mercoledì 28 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 3 – La pubblicazione in Open Access | Par. 1 – Introduzione

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 3 – La pubblicazione in Open Access

Bisogna essere preparati a combattere per i propri semplici piaceri e pronti a difenderli contro l'eleganza, la saccenteria e tutte le tendenze glamour – Amor Towles

Paragrafo 1 – Introduzione

Nel capitolo 1 si diceva che abbiamo assistito alla transizione dell’openness da un interesse periferico ad un approccio mainstream nel campo dell'istruzione superiore. Questa transizione ha portato con sé un certo numero di tensioni e problemi, come si è visto dall'analogia con le rivoluzioni e con il movimento green. Dopo aver analizzato il concetto di openness più in dettaglio nel precedente capitolo, i prossimi cinque vanno dunque al centro dell'argomento. Ciascun capitolo prenderà in esame un aspetto della open education ed entrerà nel dettaglio di come ha avuto successo e di quali siano le sue maggiori sfide. E comincia in questo capitolo con un elemento di grande successo nell'ambito della open education, e cioè la pubblicazione in Open Access.
Nella battaglia per l'open la pubblicazione in Open Access (OA) è probabilmente quella con la storia più lunga. Vale la pena di dare un'occhiata ai problemi che stanno nascendo in questo campo prima di considerare altri aspetti, dal momento che mostrano al meglio le caratteristiche della battaglia accennate nel capitolo 1. Ad esempio c’è un considerevole giro di denaro in questo settore. Reed Elsevier ha parlato di guadagni che hanno superato i sei miliardi di sterline nel 2012, dei quali più di due miliardi sono stati usati per pubblicazioni scientifiche, tecniche o mediche. È un'area in cui l’openness ha “vinto”, e di gran lunga, con richieste vincolanti da parte di finanziatori della ricerca, di governi e di istituzioni che rendono l'Open Access obbligatorio. Eppure nel momento della vittoria i sostenitori dell'Open Access sono contestati e messi in dubbio.
La Gold road mette le riviste accademiche in Open Access in modo che qualsiasi lettore possa avere accesso al contenuto gratuitamente. Il focus di questa scelta è usare le riviste come mezzo per condividere contenuti. Ci sono molti modi in cui queste possono essere finanziate, per esempio da università o società professionali, se invece si tratta di una rivista pubblicata da una casa editrice, allora il percorso generalmente scelto è l'Article Process Charges (APC) in cui l'autore (o il finanziatore della ricerca) paga una quota per rendere l'articolo open. La Gold road è l’indicazione favorita in molti casi, ma con APC potrebbe finire per costare di più sia in termini economici che di opportunità, come vedremo in seguito. La trappola Open Access pubblicata su Science (Bohannon 2013) dove articoli evidentemente deboli e falsi furono accettati da 157 riviste OA, dimostrò che questo modello “pay-to-publish” poteva creare tensione nei rapporti con l'editore. Fu però illuminante nell'ambito della battaglia per l'open per due motivi: in primo luogo dimostrò di nuovo come il termine “openness” avesse un mercato e come riviste di dubbia provenienza si fossero messe in gioco offrendo pubblicazioni Open Access; in secondo luogo i decisori (molti dei quali pubblicarono l'articolo) potrebbero non essere interessati al successo dell'OA. Se l'Open Access è percepito infatti come di bassa qualità, ciò va a rinforzare il loro mercato e l'esistente sistema di abbonamenti ai loro archivi. Questo dimostra il pericolo di lasciare che interessi commerciali influiscano sulla direzione dell’openness. Ma prima diamo un'occhiata a come la pubblicazione in Open Access ha avuto così tanto successo.



La battaglia per l'open | Cap. 2 – Che tipo di openness? | Par. 5 – Conclusioni

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 2 – Che tipo di openness?

