martedì 4 agosto 2020

La sentenza del GdP di Frosinone sui decreti COVID: qualche commento tecnico-giuridico

Mi permetto di fare qualche commento sulla sentenza del Giudice di Pace di Frosinone di cui tanto si discute in questi giorni; e lo faccio con il mio solito intento divulgativo, soffermandomi sugli aspetti tecnico-giuridici e non sul significato "indirettamente politico" che una decisione del genere può assumere.

Indubbiamente la decisione del giudice ha assunto una visibilità molto elevata a causa della "delicatezza" dei temi trattati, ma nello stesso tempo bisogna tenere presente che la sua bontà nel merito potrà essere verificata solo al termine dell'iter di impugnazione a cui sono sottoposte le sentenze dei Giudici di Pace (di fronte al Tribunale Civile ordinario in secondo grado ed eventualmente in Cassazione poi). Per ora la decisione va presa per quello che è e con tutte le accortezze necessarie; soprattutto perché secondo molti il giudice non avrebbe dovuto nemmeno esaminare la causa nel merito dichiarando inammissibile il ricorso, in quanto non è stato impugnato il provvedimento del Prefetto ma solo il verbale della Polizia Stradale (a tal proposito si rimanda alla massima tratta da Cass. 19.2.04 n. 3332 che riporto in nota qui sotto). In tal caso, la sentenza verrebbe stroncata dal Tribunale in sede di appello.

Seguono alcuni commenti su questioni emerse in questi giorni sui social media, senza alcuna pretesa di 
esaustività rispetto alle numerose e variegate questioni che tale sentenza solleva.




Il contesto

Il Giudice di Pace di Frosinone è stato investito della decisione su un ricorso in opposizione a una sanzione amministrativa erogata con Sommario Processo Verbale (SPV) della Polizia Stradale Frosinone n. 700016396274 del 11.4.2020. Il ricorrente si è opposto all’atto di cui all’oggetto, con il quale ha ricevuto la contestazione della violazione del divieto di spostarsi in conseguenza della emergenza sanitaria ai sensi di uno dei DPCM emanati all'epoca (ma non specificato nella sentenza). La controparte (cioè il Prefetto) non si è costituita ed è quindi rimasta contumace.

La decisione del Giudice

Riporto per sintesi solo il dispositivo della sentenza, rimandando però alla lettura dell'intero provvedimento sul sito JurisWiki.
Il Giudice di pace, visto l’art. 23 della L. 689/1981, definitivamente pronunciando, ogni diversa domanda ed eccezione reietta, disattesa o assorbita, così provvede: accoglie il ricorso e, per l’effetto, annulla l’atto opposto con compensazione delle spese.

Questione 1

Perché una questione così delicata, che può avere ripercussioni su provvedimenti normativi che passeranno alla storia, come appunto quelli sull'emergenza COVID19, è nelle mani di un umile Giudice di Pace?

Risposta e commento
Perché lo stabilisce il diritto processuale italiano. Sanzioni amministrative di quel tipo e di  quell'importo sono competenza del Giudice di Pace. Quindi, che piaccia o meno, il primo giudice a doversene occupare è proprio il Giudice di Pace. Non ha senso quindi disquisire sull'opportunità che un Giudice di Pace si occupi di questi casi.

Questione 2

Come può un umile Giudice di Pace stabilire se un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) sia incostituzionale?

Risposta e commento
Può farlo... ma ovviamente non nei termini in cui lo fa la Corte Costituzionale. Può solo scegliere di disapplicare un atto normativo secondario se lo considera in contrasto con un atto normativo primario. È quindi più che altro una questione di gerarchia delle fonti normative. I Decreti del Presidente del Consiglio (DPCM) come anche i Decreti del Presidente della Repubblica (DPR) e i Decreti Ministeriali (DM) sono atti normativi secondari e quindi occupano un gradino inferiore della piramide delle fonti del diritto. Sopra di loro stanno gli atti normativi primari, cioè le Leggi ordinarie e i decreti aventi forza di legge (cioè i Decreti Legislativi e i Decreti Legge) nonché le Direttive Europee e i Regolamenti Europei; e nel gradino ancora superiore ci sono le norme di rango costituzionale (Costituzione e Leggi Costituzionali). Come detto, ogni giudice ha la potestà di disapplicare direttamente (nel senso di decidere il caso come se quella norma non esistesse) una norma di carattere secondario se la ritiene in contrasto con una norma di carattere primario; ovviamente fornendone adeguata motivazione e sapendo che questa sua valutazione potrà essere oggetto di impugnazione in secondo grado. Si tratta quindi di un procedimento diverso rispetto al sollevare una questione di illegittimità costituzionale, che invece prevede il "congelamento" del processo e la presentazione del "dubbio" alla Corte Costituzionale.

Sul piano normativo, il potere di disapplicazione viene ricavato dalla lettura “a contrario”dell’art. 5 della legge n. 2248 del 1865 All. E. (cd. legge sul contenzioso amministrativo – LAC), il quale testualmente prevede che «... le autorità giudiziarie applicheranno gli atti amministrativi ed i regolamenti generali e locali in quanto siano conformi a legge»; nonché dalla più recente norma di cui all’art. 63, comma 1, del d.lgs. 165/01 (testo unico sul pubblico impiego), che conferisce al giudice competente il potere esplicito di disapplicare gli atti amministrativi dal rapporto dedotto in giudizio.

Questione 3

Come mai il giudice ha compensato le spese?

Risposta e commento
Questo è abbastanza anomalo. Normalmente un giudice che accoglie il ricorso e annulla l'atto impugnato, stabilisce che le spese ricadano sulla parte soccombente. Su questo c'è giurisprudenza di Cassazione solida e recente. Tuttavia il Giudice di Pace di Frosinone ha scritto in sentenza che "la novità della controversia e la mancata costituzione dell’Ente opposto giustificano la compensazione delle spese.

Questione 4

Normalmente i Giudici di Pace, i cui uffici sono ingolfati da migliaia di cause, decidono sui casi iscritti a ruolo con un ritardo di un anno e mezzo o anche due anni. Come mai questo giudice a fine luglio ha già deciso su una sanzione risalente ad aprile, quindi in circa tre mesi?

Risposta e commento
In effetti su questo aspetto molti avvocati hanno fatto commenti sarcastici sostenendo che ci sia stata una volontà specifica da parte del giudice di occuparsi di questo tema a scapito di altre questioni più "ordinarie", forse per ottenere visibilità.

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NOTA -- Massima da Cass. 19.2.04 n. 3332: "È contro il provvedimento prefettizio, dal quale la sanzione della sospensione sia stata comminata, che deve essere, invece, rivolta l'eventuale opposizione dell'interessato, ai sensi della L. n. 689 del 1981. art. 22 e segg. non già avverso il verbale d'accertamento; questo, come si è sopra evidenziato, non potrebbe per tale via essere privato della sua rilevanza ai fini certificativi e, quanto al distinto procedimento amministrativo di sospensione della patente, esso costituisce un mero atto interno, sotto il qual profilo, in particolare, giova ricordare come il verbale di accertamento delle violazioni per le quali sia prevista l'irrogazione di una sanzione amministrativa non è, di per sé, lesivo di situazioni giuridiche soggettive della persona cui sia attribuita la violazione, trattandosi di un atto di natura procedimentale cui fa seguito un'attività istruttoria destinata a concludersi, ove l'autorità competente ravvisi la sussistenza dell'infrazione contestata, con l'emanazione del provvedimento irrogativo della sanzione, la cui impugnabilità, in sede giurisdizionale, è espressamente riconosciuta dal legislatore."

giovedì 9 luglio 2020

Che cosa significa "dati FAIR"?

Una sottocategoria di open data entrati al centro del dibattito negli ultimi anni sono gli open data relativi alla ricerca scientifica, chiamati più comunemente “open science data” o anche “open research data”.
I teorici che si sono occupati di questo tema e del più ampio tema della “open science” (principalmente si veda l’articolo “The FAIR Guiding Principles for scientific data management and stewardship” di Wilkinson, Dumontier e Mons uscito su Nature / Scientific Data nel 2016) hanno individuato una serie di best practice per una virtuosa e innovativa condivisione dei dati della ricerca, che possono essere riassunte nell’acronimo FAIR, che sta per Findable, Accessible, Interoparable, Reusable.

Condivido qui di seguito una mia traduzione italiana del documento "FAIR Principles" disponibile alla pagina web https://www.go-fair.org/fair-principles/.
Il documento come anche la mia traduzione sono disponibili nei termini della licenza Creative Commons Attribution 4.0 International.
Per approfondimenti in lingua italiana potete leggere la pagina divulgativa sul concetto di dati FAIR curata da Elena Giglia per il sito dell’Unità di Progetto Open Access dell’Università di Torino: https://www.oa.unito.it/new/cose-utile/dati-fair/.

"Conceptual diagram of the FAIR roadmap for dark data: each curve represents a step toward increasing the value and potential of dark data for science." Image authors: Kelly Easterday, Tim Paulson, Proxima DasMohapatra, Maggi Kelly. Image source: https://www.researchgate.net/figure/Conceptual-diagram-of-the-FAIR-roadmap-for-dark-data-each-curve-represents-a-step_fig1_328004345. Image license: Creative Commons Attribution 4.0 International.

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Nel 2016 su Scientific Data è stato pubblicato “The FAIR Guiding Principles for scientific data management and stewardship”. Gli autori intendevano fornire delle linee guida per migliorare la reperibilità, l'accessibilità, l'interoperabilità e il riutilizzo delle risorse digitali. I principi hanno enfatizzato la "machine-actionability" (ovvero la capacità dei sistemi computazionali di trovare, accedere, interoperare con e riutilizzare i dati, senza intervento umano o con un intervento umano minimo) perché gli esseri umani fanno sempre più affidamento sul supporto computazionale per gestire i dati a causa dell'aumento del volume, della complessità e della velocità nella creazione dei dati.
Una guida pratica su "come fare" per rendere FAIR i dati è disponibile qui.

