cioè il mettere a disposizione di tutti i risultati di una ricerca finanziata con fondi pubblici, piuttosto che in database privati.
I movimenti free software e open source possono essere visti come gli elementi che creano un contesto nel quale la open education può fiorire, in parte per analogia, in parte stabilendo un precedente. Ma c'è anche un collegamento molto diretto. David Wiley (2008) ricorda che nel 1998 si interessò allo sviluppo di una open licence per contenuto didattico e contattò sia Stallman che Raymond direttamente. Ne risultò la licenza open content che lui stesso sviluppò con gli editori per arrivare alla Open Publication Licence (OPL). Questa licenza aveva due varianti: il tipo A che proibiva la distribuzione di versioni modificate senza il permesso dell'autore; e il tipo B che proibiva la distribuzione del libro stampato per fini commerciali. Come lo stesso Wiley commenta, la convenzione terminologica non era stata di aiuto, in quanto non indicava a cosa si riferiva la licenza e le etichette non dicevano quale delle due era stata selezionata. Ma fu adottata dalla compagnia operante nel settore dei media O'Reilly e divenne precursore di una licenza più ampiamente adottata.
La OPL è risultata essere una delle componenti chiave, assieme alla licenza GNU della Free Software Foundation, per lo sviluppo delle licenze Creative Commons di Larry Lessig e altri nel 2002 (Geere 2011). Queste hanno affrontato alcune problematiche relative alle licenze open content e sono diventate essenziali per la open education. Le semplici licenze di Creative Commons (CC) permettono agli utenti di condividere facilmente risorse e non sono limitate al codice software. Il licenziante può decidere le condizioni sotto le quali possono essere usate le sue opere – quella di default è che si riconosca sempre l'autore (CC-BY), ma ci sono anche ulteriori restrizioni come il divieto di uso commerciale senza il permesso dell'autore (CC-NC). Le licenze Creative Commons sono più permissive che restrittive, consentono cioè all'utente di fare quello che la licenza permette senza dover chiedere i vari permessi. Non vietano altri usi, come l'uso commerciale per una licenza CC-NC; dicono solo di contattare prima l'autore. Queste licenze sono state un requisito molto pratico per il movimento OER al fine di convincere le istituzioni e i singoli a rilasciare contenuti in modo aperto, consapevoli del fatto che la loro proprietà intellettuale sarebbe stata protetta. La connessione diretta a Tim O'Reilly porta dunque al prossimo sviluppo influente, dato che è stato O'Reilly a coniare il termine “web 2.0”.


Web 2.0

Pur essendo una frase che è passata da un picco di popolarità e ormai entrata a far parte della storia, il fenomeno del web 2.0 di metà anni 2000 ha avuto un impatto significativo sulla natura dell’openness nel campo dell'istruzione. Il termine è stato usato per identificare un crescente sviluppo nel modo in cui le persone usavano il web. Non era proprio un movimento ma piuttosto un modo per contraddistinguere la natura più interattiva e user-generated di un numero di strumenti ed approcci.
Nel 2005 Tim O'Reilly evidenziò otto principi del web 2.0 che caratterizzavano il modo in cui gli strumenti si stavano evolvendo ed erano usati, compresi siti come Wikipedia, Flickr e YouTube. Alcuni principi risultarono essere più significativi di altri, e alcuni legati più agli sviluppatori che agli utenti, ma riassumevano un modo di usare internet che si era spostato da un modello broadcast ad un modello più colloquiale. Questo insieme di sviluppi si combinerà più tardi con social media come Twitter e Facebook.
Dal punto di vista della open education, il movimento del web 2.0 è stato significativo per due ragioni. Prima di tutto ha decentralizzato molto dell’engagement con il web. Gli insegnanti non avevano più bisogno di un’autorizzazione per creare siti web; potevano creare un blog, aprire un account Twitter, caricare video su YouTube e condividere le loro presentazioni su SlideShare in modo indipendente. Questo ha contribuito a creare una cultura dell’openness tra quegli insegnanti che adottavano questi approcci, cosa che spesso portava a un coinvolgimento con la open education in qualche forma. Lo vedremo più in dettaglio nel capitolo 7 quando parleremo di identità online. In secondo luogo, ha creato un contesto nel quale open e free erano visti come caratteristiche di default del materiale online. Gli utenti che siano stati insegnanti, studenti, potenziali studenti o pubblico generico si aspettavano che il contenuto che trovavano online fosse liberamente accessibile.

lunedì 19 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 2 – Che tipo di openness? | Par. 2 – Evitare di dare definizioni

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 2 – Che tipo di openness?