Paragrafo 5 – Conclusioni

L’openness nel settore dell'istruzione raccoglie molti filoni e, a seconda della particolare accezione di open education che si considera, alcuni di essi prevalgono su altri. Questo rende problematico il parlare della open education come di un movimento o di un'entità chiaramente definiti, e l'adottare una singola definizione è controproducente. Così come la open education ha molti aspetti tra loro legati, come l'Open Access, le OER, i MOOC e l'open scholarship, allo stesso modo essa si definisce sovrapponendo distinte influenze. In questo capitolo si sono proposte tre di queste influenze – e cioè l'università open, l'open source e il web 2.0 – ma ce ne potrebbero essere altre, ad esempio prendendo una prospettiva socio-economica: alcuni hanno trovato elementi di neo-liberismo nella popolarità dei MOOC (Hall 2013). Ma non è nelle intenzioni di questo libro esplorare questi aspetti, anche se un'analisi di questo genere riguardo alla open education sarebbe molto interessante.
Dopo aver osservato le possibili motivazioni per l'approccio open, e i fattori di influenza che hanno portato alla sua forma attuale, i differenti aspetti dell’openness nell'istruzione possono ora essere ora presi in considerazione. Il primo di questi è forse il più venerando, cioè la pubblicazione in Open Access, ed è il tema del prossimo capitolo.


martedì 27 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 2 – Che tipo di openness? | Par. 4 – Principi che si fondono

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 2 – Che tipo di openness?

Paragrafo 4 – Principi che si fondono

Da questi tre principali filoni – università open, open source e web 2.0 – derivano un certo numero di principi che si fondono nell'attuale movimento open education. Dalle università open abbiamo ereditato i principi dell'Open Access e la rimozione di barriere sull'istruzione, ristretti comunque alla particolare interpretazione di open education e strettamente legati a particolari politiche nazionali. Il software open source ci ha portato i principi della libertà di utilizzo, del reciproco beneficio che viene dal condividere le risorse e ha gettato le basi per le licenze. Non si è andati però molto al di là delle ristrette e specializzate comunità di sviluppatori software. Infine, il web 2.0 ha creato il contesto culturale all'interno del quale l’openness viene ampiamente riconosciuta e attesa. Una lista di principi generali ereditati da questi tre filoni potrebbe essere: 
  • libertà di riutilizzo
  • Open Access
  • gratuità
  • facilità di utilizzo
  • contenuto digitale in rete
  • approcci social e community based
  • argomenti etici a supporto dell’openness
  • openness come modello efficiente
Queste sono trasformazioni digitali, di rete; la natura non competitiva del contenuto digitale e la facile distribuzione del contenuto delle conversazioni online, le mette tutte in evidenza. E mentre è possibile immaginarle come un cluster di principi interconnessi, si dovrebbero anche immaginare campi o cluster di minore dimensione all'interno. Per esempio, l'idea che il contenuto dovrebbe essere gratuito non era inizialmente una preoccupazione dell'università open o del movimento per l’open source software, anche se il software open source è spesso gratuito. È stato con lo sviluppo del web 2.0 che “free” è diventato una prospettiva. Si potrebbero osservare poi che i vari aspetti dell’openness nell’istruzione si allineano con alcuni di questi principi, ma non con tutti. Per esempio, i MOOC commerciali stanno adottando un approccio di gratuità e di accesso aperto ma non necessariamente la libertà di riutilizzo.
È proprio per questo miscuglio di principi che ho preferito non dare una definizione univoca di openness nell'ambito dell'istruzione superiore e che proporrei invece che fosse vista come un mix di principi che si sovrappongono.




martedì 20 ottobre 2020

Corso online sul diritto d'autore in biblioteca per il Comune di Cameri (Novara)

Questo giovedì (22 ottobre) e il prossimo (29 ottobre) in mattinata terrò due incontri formativi online organizzati dal Comune di Cameri (Provincia di Novara) sulla gestione del diritto d'autore in biblioteca.

Condivido di seguito la locandina. L'iniziativa è rivolta unicamente al personale del sistema bibliotecario BANT (Biblioteche Associate Novarese e Ticino), tuttavia metterò a disposizione le slides e, se riuscirò a registrare, anche qualche video tratto dal corso online.