FINDABLE > REPERIBILI
Il primo passo per (ri)utilizzare i dati è trovarli. I metadati e i dati dovrebbero essere facili da trovare sia per l'uomo che per il computer. I metadati leggibili meccanicamente sono essenziali per il rilevamento automatico di set di dati e servizi, quindi questo è un componente essenziale del processo di "FAIRification".

   F1. Ai (meta)dati viene assegnato un identificatore univoco e persistente a livello globale

   F2. I dati sono descritti con metadati completi (definiti di seguito nel punto R1)

   F3. I metadati includono in modo chiaro ed esplicito l'identificatore dei dati che descrivono

   F4. I (meta)dati sono registrati o indicizzati in una risorsa ricercabile.

ACCESSIBLE > ACCESSIBILI
Una volta che l'utente trova i dati richiesti, deve sapere come è possibile accedervi, possibilmente includendo autenticazione e autorizzazione.

   A1. I (meta)dati sono recuperabili dal loro identificatore usando un protocollo di comunicazione standardizzato.

       A1.1. Il protocollo è aperto, gratuito e universalmente implementabile.

       A1.2. Il protocollo consente una procedura di autenticazione e autorizzazione, ove necessario.

   A2. I metadati sono accessibili, anche quando i dati non sono più disponibili.

INTEROPERABLE > INTEROPERABILI
I dati di solito devono essere integrati con altri dati. Inoltre, i dati devono interagire con applicazioni o flussi di lavoro per analisi, archiviazione ed elaborazione.

   I1. I (meta)dati utilizzano un linguaggio formale, accessibile, condiviso e ampiamente applicabile per la rappresentazione della conoscenza.

   I2. I (meta)dati utilizzano vocabolari che seguono i principi FAIR

   I3. I (meta)dati includono riferimenti qualificati ad altri (meta) dati

REUSABLE > RIUTILIZZABILI
L'obiettivo finale di FAIR è ottimizzare il riutilizzo dei dati. A tale scopo, i metadati e i dati devono essere ben descritti in modo da poter essere replicati e/o combinati in diverse impostazioni.

   R1. I (meta)dati sono ampiamente descritti con una pluralità di attributi accurati e pertinenti

      R1.1. I (meta)dati vengono rilasciati con una licenza di utilizzo dei dati chiara e accessibile

      R1.2. I (meta)dati sono associati a una una provenienza dettagliata

      R1.3. I (meta)dati soddisfano gli standard della comunità rilevanti per lo specifico dominio

I principi si riferiscono a tre tipi di entità: dati (o qualsiasi oggetto digitale), metadati (informazioni su quell'oggetto digitale) e infrastruttura. Ad esempio, il principio F4 definisce che sia i metadati che i dati sono registrati o indicizzati in una risorsa ricercabile (il componente dell'infrastruttura).


venerdì 26 giugno 2020

Capire le Creative Commons in una sola immagine

Di infografiche e schemi che cercano di spiegare con efficacia e sintesi le licenze Creative Commons Internet è piena. Ma indubbiamente la migliore è quella realizzata da Foter e disponibile anche su Wikimedia Commons a questo indirizzo: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Creative_Commons_Licenses.png (in versione leggermente modificata da altro autore). Essa è a sua volta tratta da un'infografica più ampia e davvero ben fatta, disponibile sul blog ufficiale di Foter (https://foter.com/blog/how-to-attribute-creative-commons-photos/).
In questi giorni mi sono preso del tempo per farne una traduzione italiana che condivido qui.
L'opera è rilasciata con licenza Creative Commons Attibution-ShareAlike 3.0 Unported.



sabato 30 maggio 2020

Qualche commento sui termini d'uso dell'app IMMUNI

[ADDENDUM del 01/06/2020] Questa mattina l'articolo 2 dei termini d'uso dell'app #IMMUNI è stato modificato (in meglio, per fortuna). Ecco il testo aggiornato: "Sull'App ti viene concessa licenza ai sensi AGPL v3, fatte salve componenti e librerie open source usate dall'App che sono coperte da licenze open source diverse e a cui ti rimandiamo. La lista di queste librerie è disponibile nella documentazione tecnica dell'App che è pubblicata su Github."
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In questi giorni ha iniziato a circolare e ad essere scaricabile IMMUNI, la tanto attesa e tanto discussa app per dispositivi mobili che dovrà (con abnorme ritardo) permettere il contact tracing epidemiologico.
Si è discusso molto, in alcuni casi in modo prematuro e con toni eccessivi, delle implicazioni di tale app sul piano della privacy; e gente più preparata di me ha già espresso la sua opinione.
Riguardo invece il piano copyright, avevo seguito il dibattito e mi ero comunque tranquillizzato quando arrivarono rassicurazioni sulla scelta di un modello open source e di conseguenza sull'applicazione di una licenza approvata dalla Free Software Foundation, come appunto la GNU AGPLv3.
A metà maggio è stata pubblicata la documentazione tecnica dell'app (vedi), che è stata giudicata da molti insufficiente ma che almeno è anch'essa sotto una licenza libera (una Creative Commons CC BY-SA). Poi il 25 maggio è stata pubblicata una prima parte del codice sorgente relativa al cosiddetto “front-end” (cioè la parte di applicazione che si interfaccia direttamente con gli utenti); infine ieri 29 maggio è stata la volta del back-end, (cioè il “dietro le quinte” dell’app, dove avviene in effetti l'elaborazione e la trasmissione dei dati). Si trova tutto nel profilo appositamente creato sulla piattaforma GitHub: https://github.com/immuni-app


Sembra tutto chiaro e tutto compiuto... ma manca un pezzo fondamentale: i termini d'uso dell'applicazione (vedi il testo integrale). I termini d'uso sono un negozio giuridico autonomo rispetto alla licenza d'uso: sono in sostanza il contratto tra il fornitore del servizio (che in questo caso è il Ministero della Salute) e l'utilizzatore del servizio. A volte i termini d'uso integrano anche la cosiddetta "privacy policy", altre volte (come in questo caso) invece la privacy policy costituisce un documento a sé stante (vedi). Anche la informazioni relative al copyright a volte vengono integrate all'interno dei termini d'uso; ed è ciò che avviene con l'articolo 2 dei termini d'uso di Immuni, intitolato appunto "Licenza".
Ed è qui che arrivano i problemi.
Il testo dell'articolo 2 è molto breve ed è il seguente:
In forza dei presenti Termini di utilizzo, ti viene concessa una licenza d'uso non-trasferibile sull'App e, ai sensi della licenza AGPL v3, sul codice sorgente dell'App. Il codice sorgente è disponibile nei repository Github dedicati.
Quali sono i problemi di questo articolo?

Ci sono alcuni problemi minori e meramente stilistici. Ad esempio è sempre consigliato indicare anche il link al testo della licenza (eccolo) in modo che chi non ha mai sentito parlare della stessa possa almeno conoscerne le condizioni. Inoltre in generale, se anche la sintesi è da considerare un pregio, la mancanza di chiarezza è invece sempre un difetto in ambito giuridico; quindi forse spendere qualche parola in più non avrebbe fatto male.

Ci sono poi problemi sostanziali e che richiedono approfondimento. Il problema più evidente, che si nota anche senza essere grandi esperti di licenza open, è la potenziale contraddizione e antinomia che si crea tra la frase "ti viene concessa una licenza d'uso non-trasferibile sull'App" e l'inciso che segue "ai sensi della licenza AGPL v3". Ci si chiede: ma quindi ci sono due licenze? Inoltre, contraddizione nella contraddizione: perché parlare di una fantomatica licenza non-trasferibile per poi associarla a una licenza open source e copyleft, che per definizione è trasferibile? Oppure in questo caso l'aggettivo "non-trasferibile" va inteso in qualche altro modo? E se così fosse, perché non fornire quindi una definizione (il classico "per non-trasferibile si intende...")?
Ma il film diventa thriller quando si arriva a leggere "sul codice sorgente dell'App". Perché a quel punto i dubbi iniziano a farsi concreti e arriviamo a porci la domanda principale: non sarà forse che il fornitore del servizio (che è anche titolare del copyright e quindi licenziante dell'opera) ci sta proprio dicendo che la licenza AGPL v3 secondo lui si applica solo al codice sorgente, mentre nell'App ci sono altre componenti che non fanno parte del codice sorgente fornito e che quindi non sono da considerare open source?
In altre parole, questo articolo 2 è stato solo scritto in modo poco chiaro, oppure stanno cercando di dirci qualcosa con parole un po' criptiche?

Io non ho le conoscenze tecnologiche e non sono sufficientemente coinvolto nelle varie discussioni di queste settimane per ipotizzare una risposta a questa domanda. Ma confido che prima o poi si faccia maggiore chiarezza. E possibilmente che questa chiarezza sia fatta prima della fine dell'epidemia, dato che già mi pare di poter registrare un "leggero" ritardo nella diffusione di questa app.


PS: alcuni mi hanno segnalo che hanno trovato strana la dicitura "Copyright (c) 2020 Presidenza del Consiglio dei Ministri" su un app che è rilasciata con licenza open source e copyleft. Questo non è strano; l'indicazione di copyright indica la titolarità dei diritti e l'anno in cui è stata pubblicata l'opera. Non dice una cosa falsa (il copyright è in effetti della Presidenza del Consiglio ed è iniziato nel 2020) e non crea conflitto con la licenza. Ovviamente, per completezza e chiarezza, bisognerebbe di seguito indicare anche la licenza.

domenica 24 maggio 2020

Insegnare e fare musica rispettando il diritto d'autore: webinar gratuito

Domani alle ore 16 terrò un webinar di circa 45 minuti intitolato "Insegnare e fare musica rispettando il diritto d'autore", all'interno dell'iniziativa nazionale “La musica unisce la scuola - Rassegna Musicale Nazionale delle Istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado" promossa da INDIRE e dal Comitato Nazionale per l'apprendimento pratico della musica.
La partecipazione è libera e gratuita. Tutte le informazioni sull'iniziativa sono disponibili sul sito ufficiale http://lamusicaunisce.indire.it/.