Cosa succederebbe se di fatto ci fossero sempre solo due individui distinti che passeggiano nella bruma della storia? Ogni differenza deriverebbe da quella dualità? – David Foster Wallace


Paragrafo 2 – Evitare di dare definizioni

Prima di prendere una prospettiva storica, comunque, è bene capire cosa si intende per openness. È un termine che nasconde una serie di interpretazioni e motivazioni che sono la sua benedizione e allo stesso tempo la sua maledizione. È un termine abbastanza generico da poter essere usato in più contesti, ma anche sufficientemente vago perché ognuno possa farne riferimento, rendendolo così inutile. Una soluzione potrebbe essere adottarne una definizione specifica. Per esempio possiamo dire che qualcosa è open solo se conforme alle quattro R di David Wiley (2007a):

1. Reuse – il diritto di riutilizzare il contenuto nella sua versione inalterata/letterale (es. fare un backup del contenuto)
2. Revise – il diritto di adattare, modificare, aggiustare o alterare il contenuto stesso (es. tradurre il contenuto in un'altra lingua)
3. Remix – il diritto di combinare il contenuto originale o rivisto con un altro contenuto per crearne qualcosa di nuovo (es. incorporare il contenuto dentro un altro)
4. Redistribute – il diritto di condividere copie dell'originale, le proprie revisioni/remix con altri (es. dare una copia del contenuto ad un amico)