La battaglia per l'open | Cap. 2 – Che tipo di openness? | Par. 3 – L'istruzione open. Un breve accenno storico

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 2 – Che tipo di openness?

Paragrafo 3 – L'istruzione open – Un breve accenno storico

Quando è iniziato l'attuale movimento della open education? È una domanda di difficile risposta, dato che è inevitabile replicare “dipende da cosa intendi per l'attuale movimento di open education”. Ed è anche una risposta rivelatrice, in quanto dimostra che il movimento non è facilmente definibile. Come la definizione di openness, infatti, bisognerebbe considerarla non come un'entità singola ma piuttosto come una raccolta di principi ed idee che si intersecano. Questo paragrafo parlerà proprio di questo, cercando di focalizzarsi sulle radici della open education.
Suggerisco tre filoni chiave che portano all'attuale insieme di concetti centrali nella open education: l'istruzione Open Access, il software open source e la cultura del web 2.0.


Università open

L'accesso aperto all'istruzione risale a ben prima della Open University (OU), con la pratica delle lezioni pubbliche. Prendiamo però la fondazione della OU come il punto di partenza della storia dell'istruzione Open Access, così come viene comunemente interpretata. Proposta nel 1926 come una “università wireless”,  l'idea prende piede nei primi anni '60 e diventa un impegno concreto del manifesto del Partito Laburista nel 1966. Fondata nel 1969 con la missione di voler essere un'università “aperta a persone, luoghi, metodi e idee”, la OU puntava a facilitare l'accesso all'istruzione superiore a persone che altrimenti ne sarebbero state escluse, sia per mancanza delle qualifiche necessarie, sia perché il loro stile di vita o i loro impegni impedivano loro di dedicarsi full-time allo studio. L'approccio dell'università era dunque mirato alla rimozione di queste barriere. Cormier (2013) suggerisce che erano importanti le seguenti accezioni di open:

Open = accessibile, “supporto all'apprendimento open”, interattivo, dialogico. L'accessibilità era la chiave.
Open = pari opportunità, senza restrizioni portate da barriere o ostacoli all'istruzione e alle risorse didattiche.
Open = trasparenza, condivisione di obiettivi didattici con gli studenti, divulgazione degli schemi di votazione e offerta di tutoraggio per esami.
Open = ingresso aperto, nessuna richiesta di qualifiche per l'accesso. Tutto ciò che si richiedeva erano ambizione e motivazione/desiderio di imparare.

In questa interpretazione la open education promuoveva un'istruzione part-time, a distanza, supportata e in Open Access. Il modello della OU riscontrò grande successo e furono fondate altre università open in diversi paesi che seguivano questa strada. Il bisogno di estendere l'accesso all'istruzione superiore anche a coloro che non potevano sfruttare il modello convenzionale divenne ad un certo punto qualcosa che anche i governi dovettero riconoscere, e la reputazione della OU, sia per i suoi materiali di insegnamento di alta qualità sia per la buona esperienza di apprendimento, resero questo approccio un metodo esemplare.
La maggior parte degli obiettivi delle università open, ad esempio il rendere democratico l'apprendimento e il raggiungere gruppi di persone escluse, sono riemersi poi con l'arrivo dei MOOC (Koller 2012). Da notare che non c'è nessuna enfasi particolare sull'accesso gratuito in questa interpretazione. L'istruzione doveva essere pagata dai governi, e le università open erano alleate di qualsiasi forma di più ampia partecipazione essi volessero adottare. L'accento era posto spesso su un'istruzione economicamente accessibile, ma prima di internet le altre forme di openness erano viste come più rilevanti. È stato infatti con il concetto di open source che “open” e “gratuito” hanno iniziato ad essere usati insieme. 