Abstract del webinar 
L'insegnamento della musica è una di quelle branche della didattica che deve necessariamente confrontarsi con il problema del diritto d'autore, per il semplice fatto che il lavoro di docenti e allievi si basa su opere creative e a volte porta proprio alla stesura di nuove opere.
È quindi importante che sia i docenti che gli allievi abbiano un minimo di infarinatura sui principi del diritto d'autore in modo da poter tutelare meglio i propri diritti e dall'altro lato in modo da rispettare i diritti degli altri autori.

venerdì 22 maggio 2020

La pubblicazione materiali didattici e le licenze Creative Commons per la DaD: webinar gratuito

Gli amici Alberto Panzarasa e Marzio Rivera, con cui avevo già avuto modo di collaborare proficuamente per alcune iniziative di formazione e per il libro Didatticaduepuntozero. Scenari di didattica digitale condivisa, mi hanno coinvolto in un'altra loro meritoria iniziativa nel campo della didattica a distanza.
In queste settimane infatti, in collaborazione con altri dirigenti scolastici ed esperti di didattica innovativa, hanno lanciato OPENDAD, piattaforma per la didattica a distanza e per la formazione continua dei docenti interamente basata su contenuti didattici aperti e rilasciati sotto licenze Creative Commons.
Io farò da apripista con un webinar intitolato "La pubblicazione di materiali didattici e le licenze Creative Commons per la DaD" che si terrà giovedì 28 maggio 2020 dalle 16 alle 18 e sarà liberamente accessibile in diretta streaming sul canale YouTube OpenDaD.
Gli utenti registrati nella piattaforma OpenDaD che si iscriveranno al webinar (compilando l'apposito form https://forms.gle/M4VvfPw15afeiPCP7) avranno anche la possibilità di partecipare via GoogleMeet e quindi di interagire con me durante il seminario, ma soprattutto di ricevere un attestato di partecipazione valido per la formazione docenti.
Qui a fianco trovate la locandina dell'evento (cliccate sull'immagine per ingrandirla) e di seguito riporto il video del breve intervento di presentazione del webinar che ho tenuto la scorsa settimana di una diretta streaming di introduzione alla piattaforma OpenDaD.
A questo link potete invece scaricare il libro Didatticaduepuntozero.


domenica 17 maggio 2020

Diritto d'autore e disabilità: la normativa italiana in vigore

Di seguito raccolgo le norme italiane in vigore sull'utilizzo di opere protette da diritto d'autore da parte di persone con particolari handicap. Le norme primarie sono estratte dal Capo V della legge italiana sul diritto d'autore dedicato alle cosiddette eccezioni e limitazioni al diritto d'autore (una volta denominate "libere utilizzazioni"); le norme secondarie sono invece estratte da un apposito decreto ministeriale di attuazione delle norme primarie.
[nota: questo post ha un carattere unicamente divulgativo; invito comunque a verificare la normativa sulle fonti ufficiali]

EDIT: qui trovate un video con una spiegazione/commento di queste norme; mentre qui trovate le relative slides.

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LA NORMA PRIMARIA
Articolo 71-bis della Legge 22 aprile 1941, n. 633 (Legge sul diritto d'autore)


1. Ai portatori di particolari handicap sono consentite, per uso personale, la riproduzione di opere e materiali protetti o l'utilizzazione della comunicazione al pubblico degli stessi, purché siano direttamente collegate all'handicap, non abbiano carattere commerciale e si limitino a quanto richiesto dall'handicap.
2. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentito il comitato di cui all'art. 190, sono individuate le categorie di portatori di handicap di cui al comma 1 e i criteri per l'individuazione dei singoli beneficiari nonché, ove necessario, le modalità di fruizione dell'eccezione.


LA NORMA SECONDARIA
Decreto 14 novembre 2007, n. 239 Regolamento attuativo dell'articolo 71-bis della legge 22 aprile 1941, n. 633, in materia di diritto d'autore


Articolo 1 – Oggetto
1.  Ai  sensi  dell'articolo 71-bis  della legge 22 aprile 1941, n. 633,  d'ora  in  avanti: «legge», sono consentite, per uso personale, alle persone con disabilità sensoriale, la cui situazione sia stata accertata   ai   sensi  della  legge  5 febbraio  1992,  n.  104*,  la riproduzione   di   opere   e   materiali protetti  dalla  legge  o l'utilizzazione  della  comunicazione  al  pubblico degli stessi, nel rispetto dei fini e nei limiti consentiti dalla predetta legge.
2.   La  riproduzione  e  l'utilizzazione  della  comunicazione  al pubblico,  di  cui  al  comma 1,  di opere e di materiali protetti ai sensi  dell'articolo 71-bis  della  legge,  si  attuano attraverso la registrazione  audio  su  qualsiasi  tipo  di  supporto delle opere o l'impiego  di  dispositivi  di  lettura idonei per gli ipovedenti, la sottotitolazione  delle opere e dei materiali protetti visualizzabili
e  comunque  la  trasformazione in un formato elettronico accessibile con  le  tecnologie  assistite,  secondo  quanto previsto dalla legge 9 gennaio 2004, n. 4, recante disposizioni per favorire l'accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici.

Articolo 2 – Riproduzione  e  utilizzazione  della comunicazione al pubblico delle opere e materiali protetti
1.  Al  fine  di renderne accessibile il contenuto alle persone con disabilità  sensoriali,  la  riproduzione  e  l'utilizzazione  della comunicazione  al  pubblico  di opere e materiali protetti può anche essere   effettuata   per  il  tramite  delle  associazioni  e  delle federazioni  di  categoria  rappresentative  dei beneficiari, che non perseguono  scopo  di lucro, sulla base di appositi accordi stipulati ai  sensi  dell'articolo 71-quinquies, comma 2**, della legge 22 aprile 1941, n. 633.
2.   Gli  accordi  di  cui  al  comma 1  sono  volti  a  consentire l'esercizio  della  eccezione  di  cui all'articolo 71-bis e dovranno prevedere  la  definizione  di procedure che consentano alle predette
associazioni e federazioni di convertire i file all'uopo loro forniti dai  titolari  dei  diritti  in  formati  idonei ad essere utilizzati secondo  le finalità e nei modi previsti dal precedente articolo 1 e
di  consegnare  il  prodotto  di  tale  attività  alle  persone  che dimostrino di possedere i requisiti soggettivi richiesti.

ALTRE NORME RICHIAMATE

* Estratti della legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate)

Articolo 3 – Soggetti aventi diritto
1. E' persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che  è  causa  di difficoltà   di   apprendimento,  di  relazione  o  di  integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale  o di emarginazione.
2.  La  persona handicappata ha diritto alle prestazioni stabilite in suo  favore  in  relazione  alla  natura  e  alla  consistenza  della minorazione,  alla  capacità  complessiva individuale residua e alla efficacia delle terapie riabilitative.

Articolo 12 – Diritto all'educazione e all'istruzione
[...] 4. L'esercizio del diritto all'educazione non può essere  impedito da difficoltà di apprendimento né di  altre  difficoltà  derivanti dalle disabilità connesse all'handicap.
5. All'individuazione  dell'alunno  come  persona  handicappata  ed all'acquisizione  della  documentazione  risultante  dalla   diagnosi funzionale, fa seguito un profilo dinamico-funzionale ai  fini  della formulazione  di  un  piano  educativo  individualizzato,  alla cui definizione provvedono  congiuntamente,  con  la  collaborazione  dei genitori della  persona  handicappata,  gli  operatori  delle  unità sanitarie locali e, per ciascun grado di scuola, personale insegnante specializzato della scuola,  con  la  partecipazione  dell'insegnante operatore psico-pedagogico individuato secondo criteri stabiliti  dal Ministro  della   pubblica   istruzione.   Il   profilo   indica   le caratteristiche fisiche, psichiche e sociali ed affettive dell'alunno e pone in rilievo sia le  difficolta'  di apprendimento  conseguenti alla situazione di handicap e le possibilità di  recupero,  sia  le capacita'  possedute  che  devono  essere  sostenute,  sollecitate  e progressivamente rafforzate e sviluppate nel  rispetto  delle  scelte culturali della persona handicappata. [...]

** Articolo 71-quinquies, comma 2, Legge 22 aprile 1941, n. 633
I titolari dei diritti sono tenuti ad adottare idonee soluzioni, anche mediante la stipula di appositi accordi con le associazioni di categoria rappresentative dei beneficiari, per consentire l'esercizio delle eccezioni di cui agli articoli 55, 68, commi 1 e 2, 69, comma 2, 70, comma 1, 71-bis e 71-quater, su espressa richiesta dei beneficiari ed a condizione che i beneficiari stessi abbiano acquisito il possesso legittimo degli esemplari dell'opera o del materiale protetto, o vi abbiano avuto accesso legittimo ai fini del loro utilizzo, nel rispetto e nei limiti delle disposizioni di cui ai citati articoli, ivi compresa la corresponsione dell'equo compenso, ove previsto.