Widley nel 2014 aveva aggiunto la quinta R di Retain (cioè il diritto di produrre, possedere e controllare copie del contenuto) (Widley, 2014). Questa prospettiva propone il riutilizzo e quindi il licencing come attributo chiave dell’openness. La Open Knowledge Foundation propone una definizione molto precisa di openness proprio perché preoccupati di un suo uso sbagliato. La loro definizione è: “Un pezzo di dati o di contenuto è open nel momento in cui si può liberamente utilizzare, riutilizzare e ridistribuire con la sola limitazione di attribuzione o di share-alike”. Ciascuno dei termini chiave è anche descritto in dettaglio (OKF senza data).
Nonostante il Reuse sia certamente importante, esso potrebbe ignorare alcune interpretazioni più ampie del termine, per esempio se è un aspetto importante della didattica open, è vero anche che fa riferimento ad una certa openness nell'approccio, ad un ethos. Un focus principalmente sul riutilizzo porta ad una visione contenuto-centrica e l’openness riguarda anche la pratica. Lo stesso vale per ogni definizione circoscritta di “openness” che possiamo adottare. In questo libro perciò io accetterò come dato di fatto che sia un termine generico, con una serie di definizioni che dipendono dal contesto. Come sostengo nel capitolo 8, non è mia intenzione creare un'ortodossia rigorosa dell’essere open, o esporre imbrogli legati all'open, ma incoraggiare un coinvolgimento sulle pratiche open da parte di accademici e di istituzioni.
Quindi se rifiutiamo una qualsiasi definizione di openness, qual è il modo migliore per affrontare l'argomento? Probabilmente è un errore il fatto stesso di parlarne come se fosse un approccio univoco; al contrario, è un “termine ombrello”. Ci può essere stato un tempo in cui  il significato era più certo, in particolare agli albori del movimento dell’open education. Per proseguire con la metafora della battaglia del capitolo 1, all'inizio si trattava semplicemente di mettere l'open contro il closed, ma man mano che le argomentazioni si sono sviluppate allora i termini sono diventati più sfumati. Non solo ci sono diversi aspetti dell'openness, ma può anche accadere che alcuni di questi ne escludano altri, o almeno che dare la priorità ad alcuni significhi toglierla ad altri. Un modo di approcciarsi è considerare le motivazioni per cui le persone hanno adottato l'openness. Seguono alcune possibili motivazioni, ma non vuole essere in alcun modo una lista esaustiva.
  • Incremento dell'audience – Il principale obiettivo qui è rimuovere le barriere che separano le persone dall'accesso alle risorse, siano esse un articolo, un libro, un corso, un servizio, un video o una presentazione. Questo significa che la risorsa deve essere gratuita, facilmente condivisibile online e con i giusti diritti. Per esempio, Davis (2011) ha scoperto che su 36 riviste e che erano pubblicate in Open Access hanno ricevuto molti più download e raggiunto un’audience molto più ampia.
  • Incremento del riutilizzo – Questo si relaziona alla precedente motivazione, ma si basa più che altro sull'intenzione che altri hanno di prendere ciò che hai creato e combinarlo con altri elementi, adattarlo e ripubblicarlo. Sono necessarie le stesse considerazioni di cui sopra, ma con un'enfasi maggiore sui diritti minimi e nel rendere la risorsa frazionabile in parti che possano poi essere adattate. Mentre la prima motivazione può significare semplicemente mettere un articolo online, la seconda potrebbe portare alla condivisione dei dati che ne sono alla base.
  • Incremento dell'accesso – La differenza dalla prima motivazione sta nell'intento di raggiungere gruppi che possono essere particolarmente svantaggiati. Potrebbe significare open access nel senso che non è necessaria nessuna qualifica di ingresso per iscriversi al corso di studio. In questo caso open non significa gratuito, dato che può essere che gli allievi abbiano bisogno di un supporto extra, che viene in qualche modo pagato. Aiutare gli allievi che spesso falliscono il loro percorso di istruzione pone il focus più sul supporto e meno sul semplice fare in modo che una risorsa sia gratuita. L'aumento dell'accesso non ha necessariamente a che vedere con il prezzo. 
  • Incremento della sperimentazione – Una delle ragioni per cui la gente adotta approcci open è che questi permettono loro di sperimentare. Ciò può significare l'uso di diversi supporti, il creare identità differenti o il provare un approccio che non rientrerebbe nei vincoli della pratica standard. Per esempio molti MOOC hanno usato la piattaforma per condurre test A/B in cui modificano una variabile in due gruppi, come la posizione di un video o il tipo di feedback fornito, e analizzano l'impatto (Simonite 2013). Il corso open crea entrambe le opportunità con grandi numeri e frequenti presentazioni, all'interno del quadro etico che lo consente. Gli studenti MOOC non pagano, quindi c'è un accordo diverso con l'istituzione scolastica.
  • Incremento della reputazione – Essere in rete e online può aiutare a migliorare il profilo di un individuo o di una istituzione. L'openness consente a più persone di vedere ciò che gli autori realizzano (la motivazione dell'incremento della audience), ma l'obiettivo principale è quello di migliorare la loro reputazione. Come accademico, operare nell'ambito open, pubblicare apertamente, creare risorse online, essere attivo sui social media e stabilire identità online possono essere buoni metodi per ottenere il riconoscimento da parte dei colleghi, che può portare a conseguenze più tangibili come inviti a presentazioni in keynote o a collaborazioni nella ricerca. I problemi legati alla reputazione individuale e all'identità sono trattati nel capitolo 7 dedicato all'open scholarship.
  • Incremento delle entrate – Nel capitolo precedente ho sollevato i problemi dell'openwashing e dell'usare l'openness come strada per un successo commerciale; ma è anche vero che un approccio open o parzialmente open può essere un efficace modello di business. L'approccio freemium funziona così, quando un servizio è per la maggior parte open ma alcuni utenti pagano per servizi extra, come Flickr ad esempio. Se questo è l'obiettivo allora l'openness lavora per creare una significativa domanda del prodotto. Per le università ciò equivale ad un aumento di studenti nei corsi formali.
  • Incremento della partecipazione – Potrebbe essere necessario raccogliere informazioni da un pubblico senza pagare per accedervi. Può essere il caso del fare crowdsourcing nella ricerca oppure dell'ottenere feedback su un libro o su una proposta di ricerca. Essere open permette agli altri di accedere e di fornire gli input richiesti.