Open Source e free software

Nel 1970 Richard Stallman, uno scienziato informatico al MIT, si rese conto di quanto poteva essere limitante il controllo che la sua istituzione aveva sui sistemi informatici e fece di questa sua frustrazione una campagna per i diritti associati al software che durò tutta la vita. Nel 1983 iniziò il progetto GNU, nato con l'obiettivo di sviluppare un sistema di software operativo rivale a Unix che avrebbe permesso agli utenti di adattarlo come meglio credevano. Il codice sorgente di GNU fu rilasciato in modalità open, in contrasto con la pratica standard per la quale si rilasciava solo un codice compilato a cui gli utenti non avevano accesso e che non poteva essere modificato. Stallman intuì con anticipo che le licenze erano la chiave per il successo di un progetto e promosse l'approccio copyleft (in opposizione al copyright) per apportare modifiche dopo aver riconosciuto il lavoro originale (Williams 2002).
Come vedremo, questo approccio e la licenza GNU hanno avuto una connessione diretta con il movimento della open education. Stallman sosteneva che il software doveva essere libero così da poter essere usato per altri scopi, e fondò la Free Software Foundation nel 1985, prendendo una chiara posizione ideologica sulla libertà. Come dichiara l'organizzazione GNU: “gli utenti (sia individui che gruppi) controllano il programma e cosa può fare per loro. Quando gli utenti non possono controllare un programma, allora il programma controlla loro”. Ci sono quattro libertà di base promosse dal movimento free software, che riecheggiano le 4R di Reuse e più tardi le licenze nell'istruzione.
Un programma per elaboratore è free software se gli utenti hanno le seguenti quattro libertà fondamentali:
Libertà di eseguire il programma come si desidera, per qualsiasi scopo (libertà 0).
Libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in modo da adattarlo alle proprie necessità (libertà 1). L'accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare gli altri (libertà 2).
Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti da voi apportati (e le vostre versioni modificate in genere), in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L'accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
Da notare che queste libertà riguardano il controllo, non i costi. Certo Stallman è abbastanza chiaro sul fatto che ciò non preclude utilizzi commerciali e che sia legittimo comprare software “free”. La frase citata spesso è “libertà nel senso di libertà di parola non di birra gratis” (“freedom as in speech not as in beer”), ma questa confusione tra i due tipi di libertà viene sollevata spesso per quanto riguarda l'istruzione open.
Legato al movimento free software c'era il movimento open source software, spesso uniti sotto l'unica definizione di FLOSS (Free/Libre Open Source Software). Il movimento open source fa comunemente capo a Eric Raymond, il cui saggio The Cathedral and the Bazaar (2001) ne ha gettato le basi. Il movimento open source, seppure con principi teorici forti, può essere considerato un approccio più pragmatico. Raymond amava il fatto che lo sviluppo del software non fosse competitivo (per cui si poteva condividere tenendone una copia) e che il codice poteva essere sviluppato da una comunità di sviluppatori che spesso lavoravano per piacere e non per denaro. Il principio cardine dietro l'open source è che produrre software open è più efficiente. Il mantra coniato da Raymond è “con un numero sufficiente di occhi tutti i bug vengono a galla” (“given enough eyeballs, all bugs are shallow”), quindi facendo in modo che il codice fosse aperto, il software era migliore. La Free Software Foundation ha distinto chiaramente il free software dall'open source in questo modo:
I due termini descrivono quasi la stessa categoria di software ma rappresentano valori fondamentalmente diversi. L'open source è una metodologia di sviluppo mentre il free software è un movimento sociale. Per il movimento free software avere il software aperto è un imperativo etico, nel rispetto della libertà degli utenti. Al contrario la filosofia dell'open source considera il problema dal punto di vista del miglioramento tecnico del software (Stallman 2012). 