Il diritto di leggere. Accesso ai testi e trasformazione dei libri per lettori con disabilità e DSA (webinar)

Lunedì 18 maggio dalle ore 16 alle ore 18 circa si terrà un webinar intitolato "Il diritto di leggere. Accesso ai testi e trasformazione dei libri per lettori con disabilità e DSA".
La partecipazione è libera e aperta a tutti, anche se l'evento è rivolto in particolare agli studenti dei corsi di Pedagogia Speciale, Pedagogia dell'Integrazione e Ambienti Digitali per la formazione dell'Università di Milano-Bicocca.

Tratteremo il tema del diritto d'autore applicato a testi (soprattutto libri stampati ma non solo) e alle possibilità che la normativa prevede per la loro trasformazione in formati diversi, per facilitare o rendere possibile l'accesso alla lettura per persone con disabilità e DSA.
Io mi occuperò della dimensione legale, ma lo farò dialogando con l'amico e ex collega di dottorato Andrea Mangiatordi che si occupa di tecnologie per l'apprendimento ed è un esperto riconosciuto di accessibilità. Mostreremo (anche con esempi pratici) quanto la tecnologia possa avere un ruolo in questi processi di accesso e trasformazione. L'incontro sarà coordinato da Roberta Garbo, Delegata della Rettrice per la Disabilità e i Disturbi Specifici dell'Apprendimento all'Università Bicocca.

Per partecipare sarà sufficiente collegarsi tramite browser al link bit.ly/dirittodi, inserire il proprio nome e cognome e la password "leggere". Qualora siate utenti Facebook, vi chiediamo la cortesia (solo a fini statistici e organizzativi) di segnare la vostra presenza sull'apposito evento.

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Il video del mio intervento



Le slides del mio intervento

mercoledì 29 aprile 2020

La prima bozza del decreto sull'app IMMUNI

Quest'oggi nel pomeriggio è circolata una prima bozza del decreto legge (in discussione in Consiglio dei Ministri) che dovrebbe disciplinare la diffusione e l'utilizzo dell'app IMMUNI per il contact tracing dell'epidemia da COVID19.
Riporto un testo in versione immagine; fonte dell'immagine: https://twitter.com/Lor_Cristofaro/status/1255514252368117761/.
Purtroppo è un'immagine con testo molto fitto; ingrandite l'immagine per leggere meglio.
Si tenga ovviamente presente che si tratta solo di una bozza provvisoria, passibile di modifiche anche sostanziali.


Nel frattempo, segnalo l'utile commento sulla bozza a firma di Raffaele Angius su Wired.it.
Sul tema delicato della gestione della privacy, Angius spiega in sintesi:
la bozza di decreto esclude l’utilizzo dei dati raccolti per finalità diverse da quelle legate al contrasto del virus, “salva la possibilità di utilizzo in forma aggregata o comunque anonima, per soli fini statistici o di ricerca scientifica”. Infine, si fissano i termini temporali entro i quali l’infrastruttura di tracciamento dovrà cessare la sua attività, ovvero entro il termine dello stato di emergenza nazionale (in vigore dal 31 gennaio) o comunque non oltre il 31 dicembre 2020. Entro tale data, si legge nella bozza, “tutti i dati personali trattati devono essere cancellati o resi definitivamente anonimi”.  
Nel frattempo anche il Garante Privacy ha detto la sua attraverso il Provvedimento n. 79 del 29 aprile 2020 nel quale, dopo un'ampia argomentazione, ha concluso che "il sistema di contact tracing prefigurato non appare in contrasto con i principi di protezione dei dati personali". Si legga l'intero parere.

venerdì 24 aprile 2020

Provvedimenti sul diritto d'autore in tempi di quarantena

Molte persone in questi giorni mi hanno chiesto se il Governo ha approvato specifici provvedimenti che "ammorbidiscano" i vincoli di diritto d'autore in virtù dell'emergenza sanitaria che stiamo vivendo; mi è stato chiesto cioè se sono stati approvati provvedimenti, decreti, ordinanze, che consentano di utilizzare con una certa elasticità le opere creative tutelate dal diritto d'autore per poter fare con maggiore serenità ciò che in molti casi si è reso necessario in questi ormai quasi due mesi di quarantena specialmente nell'ambito della scuola, delle biblioteche, della divulgazione culturale (ad esempio la creazione di materiali digitali per la didattica a distanza, la lettura di opere letterarie via internet, le esecuzioni di brani musicali sulle piattaforme social, e simili).

Ho pensato quindi fosse utile raccogliere tutti i provvedimenti adottati in tal senso dal governo in queste settimane ed elencarli nell'immagine riportata qui sotto.



lunedì 6 aprile 2020

Coronavirus: il futuro che immagino

Arriverà un momento in cui il rischio e il disagio generati dallo stare in casa e fermare tutto (l'economia, il lavoro, le relazioni umane) saranno maggiori del rischio e del disagio generato dall'epidemia in sé. Quando arriverà quel momento ci si attrezzerà e ci si disporrà psicologicamente per accettare il rischio e il disagio minori. Si tornerà a vivere più o meno come prima, pur mettendo in atto alcune cautele e sapendo che qualcuno potrà ancora ammalarsi; e chi si ammalerà sarà curato con tutti i mezzi a disposizione, che comunque con il tempo aumenteranno e miglioreranno (già in un mese sono aumentati).
Si confida comunque che l'immunità di gregge per questo virus esista (magari parziale) e in quest'ottica, cinicamente, il fatto che l'epidemia sia in quasi tutti i paesi sfuggita di mano e arginata troppo tardi sarà un vantaggio. Si confida anche che l'arrivo del caldo abbassi sensibilmente la diffusione del virus (come fu per la SARS e come pare stia già accadendo nei paesi con clima più caldo); e sappiamo che in Italia il caldo arriva presto e ci rimane per un bel po'.
Si spera poi che questo virus, come tutti i virus, si depotenzi da solo in virtù di un adattamento darwiniano all'ambiente e pian piano diventi una di quelle malattie brutte e fastidiose che però non fanno morire la gente; o quanto meno che non la fanno morire più di quanto facciano molte altre malattie che sono tra noi (vedi appunto l'influenza stagionale).
Detto questo, trovo davvero assurde le profezie apocalittiche secondo cui non si tornerà mai più alla vita di prima e secondo cui il pianeta sarà soggetto a continue quarantene fino alla scoperta del vaccino.
Il vaccino poi arriverà; ma paradossalmente potrebbe anche arrivare quando non sarà più così determinante e magari diventerà una precauzione consigliata solo ad alcune fasce della popolazione.
Questo è il futuro che immagino. Vedremo. Ma intanto non lasciamoci prendere dallo sconforto e non lasciamo fermare le nostre vite.

martedì 24 marzo 2020

JK Rowling per l'emergenza COVID-19 autorizza gli insegnanti a fare video leggendo i libri di Harry Potter

Nei giorni scorsi l'autrice JK Rowling ha diffuso sul suo sito ufficiale una dichiarazione con cui autorizza gli insegnanti di tutte le zone del mondo in cui non è possibile recarsi a scuola a causa dell'emergenza sanitaria da coronavirus a fare video con letture dei sette libri di Harry Potter. Tali video dovranno appunto essere fatti dagli insegnanti, rivolti ai loro alunni e diffusi unicamente su piattaforme didattiche interne o su siti web ad accesso vincolato; non potranno quindi essere diffusi liberamente su Internet o sulle piattaforme social.
Questa sorta di "liberatoria temporanea" riguarda SOLO LA VERSIONE ORIGINALE dei testi (le traduzioni hanno diritti separati) ed è valida fino alla fine dell'anno scolastico, oppure fino alla fine di luglio nell'emisfero meridionale.
L'iniziativa, legata all'hashtag #HarryPotterAtHome, pare essere solo la prima di altre iniziative simili per permettere l'intrattenimento dei bambini a casa grazie alle storie di Harry Potter.



Riportiamo la dichiarazione comparsa sul sito jkrowling.com in traduzione italiana.
Gli insegnanti possono ora pubblicare video di sé stessi che leggono ad alta voce i libri di Harry Potter a quei bambini a cui è stato impedito di frequentare la scuola a causa del virus Covid-19. Ne consegue che JK Rowling e i suoi agenti The Blair Partnership lasceranno maggiore elasticità sulle autorizzazioni di copyright normalmente richieste in questi casi.Agli insegnanti di qualsiasi parte del mondo è consentito pubblicare video di se stessi che leggono dai libri di Harry Potter 1-7 sulle reti sicure delle scuole o sulle piattaforme didattiche chiuse da oggi fino alla fine dell'anno scolastico (o alla fine di luglio nell'emisfero meridionale). Una serie completa di "Linee guida per gli insegnanti" è scaricabile qui.La licenza aperta per gli insegnanti è la prima di numerose iniziative in programma per aiutare a portare Harry Potter ai bambini a casa, che saranno annunciate a breve.
Anche se l'utilizzo del termine "open license" mi sembra un po' eccessivo (a ben vedere la licenza è comunque abbastanza limitata, sia nel tempo sia nella portata), si tratta indubbiamente di una scelta meritoria, che altri autori e altre case editrici dovrebbero compiere in queste settimane. Chissà se chi detiene i diritti sulle traduzioni italiane decideranno di seguire questo esempio.
Consiglio comunque di leggere attentamente le linee guida indicate prima di procedere alle letture. Leggendole è possibile avere un'idea più chiara dei vincoli normalmente imposti dal diritto d'autore per le letture di opere letterarie.

Per approfondimenti in tema di letture in pubblico di opere letterarie, suggerisco la lettura di questo mio articolo del 2016 relativo al Tolkien Reading Day e ai relativi impedimenti opposti all'epoca dalla SIAE. 

mercoledì 11 marzo 2020

Diritto d'autore e licenze CC: videocorso gratuito in tempi di quarantena

Nel solco delle varie iniziative con hashtag #iorestoacasa, propongo questo videocorso sulla mia pagina Facebook. Saranno due incontri di circa un'ora e mezza: uno domani e uno dopodomani. Seguite la pagina qui [facebook.com/simone.aliprandi.page/] per rimanere aggiornati e avere la notizia dello streaming.
Di seguito riporto la locandina, il piano degli argomenti trattati e un breve video di presentazione.