Per dimostrare come queste diverse motivazioni possano influenzare la natura dell'openness, permettetemi di porre uno scenario ipotetico: un'università vuole creare un MOOC e chiede al proprio esperto di tecnologie per la formazione di formulare una proposta. I dirigenti dell'università hanno sentito parlare dei MOOC e pensano che si dovrebbe essere attivi in quel settore. Contattano il nostro esperto di tecnologie per la formazione, che a sua volta si consulta con un numero di stakeholder diversi e chiede loro: “Qual è l'obiettivo del MOOC? Che cosa vi aspettate?”. Chi si occupa del marketing risponde che vuole aumentare il profilo e la reputazione online dell'università. Secondo questa prospettiva il MOOC proposto si concentrerà su un tema conosciuto, mettendoci un noto professore. Il tema si intitolerà “Vita su Marte”, sarà una produzione costosa e di alta qualità che funzionerà come vetrina dell'università e attirerà l'attenzione della stampa.
Quando poi si consulta il decano della Facoltà di Scienze, lui invece risponderà che sono preoccupati per il reclutamento di studenti nei corsi post laurea: vorrebbero quindi un MOOC che porti studenti da fuori che paghino tasse elevate. Il modello che potrebbe funzionare qui è quello che prevede le prime sei settimane del corso in modalità open targettizzato su una specifica audience, che si possa poi iscrivere dopo le prime sei settimane.
L’esperto di tecnologie per la formazione parla poi con un docente che vorrebbe provare l'approccio gestito dagli studenti. Gli insegnanti si sentono frustrati dall'approccio client-oriented dell'insegnamento convenzionale e vedono nei MOOC un'opportunità di provare un metodo didattico più radicale, che fino ad ora è stato loro impedito. Non lo considerano particolarmente impattante in termini di pubblico, ma piuttosto un'esperienza di apprendimento ricca per chi la prova, dato che gli studenti stessi si creeranno il loro curriculum. La sua proposta è un MOOC basato su Wordpress che mostri una serie di tecnologie che permettano agli studenti di collaborare alla creazione del contenuto.
Successivamente l’esperto di tecnologie per la formazione ha una conversazione con il comitato finanziatore, che vuole portare gruppi poco rappresentati nelle discipline scientifiche. Avranno bisogno di molto supporto, ma sono d'accordo nel finanziare la fornitura di mentori e di gruppi di sostegno nella comunità. Quello che suggeriscono è quindi un MOOC basato sull'adattare materiali esistenti, con target molto mirato e minime barriere tecniche.
Per ciascuna di questa prospettive il MOOC sarebbe diverso: sempre open, ma con un'enfasi differente sulla forma che l’openness dovrebbe prendere. Allo stesso modo Haklev (2010) propone quattro obiettivi per lo sviluppo di OER che possono essere applicati all'approccio open in generale:
  • Produzione trasformativa – Qui il processo di produzione modifica coloro che ne sono coinvolti. Può avvenire attraverso una riflessione sul processo di insegnamento o sull'esposizione a modelli di pratica open, con l'obiettivo principale di cambiare un individuo o, più frequentemente, la prassi di un'istituzione.
  • Uso diretto – L'obiettivo per un allievo è quello di essere in grado di usare le risorse in modo indipendente, per cui deve essere completo.
  • Riutilizzo – A differenza del precedente obiettivo, qui l'accesso dell'allievo è mediato dal riutilizzo di un terzo, ad esempio un insegnante. Creare materiali che gli insegnanti possano usare implica un'attenzione diversa alle caratteristiche richieste rispetto ad un focus direttamente sul fruitore finale.
  • Trasparenza/consultazione – L'obiettivo qui è informare gli utenti su come il tema è insegnato.
Gli obiettivi possono poi mescolarsi ed essere complementari gli uni con gli altri. Per esempio, il movimento open textbook è ampiamente giustificato in termini di costi, in quanto con la creazione di libri di testo gratuiti c'è un considerevole risparmio per gli studenti, ma c'è anche una motivazione di riutilizzo, dato che i docenti possono adattare liberamente il libro alle loro specifiche necessità.

domenica 18 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 2 – Che tipo di openness? | Par. 1 – Introduzione

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 2 – Che tipo di openness?

Cosa succederebbe se di fatto ci fossero sempre solo due individui distinti che passeggiano nella bruma della storia? Ogni differenza deriverebbe da quella dualità? – David Foster Wallace


Paragrafo 1 – Introduzione

Avendo parlato dell'argomento generale del libro nel precedente capitolo, in questo si entrerà più in dettaglio nel concetto di open in relazione all’istruzione, stabilendo delle motivazioni per l'approccio open, e accennando a qualche dato storico rilevante nello sviluppo della open education.  Ciò aiuterà a comprendere i successivi cinque capitoli, ciascuno dei quali coglierà un particolare esempio della open education.
Nel capitolo precedente si è messo in evidenza il consenso sull'approccio open nell'ambito dell'istruzione. Si potrebbe anche solo considerare la varietà con cui il termine è stato usato per dimostrarlo: corsi open, didattica open, open educational resources, Open Access, open data, open scholarship – sembra che ogni aspetto della pratica dell'istruzione sia oggi soggetto all'essere open. Lavoro per la Open University nel Regno Unito e spesso commento che, se si dovesse fondare oggi un'università, questo sarebbe il nome ideale; certamente una definizione invecchiata meglio rispetto ad alternative suggerite al suo inizio, che includono “the University of the Air” (letteralmente, l’Università dell'Aria). 
Gli esempi di openness presentati possono essere visti come le più recenti interpretazioni dell'approccio applicato all'istruzione, forme che non sono sorte dal nulla, ma che fondano le loro radici in più di un interesse storico per il dibattito. In questo capitolo esplorerò la storia dell’openness nell'istruzione con lo scopo di gettare le basi per i successivi capitoli, che ne esamineranno poi particolari aspetti più in dettaglio.


sabato 17 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 7 – Il libro

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 7 – Il libro

Questo libro è prima di tutto indirizzato a coloro che lavorano nell'ambito dell'istruzione superiore e che hanno un interesse per la open education. Non richiede che si abbia una conoscenza specialistica della open education o delle tecnologie educational. L'obiettivo è piuttosto quello di stabilire il modo in cui l’openness è diventata un approccio di successo, ma soprattutto di rivelare le tensioni all'interno di ciascuna area. Alla fine del libro spero vi avrò convinti che la direzione futura dell’openness è importante per tutti coloro che si muovono nell'ambito dell'istruzione superiore.
Il capitolo 2 indaga nel dettaglio la natura dell’openness nell'ambito formativo e in particolare le influenze significative che l'hanno formata. I successivi cinque capitoli esaminano la risposta dell'istruzione superiore all’openness in quattro aree chiave, che sono la pubblicazione Open Access, le open educational resources, i MOOC e la open scholarship. Dato che la battaglia sulla narrazione è rappresentata al meglio dai MOOC, il capitolo 6 fa una breve digressione per parlare di questo. In ognuno dei capitoli sarà ulteriormente esaminato lo scopo del libro. Innanzitutto parlando della storia del successo dell’openness in quell'area, e il libro è tanto una celebrazione del movimento open education quanto una critica sulle attuali tensioni. Poi si parlerà delle aree chiave in cui c'è tensione, i campi di battaglia. Infine si proporranno future direzioni. In questo modo spero di ribadire i temi della vittoria dell’openness, del suo significato e delle tensioni che sono stati messi in luce in questo capitolo. Il capitolo 8 prende una posizione più critica sui problemi legati all’openness e il capitolo 9 propone la resilienza come una narrazione alternativa per considerare il cambiamento nell'istruzione superiore. Infine nel capitolo 10 si proporranno alcuni mezzi per inquadrare la direzione future dell’openness.


venerdì 16 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 6 – Conclusioni

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 6 – Conclusioni

La natura della vittoria dell’openness e le lotte successive possono essere spiegate con un esempio che riguarda il settore in cui la battaglia è forse più aspra, e cioè la pubblicazione Open Access. La esploreremo in dettaglio nel capitolo 3, ma un'anticipazione qui può essere utile per introdurre il tema di questo capitolo.
Il modello convenzionale di pubblicazione universitaria di norma vede gli accademici presentare, rivedere ed editare i loro scritti in modo gratuito, per poi darli ad editori privati che li vendono alle biblioteche in formato di raccolte. La maggior parte dei fondi per la ricerca che sta alla base di questi articoli e del tempo speso per produrli sono soldi pubblici, da qui la richiesta nell'ultimo decennio di renderli pubblicamente accessibili. Questa è diventata ormai la prassi per molti dei finanziatori della ricerca, e anche molti governi hanno adottato politiche Open Access a livello nazionale che stabiliscono che i risultati di studi finanziati con fondi pubblici siano messi a disposizione di tutti. Poi la pratica si è estesa a dati utili per la ricerca e alle pubblicazioni. La pubblicazione in Open Access è ad oggi la norma per molti professori universitari e non solo per coloro che potrebbero essere considerati come i primi sostenitori: un'indagine portata avanti da Wiley sui suoi autori ha scoperto che il 59% di loro aveva pubblicato su riviste Open Access (Warne, 2013).