1° incontro – giovedì 12 marzo 2020, h. 16
- Parte 1: Che cosa tutela il diritto d'autore
- Parte 2: Come si acquisisce il diritto d'autore
- Parte 3: Diritti d'autore, diritti morali, diritti connessi
- Discussione, commenti, domande

2° incontro – venerdì 13 marzo 2020, h. 16
- Parte 4: Il copyright come sistema closed by default e le libere utilizzazioni
- Parte 5: Introduzione alle licenze CC
- Parte 6: Come si utilizzano le licenze CC
- Discussione, commenti, domande

Basterà collegarsi all'ora indicata alla pagina Facebook "Simone Aliprandi - Pagina". Se l'iniziativa ti piace, condividi il post o invita i tuoi contatti a questo evento.



giovedì 5 marzo 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 5 – Lezioni da altri settori

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 5 – Lezioni da altri settori

Possiamo cominciare a fare capire perché la celebrazione della vittoria dell’openness è stata ammutolita con due brevi analogie. La prima è quella con quasi tutte le rivoluzioni e con le loro immediate conseguenze. La rivoluzione francese del 1789 ha visto il sollevarsi di un innegabile movimento forte, mirato a rovesciare le ingiustizie imposte dalla monarchia, ma nel decennio successivo ci sono state numerose tensioni tra fazioni opposte, una dittatura e il Regno del Terrore che è culminato con la salita al potere di Napoleone. Quindi anche se i risultati a lungo termine della rivoluzione sono stati positivi, nel corso del decennio successivo e più ancora dopo l'inizio del 1789, i cittadini francesi la dovevano pensare molto diversamente. Durante il governo di Robespierre e dei Giacobini non è chiaro infatti se si stesse meglio rispetto al vecchio regime. E si sentono simili osservazioni anche dopo rivoluzioni più recenti – per esempio i russi che dicono che si stava meglio sotto Stalin o gli abitanti della Germania dell'Est che ricordano con nostalgia il regime comunista (Bonstein 2009). Un esempio più recente è quello delle primavere arabe, che dopo due anni hanno lasciato profonde divisioni in molti paesi, con il peggioramento delle condizioni economiche e con continui e violenti scontri. Molti di quelli che vivono uno stato post-rivoluzionario sarebbero d'accordo nel dire che questa non è una vittoria. Molti gruppi poi hanno tutto l'interesse a sfruttare l'incertezza che la rivoluzione crea, le vecchie strutture di potere non spariscono senza fare rumore, le pressioni di quotidiane preoccupazioni portano a lotte intestine tra chi in precedenza era alleato e così via. È complicato, confuso e decisamente umano.
Un modo di vedere queste rivoluzioni nazionali è considerare che le lotte post-rivoluzionarie sono l'inevitabile sacrificio che porta una democrazia in crescita, ma che la direzione generale è comunque verso la libertà. Viste infatti in una prospettiva storica sono completamente prevedibili per la natura stessa del cambiamento. Ciò rimanda ad una seconda più generale lezione e cioè che è in questi periodi di trasformazione, dopo un'iniziale vittoria, che si determina il successo a lungo termine.
Una seconda analogia è con il movimento green, che una volta era periferico e oggetto di attenzioni solo da parte degli hippies, ma che ora è centrale nel dibattito all'interno della società. I prodotti green sono pubblicizzati, il riciclo è diventato pratica comune, le fonti alternative di energia sono venute ad essere parte di un piano energetico nazionale e ciascun partito politico deve tenere conto di attività ecosostenibili. L'impatto sull'ambiente di ogni grande decisione è ora in agenda, anche se non sempre la priorità. Visto da una prospettiva anni '50 è un progresso radicale, la vittoria del messaggio eco, eppure per molti nel movimento non sembra affatto una conquista. Lo sforzo globale per mettere in atto accordi significativi sulle emissioni di carbone e le complesse politiche per trasformare questi accordi in interessi davvero mondiali e a lungo termine – da locali e a breve termine – ha reso infatti il messaggio “green” vittima del suo stesso successo. È penetrato così bene nella narrazione mainstream che ora è un valore commerciabile. Il fatto che lo sia è certamente necessario per avere un impatto concreto a livello individuale, per esempio sull'acquisto di macchine, lampadine, cibo, vestiti, viaggi. Ma ovviamente è stato anche sfruttato da aziende che lo usano come un mezzo per commercializzare i loro prodotti. Molti attivisti negli anni '70 non avrebbero mai previsto che il nucleare avrebbe trovato un rinnovato interesse nella promozione delle sue qualità verdi (ad esempio contro la diossina del carbone) e a prescindere da cosa si pensi sul nucleare, possiamo probabilmente assumere che migliorare la sua reputazione non era certo una delle cose più auspicabili per loro.
Nel 2010 negli Stati Uniti gli assets dove le performance ambientali erano una componente principale sono stati valutati a 30,7 mila miliardi di dollari statunitensi, rispetto ai 639 miliardi di dollari statunitensi del 1995 (Delmas&Burbano 2011). Being green fa decisamente parte del grande business. La conseguenza sono aziende che chiamano i loro prodotti verdi su basi piuttosto pretestuose; il “fat-free” o “dietetico” nei prodotti alimentari, “eco-friendly” o “naturale” o “verde” in altri prodotti significa che spesso nascondono altri peccati o sono di dubbia promozione. È un processo chiamato greenwashing: per esempio l'airbus A380 a quanto si dice produce il 17% in meno di emissioni rispetto ad un Boeing 747, che va benissimo, ma promuoverlo come eco-friendly mi sembra un po' forzata come definizione. Allo stesso modo la serie di annunci green di BP per promuovere il suo messaggio “oltre il petrolio” fornisce un buon esempio di come il messaggio eco possa essere adottato da compagnie che per la loro stessa natura sono in contrasto con esso.

L'agenzia di marketing ambientale Terra Choice, ha individuato i “sette peccati del greenwashing” (Terra Choice 2010), con analogie che possiamo vedere nella vita di tutti i giorni:

  1. Peccato del trade-off nascosto – quando un numero estremamente limitato di attributi è usato per rivendicare l'ecosostenibilità, senza attenzione ad altri importanti problemi ambientali.
  2. Peccato dell'assenza di prove – quando la pretesa di ecosostenibilità non è supportata da informazioni facilmente accessibili.
  3. Peccato di genericità – definizione vaghe e generiche che portano il consumatore a confonderne il significato.
  4. Peccato di irrilevanza – una definizione che è vera ma non importante o di poco aiuto.
  5. Peccato del diavolo minore – definizioni che possono essere vere all'interno della categoria di prodotto ma che rischiano di distrarre il consumatore dall'impatto ambientale della categoria nel suo complesso.
  6. Peccato del raccontare frottole – dare definizioni completamente false.
  7. Peccato dell'adorazione di false etichette – quando un prodotto, con parole o immagini, dà l'impressione di un'approvazione da parte di terzi che in realtà non esiste.
Nel mondo IT la somiglianza tra il greenwashing e le rivendicazioni di openness ha portato a coniare il termine openwashing. Klint Finley (2011) lo spiega così:
Il vecchio dibattito “open vs proprietario” è finito e l'open ha vinto. Poiché l'infrastruttura IT si sposta verso il cloud, l'openness non è solo una priorità per il codice sorgente ma per gli standard e per l'API.  Quasi tutti i commercianti nel mercato IT vogliono piazzare i loro prodotti come open. Quelli che non hanno un prodotto open source invece dicono di avere un prodotto che usa “standard open” o “open API”.
Se da un lato le aziende cercano di accreditarsi come open, vediamo applicazioni del termine anche nel settore dell'istruzione, con un simile cinismo (Wiley 2011a). Come per “green” anche per “open” ci sono una serie di connotazioni positive – e dopotutto chi si metterebbe a discutere sul fatto che è importante essere invece “chiusi”? La cooptazione commerciale del termine green ci porta poi alla terza lezione da applicare al movimento open: la definizione del termine sarà in qualche modo piegata a un vantaggio commerciale. Vedremo questo openwashing più avanti nel libro, in particolare riguardo ai MOOC.
Queste due analogie ci forniscono tre lezioni che incontreremo spesso man mano che esploreremo diverse aree dell'open education. La mia interpretazione di ciò che queste analogie offrono è la seguente:
  1. la vittoria è più complessa del previsto;
  2. la direzione futura è modellata dalle lotte più prosaiche che vengono dopo la vittoria iniziale;
  3. non appena un termine viene accettato come mainstream allora se ne fa un uso commerciale.
Se si osservano queste affermazioni da un punto di vista della open education, non è difficile concludere che la openness ha avuto la meglio. La vittoria potrebbe non essere assoluta, ma il trend va in quella direzione – sembra impossibile che torniamo a sistemi chiusi in accademia così come lo sarebbe ritornare ai venditori porta a porta dell'enciclopedia britannica. Che si tratti di pubblicazioni Open Access, di open data, di MOOC, di OER, di software open source o di open scholarship, il messaggio della openness è stato unanimamente accettato come un messaggio valido (che non vuol dire comunque che deve essere l'unico approccio). Tempo di gioire, si potrebbe pensare, ma ovviamente come la prima lezione ci dimostra, non è mai così semplice. Quando infatti si trattava di “aperto vs chiuso” c'era una distinzione chiara: la apertura andava bene, la chiusura no. Non appena però si è cantata vittoria non ci è voluto molto a capire che la faccenda era diventata più complessa. È nella natura della vittoria in fondo, e così è per l’openness – non dovremmo vederla come un'opportunità mancata o romanticizzare un breve periodo in cui c'è stata una Camelot ora depredata. La direzione generale è positiva, ma questo si porta dietro maggiore complessità. La seconda lezione mette in luce invece che rimpiazziamo la dicotomia open vs closed con una serie di dibattiti più variegati e con sfumature che possono sembrare meno specialistiche. Ad esempio:
  1. i differenti approcci alla didattica MOOC, chiamati xMOOC o cMOOC (ne parleremo nel capitolo 5);
  2. la varietà di licenze come la più aperta Creative Commons CC-BY versus la CC-NC che restringe gli usi commerciali;
  3. le diverse strade per l’Open Access, dalla Gold alla Green;
  4. le diverse opzioni tecnologiche, ad esempio le piattaforme MOOC vs un mix di servizi forniti da terzi.
Ma è proprio attraverso questi dibattiti minori che si viene a formare il quadro generale, ed è la costruzione di questo quadro generale che il resto del libro cercherà di riportare.

lunedì 2 marzo 2020

Le licenze per dati: capirle una volta per tutte. Video e slides del mio seminario a FOSS4G-it

Condivido qui le slides e i video del seminario "Le licenze per dati: capirle una volta per tutte" che ho tenuto lo scorso 19 febbraio al Politecnico di Torino in occasione dell'evento FOSS4G-it.
Per leggere l'abstract del mio seminario, vai al post dedicato all'evento.