In Gran Bretagna il report Finch del 2012 (Finch Group 2012) ha raccomandato che «ci sia una chiara politica a supporto delle pubblicazioni in Open Access o su riviste ibride, finanziata da APC, come metodo privilegiato di divulgazione della ricerca specialmente quando si tratta di fondi pubblici». APC sta per Article Process Charges: così è spesso chiamata la Gold road per l'Open Access, in cui gli autori (o più spesso i finanziatori della ricerca) pagano gli editori per mettere in Open Access un loro articolo. Ed è opposta alla Green road, in cui ci si autopubblica, o a alla Platinum road, cioè riviste dove non c’è l’APC.
Quello che possiamo vedere qui è un iniziale trionfo dell’openness: l'Open Access si è mosso dalla periferia al mainstream ed è diventato il metodo consigliato per pubblicare articoli di ricerca, ma allo stesso tempo il conflitto sulla realizzazione è evidente, così come lo sono le deviazioni dalle ambizioni open originarie. 
Il report Finch è stato criticato per aver cercato di proteggere gli interessi commerciali degli editori, e per non aver promosso l'uso di metodi come il Green o il Platinum Open Access (Harnad 2012). Inoltre il modello pay-to-publish ha visto la crescita di un numero di giornali di dubbia natura Open Access, che usano l'openwashing come mezzo per fare profitti ignorando la qualità degli articoli. Bohannon (2013) riferisce di un falso articolo che è stato accettato da 157 riviste Open Access, e ciò dimostra come il modello pay-to-publish crei uno stress differente sui filtri per la pubblicazione.
Le tensioni nel mondo delle pubblicazioni Open Access sono rappresentative di quelle presenti in tutti gli aspetti dell'openness nell'istruzione: i detentori hanno il legittimo diritto a mantenere lo status quo; girano somme di denaro importanti; l'approccio open permette l'ingresso di nuovi operatori nel mercato; l'etichetta open diventa uno strumento di marketing; ci sono tensioni per mantenere le parti migliori della pratica attuale non appena ci si sposta verso nuove pratiche. A guidare il tutto è la convinzione che il modello open sia l'approccio migliore, sia in termini di accesso che di innovazione. La Public Library of Science (PloS) per esempio ha interpretato l'Open Access come un mezzo per accedere gratuitamente al contenuto, ma ha anche usato l'approccio open per ripensare il processo di peer review e il tipo di articoli che si pubblicano, come il PloS Currents, che fornisce una rapida peer review su temi specifici (http://currents.plos.org/). 

mercoledì 14 ottobre 2020

Didattica online: come usare i materiali didattici nel rispetto del copyright. Webinar per Italosformazione.it

Sabato 24 ottobre alle ore 10 terrò un corso online per il sito Italosformazione.it, iniziativa ideata e curata da Silvia Maneschi. Il corso è intitolato "Didattica online: come usare i materiali didattici nel rispetto del copyright", si terrà attraverso la piattaforma Zoom e durerà circa due ore e 15 minuti, di cui l'ultima mezz'ora sarà dedicata a una sessione di domande e risposte.

Per partecipare è richiesta l'iscrizione attraverso questa pagina.

Riporto di seguito la locandina del corso e di seguito un breve abstract.


ABSTRACT: La rete ci mette a disposizione una sterminata gamma di testi, immagini, video, grafiche e altri materiali utili per l’attività didattica, sia svolta in aula sia svolta online. Vuoi sapere in modo certo come puoi usare – nelle tue lezioni online – i materiali  resi disponibili gratuitamente o facilmente reperibili in varie fonti senza incorrere in una violazione dei diritti d’autore? Hai dubbi in merito ai materiali che puoi inserire sul tuo sito web per promuovere i tuoi corsi online? In questo webinar l’avv. Aliprandi ti fornirà una guida dettagliata di tutti i principi di base del diritto d’autore e dei casi di libera utilizzazione previsti dalla normativa vigente, con l’obiettivo di arrivare a comprendere le licenze d’uso dei materiali didattici.