I VIDEO

Parte 1: La proprietà intellettuale sui dati > vedi su YouTube

Parte 2: Le licenze open in generale > vedi su YouTube

Parte 3: Le licenze open per dati > vedi su YouTube

Parte 4: Gli open data pubblici e il principio open by default > vedi su YouTube


LE SLIDES

sabato 29 febbraio 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 4 – È davvero una battaglia?

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 4 – È davvero una battaglia?

Dopo aver cercato in qualche modo di convincervi della vittoria dell’openness e del motivo per cui le future direzioni che prenderà sono importanti, voglio ora chiarire perché ho usato il termine “battaglia” e perché lo vedo come un momento di conflitto. Immagino che alcuni lettori saranno a disagio con un termine militaristico, ma l'ho usato intenzionalmente per mettere in evidenza fattori significativi della openness.
In primo luogo c'è davvero un dibattito molto acceso sulla direzione che l’openness prende. Lo esamineremo meglio nel corso del libro ma per molti dei suoi sostenitori l'attributo fondamentale riguarda la libertà – degli individui ad avere accesso al contenuto, di riutilizzarlo come meglio credono, di sviluppare nuovi metodi di lavoro e di sfruttare le opportunità offerte dal mondo digitale e in rete. Un'interpretazione più commerciale vede invece l’openness come una tattica iniziale per guadagnare utenti su una piattaforma privata o per avere accesso a fondi governativi. Alcuni dunque vedono i nuovi provider come usurpatori dei provider esistenti nell'istruzione superiore, come quando Sebastian Thrun predice che in futuro ci saranno solo dieci provider globali nel campo dell'educazione (e spera che la sua compagnia, Udacity, sia uno di questi) (The Economist 2012).
Non è dunque un cortese dibattito sulle definizioni: ci saranno reali conseguenze per l'istruzione e per la società in generale a seconda di chi vincerà la battaglia per l’openness. E questo ci porta al secondo fattore per la scelta del termine: come nelle vere battaglie ciò che ha valore viene più duramente conteso. La spesa media cumulativa per studente nei paesi OECD (Organisation for Economic Cooperation and Development) per gli studi terziari è di 57.774 dollari statunitensi (OECD 213) e l'intero mercato dell'istruzione è stato stimato sui 5-6 miliardi di dollari statunitensi (Shapiro 2013).
Nelle pubblicazioni accademiche Reed Elsevier ha registrato ricavi per più di 6 milioni di sterline nel 2012, di cui più di 2 milioni per pubblicazioni di scienza tecnologia e medicina (Reed Elsevier 2012), mentre Springer ha registrato vendite di 875 milioni di sterline nel 2011 (Springer 2011).  Sono grandi mercati e la domanda sull'istruzione non sta per sparire, quindi rappresenta aree di business allettanti in tempi di recessione globale.
La mia terza ed ultima giustificazione per aver usato il termine “battaglia” è che come il grande bottino spetta al vincitore, allo stesso modo anche la frase sui vincitori che scrivono la storia è pertinente. È in corso un contenzioso sulla narrazione riguardo all’openness. Un esempio si può trovare nel capitolo 6, dove andremo ad analizzare il meme ricorrente “l'istruzione è malata” e dove esploreremo il discorso che fa la Silicon Valley a riguardo. Entrambe queste posizioni cercano di intendere l'istruzione superiore come un semplice settore di contenuti, come il business della musica, e quindi propongono una soluzione semplice e tecnologica a quello che viene visto come un sistema apparentemente compromesso. Questa narrazione è spesso accettata come indiscussa e ignora deliberatamente il ruolo che l'istruzione superiore ha avuto in molti dei cambiamenti che ci sono stati (giustificandoli come forze esterne che sono intervenute) o semplificando le funzioni stesse dell'istruzione superiore.
Il termine “battaglia” sembra quindi appropriato a definire questi tre temi: conflitto, valore e narrazione. Dopo un'iniziale vittoria dell’openness affrontiamo ora il passaggio chiave nella battaglia a lungo termine. Non si tratta semplicemente di utilizzare un pezzo di tecnologia o un altro: l’openness sta al centro dell'educazione superiore del XXI secolo. Nella sua migliore interpretazione è il mezzo attraverso il quale l'istruzione superiore diventa importante per una società nel momento stesso in cui apre il suo sapere e permette l'accesso ai suoi servizi, fornisce gli strumenti con cui l'istruzione superiore si adatta al nuovo contesto del mondo digitale. Nella sua peggiore definizione invece, l’openness è la strada con la quale il commercio fondamentalmente danneggia il sistema fino al punto in cui esso viene indebolito senza possibilità di recupero. Spero in questo libro di sostenere la causa che vede la battaglia per l'open come quella per il futuro dell'istruzione.

martedì 25 febbraio 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 3 – Perché l’openness è importante

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 3 – Perché l’openness è importante

Nei paragrafi precedenti spero di aver iniziato a convincervi che la openness è stata un approccio per lo più vincente. E con vincente non voglio necessariamente dire che sia il primo pensiero di accademici o studenti, ma che un aspetto o un altro dell'istruzione open va a toccare nella pratica sia chi vuole imparare sia chi insegna, che siano studenti ad usare risorse open a supporto dei loro corsi oppure accademici che pubblicano articoli o monografie in Open Access. Senza dubbio c'è ancora molto che la open education può fare prima di influire su tutti gli aspetti della pratica, ma questo periodo segna il momento in cui l'istruzione aperta ha smesso di essere di interesse periferico e specialistico e ha preso ad occupare un posto nella pratica accademica mainstream. Se ancora non sono riuscito a convincervi ne parlerò meglio nei capitoli dal 3 al 7. Ora voglio discutere della sua importanza e del perchè dobbiate interessarvi ad argomenti legati all’openness. Ci sono due ragioni principali per le quali l’openness conta nel settore dell'istruzione: le opportunità e la sua "funzione".

Sotto “opportunità” ci sarebbero molte sub-categorie da elencare, ma mi concentrerò solo su un esempio per poi sviluppare l'argomento più avanti nel libro. Un'occasione significativa che l’openness offre è nell'ambito della didattica. In The Digital Scholar (Weller 2011) ho mostrato come le risorse digitali e internet stanno portando ad uno spostamento da una “didattica di scarsità” ad una di “abbondanza”. Molti dei modelli di insegnamento esistenti (le lezioni ad esempio) sono basati sul presupposto che ci debba essere un accesso limitato al sapere e alle risorse (motivo per il quale molti vanno in una stanza ad ascoltare un esperto parlare). La possibilità di trovare molti più contenuti online modifica questo presupposto. Una didattica dell'abbondanza si concentra infatti sul contenuto, che è un elemento importante ma non l'unico di un approccio. Forse sarebbe più opportuno parlare di didattica dell’openness: una didattica open fa uso di contenuti aperti come le open educational resources, video, podcast, etc; ma dà anche importanza al network e a come l'allievo si relaziona all'interno di esso. Nell'analizzare la didattica alla base dei MOOC (anche se la didattica open non è solo quello), Paul Stacey (2013) fa le seguenti raccomandazioni:


  • Siate il più open possibile. Andate oltre le iscrizioni aperte e usate metodi didattici open che sfruttino tutto il web, non solo la specifica parte contenuta nella piattaforma MOOC. Usate le OER come strategia e mettete una licenza open alle vostre risorse usando Creative Commons, in modo che sia possibile il riutilizzo, la revisione, il remix e la redistribuzione. Progettate le vostre piattaforme MOOC con un software open source. Pubblicate i learning analytics data che avete raccolto come open data usando una licenza CC0.
  • Usate metodi didattici online moderni e testati, non metodi didattici da aula che sappiamo non essere adatti all'apprendimento online.
  • Usate metodi didattici peer-to-peer per l'autoapprendimento. Sappiamo che questo migliora i risultati e che il costo di attivazione di un network di peers è lo stesso di quello di un network di contenuti, essenzialmente zero.
  • Usate il social learning, che include blog, chat, forum di discussione, wiki e lavori di gruppo.
  • Sfruttate la partecipazione di massa, con tutti gli studenti che contribuiscono con qualcosa che aggiunge o migliora il corso nel suo insieme.

Esempi di metodo didattico open includono il DS106 di Jim Groom, un corso open che stimola gli allievi a creare prodotti ogni giorno, suggerire compiti, inventare il proprio spazio online e diventare parte di una comunità che va oltre il corso, sia da un punto di vista geografico che temporale. Dave Cormier ogni anno inizia il suo corso in educazione tecnologica invitando gli studenti a firmare un contratto che stabilisca quanto lavoro vuole fare ognuno e per quale votazione. Lavori individuali sono valutati come “soddisfacente” o “insoddisfacente” una volta completati (Cormier 2013). In corsi come Octel (http://octel.alt.ac.uk) gli allievi creano il proprio blog, che diventa il luogo dove lavorano, con vari contributi poi aggregati in un unico blog centrale. Tutto in modalità open.
Ciò non vuol dire che questi esempi debbano essere la norma e debbano essere adottati da tutti gli altri. Sono esempi fatti su misura per particolari contesti e argomenti. Il punto chiave qui è che l’openness è la pietra miliare e la filosofia che sta alla base di questi corsi: è presente nella tecnologia adottata, nelle risorse citate, nelle attività che gli studenti intraprendono e negli approcci di insegnamento. Il tutto è reso poi possibile dal fatto che il concetto di apertura va a toccare aree diverse: le risorse devono essere disponibili, la tecnologia deve essere free, gli studenti hanno bisogno di essere preparati a lavorare in questo ambito e le università devono accettare i nuovi modi di operare. Vorrei suggerire che siamo solo all'inizio dell'esplorazione di modelli di insegnamento e apprendimento che hanno come base la mentalità open. È interessante notare che molti di questi sperimentatori in didattica aperta sono persone che fanno già parte del movimento. Si potrebbe pensare che siano stati “intaccati” dalla mentalità aperta e che vogliano applicarla ovunque possibile.
È questa opportunità di esplorare che è importante nell'istruzione superiore, se si vuole innovare e se si vogliono sfruttare al meglio le possibilità che l’openness offre. Un pre-requisito è l'engagement con la open education, sia che si parli di tecnologia, che di risorse, che di didattica. Uno dei pericoli dell’openness in outsourcing infatti è che appoggiandosi a venditori terzi per le piattaforme MOOC, oppure affidandosi ad editori per la creazione del contenuto, si restringa il raggio di sperimentazione. La soluzione preconfezionata in questo modo diventa non solo il metodo accettato ma l'unico riconosciuto. Ci sono già esempi: Georgia Tech ha annunciato una collaborazione con la società MOOC Udacity per offrire un master online. Come nota Christopher Newfield (2013) facendo un'analisi del contratto, Udacity ha una relazione esclusiva per la quale la Georgia Tech non può offrire il suo contenuto da altre parti. Udacity può invece offrire lo stesso contenuto ad altri studenti al di fuori del programma. Newfield sostiene che mentre cercano di recuperare i costi, “i grandi risparmi ironicamente vengono dal comprimere l'innovazione – i compensi ai creatori dei corsi si abbassano – e dallo sfruttare l'overhead”.
Anche se accettiamo di guardare meno cinicamente questo accordo, il modello di compagnie come Udacity, Coursera e Pearson è quello di creare un brand globale diventando uno dei pochi fornitori. A loro non interessa la diversificazione del mercato e quindi il modello su come creare dei MOOC o su come rilasciare delle risorse online diventa limitato, sia per accordi contrattuali o semplicemente per la presenza di soluzioni preconfezionate che impediscono un'ulteriore esplorazione.
Questo stesso messaggio sulla possibilità di sperimentazione si può applicare a tutte le funzioni in università: la ricerca, il public engagement, la creazione di risorse. In ciascuna di queste aree la possibilità di combinare elementi open e fare uso di un ambiente digitale in rete permettono la creazione di nuove opportunità, che però per trovare la loro piena realizzazione richiedono un impegno attivo sull'innovazione portato avanti dalle enti di istruzione e dagli accademici più che da fornitori esterni.

E ora passiamo al secondo motivo per cui la openness è importante, e cioè la “funzione”, o il ruolo dell'università. Le università si possono considerare come un raggruppamento di diverse funzioni: ricerca, insegnamento, public engagement, orientamenti politici e incubatori di idee e business. In tempi di ristrettezze economiche ogni aspetto della società è esaminato in base a quanto contribuisce in relazione a quanto costa, e l'istruzione superiore non fa eccezione. Sempre più la narrazione è quella di un'operazione di investimento diretta – gli studenti pagano una tassa e in cambio ricevono un'educazione che permetterà loro di guadagnare di più nella vita (Buchanan 2013). Anche se questa è certamente una prospettiva difendibile e logica, ignora o ridimensiona l'importanza di altri contributi: gli approcci open alla diffusione della ricerca, alla condivisione di materiale didattico, all'accesso online a conferenze e seminari aiutano infatti a rafforzare un concetto più ampio di cosa servano le università. Non c'è niente di nuovo: la mia università, la Open University (OU) è tenuta in grande considerazione nel Regno Unito anche da quelli che non ci hanno mai studiato forse per la sua collaborazione con la BBC nel creare programmi didattici, che sono di fatto primi tentativi di risorse per la open education. Forse la collaborazione dell'OU con la famosa emittente televisiva la mette in una posizione privilegiata.
Gli approcci open consentono a tutte le istituzioni di adottare parti del metodo a costo relativamente basso. Ad esempio la università di Glamorgan (ora University of South Wales) ha creato il proprio sito iTunesU ad un costo basso e ha generato più di 1 milione di download nei primi 18 mesi (Richards 2010). Sempre più quindi assistiamo ad una openness che contribuisce a formare l'identità non solo di una università in particolare, ma dell'istruzione superiore nel suo complesso e del suo relazionarsi con la società.
Concludo con un breve esempio che mette insieme molte delle componenti dell’openness. Katy Jordan è un PhD alla OU e si occupa di network accademici su siti come Academia.edu. Su iniziativa personale ha studiato una serie di MOOC che integrano la ricerca offerta in università e uno di questi era un MOOC infografico fornito dall'università del Texas. Per il progetto di visualizzazione finale ha deciso di tracciare i dati di completamento su un grafico interattivo e ha bloggato i risultati (Jordan 2013). Questi dati sono stati ripresi da un famoso blogger che l'ha definito il primo tentativo di raccogliere e compilare dati riguardo ai MOOC, e a sua volta lo ha twittato. I dati relativi al completamento dei MOOC sono in generale oggetto di grande interesse e il post di Katy è diventato virale, diventando di fatto il pezzo a cui linkare sull'argomento e a cui quasi ogni MOOC fa riferimento. Questo come conseguenza ha portato a maggiori fondi da parte della MOOC Research Initiative e a varie pubblicazioni. E tutto dopo un post in un blog.
Un piccolo esempio che prova come la diffusione della openness prende varie forme e ha impatti inaspettati. Il corso aveva bisogno di essere open perché Katy potesse accedervi; le è stato possibile condividere i risultati come parte della sua pratica open. L'infografica e il blog si basano su un open software e sfruttano dati sul tasso di completamento dei MOOC che qualcuno ha messo a disposizione e il format stesso del lavoro di Katy permette ad altri di valutare i dati e di suggerire nuovi elementi. Infine l'open network diffonde il messaggio perché è ad accesso aperto e può essere linkato e letto da tutti. È difficile prevedere o innescare questi meccanismi, ma un approccio chiuso in qualche punto della catena li avrebbe bloccati. È proprio nel replicare esempi come questo nell'istruzione superiore che si trova il vero valore dell’openness.

domenica 16 febbraio 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 2 – Istruzione superiore e openness

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 2 – Istruzione superiore e openness

Il focus di questo libro è principalmente sull'istruzione superiore e il motivo principale è che questa è l'area in cui la battaglia per l'openness è più duramente combattuta. L'istruzione aperta e gratuita può essere intesa come una componente di un movimento più ampio: c'è infatti una comunità molto attiva che si occupa di open data, che cerca di fare in modo che i dati – come quelli della pubblica amministrazione e quelli delle aziende – siano accessibili a tutti. Organizzazioni come la Open Knowledge Foundation (OKFN) considerano l'accesso ai dati come un elemento fondamentale per l'assunzione di responsabilità e impegno in una serie di funzioni pubbliche tra cui la politica, il commercio, l'energia, la sanità, e questo posiziona l’openness all'interno di forme di attivismo di cui l'istruzione è solo un aspetto. Del resto la stessa Open Knowledge Foundation dichiara: «Vogliamo che il sapere aperto diventi un concetto mainstream, così naturale e importante nelle nostre vite come lo è l'ecologia».
Il focus sull'istruzione permette di analizzare nel dettaglio la battaglia per l'open attraverso quattro esempi, anche se molti di questi trovano poi punti in comune con un più ampio movimento che si batte per il libero accesso agli articoli pubblicati o per il rilascio dei dati della ricerca. A differenza di settori che hanno subìto l'imposizione dell'open come il risultato della rivoluzione digitale però, – ad esempio l'industria musicale con l'arrivo di programmi di condivisione come Napster – l'istruzione superiore ha cercato di sviluppare pratiche aperte in una vasta gamma di aree. Ed è proprio questo che la rende un’interessante materia di studio che include editoria, didattica, tecnologia, pratiche individuali, comunicazione ed engagement. C'è molto di rilevante anche per altri settori qui, dove saranno applicabili uno o più di questi argomenti, ma raramente l'intera gamma. Si è spesso detto che l'istruzione superiore può prendere lezioni da settori che sono stati toccati dalla rivoluzione digitale, come i giornali, ma potrebbe anche essere vero il contrario: sono gli altri settori a poter imparare molto da quanto accade nel dibattito sull'open nell'istruzione superiore. Quali sono dunque le principali aree di interesse in questo ambito? Ciascuna di esse verrà esplorata in un capitolo dedicato, ma i principali sviluppi sono riassunti qui di seguito.

Insegnamento

L'avvento dei MOOC sta raccogliendo un grande interesse. Sviluppati inizialmente come metodo sperimentale per esplorare le potenzialità di un insegnamento basato sul networking, i MOOC sono diventati oggetto di attenzione da parte dei media e del mondo business a seguito dei grandi numeri fatti dal corso di Sebastian Thrun sull'Intelligenza Artificiale. Da allora la maggiore azienda che si occupa di tecnologie didattiche è Coursera, con due turnazioni di fondi di venture capital e oltre 4 milioni di iscritti ai sui 400 corsi (Coursera 2013a).
L'idea alla base dei MOOC è semplice: rendere i corsi online accessibili a tutti e tagliare sui costi del personale. Se questo modello sia economicamente sostenibile è ancora da discutere, dato che si trova nella sua fase iniziale, ma i media non si sono risparmiati e alcuni osservatori sono arrivati a ipotizzare che i MOOC siano la naturale conseguenza dell'effetto di internet sull'istruzione superiore.
I MOOC sono solo un aspetto di come l’openness sta influenzando il settore. Prima dei MOOC infatti c'è stato (e c'è ancora) il movimento Open Educational Resources (OER), che è iniziato nel 2001 quando la fondazione Hewlett ha finanziato il MIT per dare vita al sito OpenCourseWare, che doveva rilasciare gratuitamente materiale didattico. Da allora il movimento OER si è diffuso a livello globale e ad oggi vi sono grandi iniziative in tutti i continenti in cui le OER sono parte integrante della strategia centrale di progetti educativi, tra cui UNESCO, la Shuttleworth Foundation, la William and Flora Hewlett Foundation e l'Higer Education Funding Council for England (HEFCE). La distinzione tra MOOC e OER può a volte essere sottile: per esempio se si raccolgono e mettono a disposizione insieme di risorse OER all'interno della struttura di un corso, questo le fa diventare un MOOC? E viceversa se un MOOC è condiviso anche dopo la fine del corso diventa un OER? Uno degli obiettivi dell'OER è di creare libri di testo open, visto il loro costo sempre più proibitivo specialmente negli USA, che va ad influire negativamente sulla partecipazione all'istruzione superiore. Questi testi open vogliono rimpiazzare le versioni standard di testi introduttivi, che sono spesso proprietà delle case editrici, con versioni gratuite e online create da gruppi o da singoli autori. Il processo sta avendo un impatto significativo, tanto che ad esempio OpenStax mira alla fornitura di libri di testo online o stampati a basso costo a 10 milioni di studenti, e al momento conta più di 200 college nella sua rete con un risparmio previsto per gli studenti di 90 milioni di dollari nei prossimi cinque anni (OpenStax 2013).

Ricerca

La pubblicazione in Open Access sta crescendo in modo costante, non solo come un modello valido per diffondere pubblicazioni di ricerca, ma come il migliore in assoluto. Invece di pubblicazioni accademiche su riviste private, il cui accesso è acquistato dalle biblioteche o per singoli articoli dagli utenti, l'Open Access mette infatti le pubblicazioni a disposizione di tutti. Ci sono molti modi per farlo: la cosiddetta Green Road (“via verde”), in cui l'autore mette l'articolo sul proprio sito o sul repository delle istituzioni; la Golden Road (“via d’oro”) nella quale l'editore chiede una quota per mettere l'articolo a disposizione in modalità open; ed infine la via Platinum quando la rivista opera gratuitamente.
La pubblicazione in Open Access è forse l'aspetto più riconoscibile di come l'attività accademica si stia adattando alle opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dalla rete. Altre pratiche formano quella che è definita la open scholarship (ricerca aperta) e includono la condivisione di risorse individuali come presentazioni, podcast e bibliografie, social media engagement attraverso blog, twitter etc e pratiche generalmente più aperte come la pubblicazione di bozze di capitoli di libri, ma anche revisioni e metodi di ricerca open. Gli ultimi possono anche includere l'uso di approcci come il crowdsourcing o la social media analysis, che basano il loro successo sull’openness. La open scholarship sta offrendo anche nuove strade per il public engagement; ora si vedono infatti accademici avere profili pubblici per comunicare online mentre questa attività prima avrebbe richiesto un intermediario. Un aspetto della open scholarship sono poi gli open data, che permettono ai dati di progetti di ricerca di essere pubblicamente disponibili (quando non si tratti di dati personali o sensibili). Come accennato all'inizio del capitolo, durante il G8 è stato firmato un accordo secondo cui questa dovrebbe essere la modalità di default per i dati governativi, e molti finanziatori della ricerca impongono già simili vincoli. Per molti temi, come il cambiamento climatico, questo permette la creazione di un più ampio bacino di dati e di meta-studi che vanno a migliorare la qualità complessiva dell'analisi; in altri campi invece permette occasioni di confronto, analisi e interpretazioni che sono imprevedibili e che possono andare al di là del dominio originario.


Open Policy

Molto del lavoro fatto sull'open licensing, in particolare quello di Creative Commons, è stato avviato o influenzato dall'istruzione superiore. Le licenze, agli occhi di molti, sono uno dei veri test per l’openness, dal momento che la possibilità di prendere e riutilizzare un prodotto è ciò che differenzia l' “open” dal semplice “gratis”. Le licenze sono la strada principale attraverso la quale si possono realizzare iniziative basate su politiche più ampie: con l'adozione di una posizione precisa sulle licenze infatti governi, organizzazioni no profit, finanziatori della ricerca, editori e società che si occupano di tecnologia creano un terreno sul quale l’openness si può sviluppare. Quindi la promozione dell’openness come approccio, sia pratico che etico, è stata una componente crescente del movimento open basato sull'istruzione superiore. 
Questa breve panoramica dovrebbe dimostrare come l’openness costituisca l'essenza di gran parte del cambiamento nell'istruzione superiore e come esista un'intensa attività di ricerca nell'area. Uno degli obiettivi di questo libro è proprio quello di mettere in evidenza e celebrare questa attività. È un bel periodo per essere coinvolti nell'istruzione superiore: ci sono opportunità di cambiare la pratica in quasi tutti gli aspetti, e l’openness è un elemento chiave. Il successo dipende però in primo luogo dall'impegno nel cambiamento e in secondo luogo dal prendersi la responsabilità sul cambiamento, senza permettere che entrambe le cose siano determinate da forze esterne, per titubanza o per il desiderio di semplificare gli argomenti di discussione. Di seguito analizzeremo l'analogia con il movimento green, per dimostrare che il valore dell’openness sarà compreso da tutti.


sabato 15 febbraio 2020

Marketing automatizzato sui social media: la mia risposta acida alla proposta commerciale

Ho ricevuto poco fa l'ennesima proposta commerciale sul mio indirizzo email probabilmente prelevato dalla rete senza rispettare le norme sulla privacy; questa volta però la proposta mi è sembrata davvero fuori da ogni grazia divina e nel rispondere ho tirato fuori tutta l'acidità e sgradevolezza di cui sono capace. Ma qualcuno prima o poi queste cose deve dirle.


IL MESSAGGIO RICEVUTO
Buongiorno, Sono ****** da Clientigram*.
Siamo un’agenzia di marketing e aiutiamo aziende e professionisti a trovare nuovi clienti. Abbiamo lanciato un servizio che Le da la possibilità di aumentare notevolmente la Sua visibilità e trovare clienti grazie ad Instagram!
Il nostro servizio, in breve, automatizza il profilo Instagram della Sua azienda, in tal modo, tutte le azioni del Suo profilo saranno automatiche, sceglierà dei commenti da fare al pubblico di Suo interesse, lasceremo like e followers in target e sceglieremo insieme un messaggio automatico da inviare a tutti i nuovi followers. Potrà ad esempio comunicargli uno sconto, una promozione, aprire una conversazione o semplicemente invitarli sul Suo shop!
Il servizio verrà modulato in base alle Sue esigenze ponendoci un unico obiettivo: massimizzare le conversioni.
La gestione sarà affidata ad un consulente dedicato che seguirà a 360° il Suo progetto.
Ci lasci un Suo recapito telefonico al fine di fornirLe maggiori informazioni.
Buona giornata.

LA MIA RISPOSTA
Io mi vergognerei a fare queste proposte (per di più utilizzando indirizzi email presi dalla rete senza autorizzazione e comunque in violazione delle norme sulla privacy) e in generale mi vergognerei
anche a mettere in piedi un'azienda basata unicamente sullo sfruttare le "debolezze" strutturali dei social media per fare marketing di bassa lega. Tra l'altro senza nemmeno considerare che in quanto
avvocato, vincolato alla deontologia professionale, non potrei nemmeno fare certe cose.
Servizi come i vostri sono ciò che rendono i social media lo schifo e la tristezza che sono diventati (Instagram in primis). Pensate che la gente non capisca quando i commenti e gli altri feedback sono automatizzati?
So che è ciò che il mercato chiede, ma davvero mi auguro che presto anche il mercato possa mostrare l'inutilità di questi servizi.
Questo per dire che non sono interessato ai vostri servizi e che vi chiedo fin da subito di cancellare OGNI mio dato personale dai vostri archivi.
Con affetto, Avv. Simone Aliprandi

Per approfondire l'argomento segnalo l'articolo "Perché i bot rispondono alle stories?" su Ninjalitics, in cui si spiega il funzionamento di questo sistemi e giustamente si fa anche notare che l'utilizzo di sistemi automatizzati per aumentare follower e like è comunque vietato dai termini d'uso di Instagram.
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* Cercando in rete è emerso che Clientigram (https://www.clientigram.it/) è un servizio offerto da WillMore​ by Filarco Group S.R.L. P.IVA/C.F 03544100781 Via Giacomo Brodolini, 75 | 87036 Rende (CS).