Lo stesso Raymond evidenzia la particolare natura dell'open source dichiarando che “per me non è una faccenda morale o legale, è un problema ingegneristico. Io sto per l'open source perché, molto concretamente, ritengo che porti a migliori risultati dal punto di vista tecnico ed economico” (Raymond 2002). Per chi non è sviluppatore questa distinzione può sembrare pedante o ottusa, dato che spesso i due termini sono uniti e ovviamente chi sostiene l'open source è anche un sostenitore della libertà. Tuttavia vale la pena di notare la differenza in quanto ha risonanza nelle motivazioni della open education. L’openness nell'istruzione può essere vista come un approccio pratico: per esempio, il movimento learning object dei primi anni 2000 ha spesso usato l'argomentazione dell'efficienza, come vedremo nel prossimo capitolo. Ma anche il tema “sociale” è centrale nella open education, cioè il mettere a disposizione di tutti i risultati di una ricerca finanziata con fondi pubblici, piuttosto che in database privati.
I movimenti free software e open source possono essere visti come gli elementi che creano un contesto nel quale la open education può fiorire, in parte per analogia, in parte stabilendo un precedente. Ma c'è anche un collegamento molto diretto. David Wiley (2008) ricorda che nel 1998 si interessò allo sviluppo di una open licence per contenuto didattico e contattò sia Stallman che Raymond direttamente. Ne risultò la licenza open content che lui stesso sviluppò con gli editori per arrivare alla Open Publication Licence (OPL). Questa licenza aveva due varianti: il tipo A che proibiva la distribuzione di versioni modificate senza il permesso dell'autore; e il tipo B che proibiva la distribuzione del libro stampato per fini commerciali. Come lo stesso Wiley commenta, la convenzione terminologica non era stata di aiuto, in quanto non indicava a cosa si riferiva la licenza e le etichette non dicevano quale delle due era stata selezionata. Ma fu adottata dalla compagnia operante nel settore dei media O'Reilly e divenne precursore di una licenza più ampiamente adottata.
La OPL è risultata essere una delle componenti chiave, assieme alla licenza GNU della Free Software Foundation, per lo sviluppo delle licenze Creative Commons di Larry Lessig e altri nel 2002 (Geere 2011). Queste hanno affrontato alcune problematiche relative alle licenze open content e sono diventate essenziali per la open education. Le semplici licenze di Creative Commons (CC) permettono agli utenti di condividere facilmente risorse e non sono limitate al codice software. Il licenziante può decidere le condizioni sotto le quali possono essere usate le sue opere – quella di default è che si riconosca sempre l'autore (CC-BY), ma ci sono anche ulteriori restrizioni come il divieto di uso commerciale senza il permesso dell'autore (CC-NC). Le licenze Creative Commons sono più permissive che restrittive, consentono cioè all'utente di fare quello che la licenza permette senza dover chiedere i vari permessi. Non vietano altri usi, come l'uso commerciale per una licenza CC-NC; dicono solo di contattare prima l'autore. Queste licenze sono state un requisito molto pratico per il movimento OER al fine di convincere le istituzioni e i singoli a rilasciare contenuti in modo aperto, consapevoli del fatto che la loro proprietà intellettuale sarebbe stata protetta. La connessione diretta a Tim O'Reilly porta dunque al prossimo sviluppo influente, dato che è stato O'Reilly a coniare il termine “web 2.0”.


Web 2.0

Pur essendo una frase che è passata da un picco di popolarità e ormai entrata a far parte della storia, il fenomeno del web 2.0 di metà anni 2000 ha avuto un impatto significativo sulla natura dell’openness nel campo dell'istruzione. Il termine è stato usato per identificare un crescente sviluppo nel modo in cui le persone usavano il web. Non era proprio un movimento ma piuttosto un modo per contraddistinguere la natura più interattiva e user-generated di un numero di strumenti ed approcci.
Nel 2005 Tim O'Reilly evidenziò otto principi del web 2.0 che caratterizzavano il modo in cui gli strumenti si stavano evolvendo ed erano usati, compresi siti come Wikipedia, Flickr e YouTube. Alcuni principi risultarono essere più significativi di altri, e alcuni legati più agli sviluppatori che agli utenti, ma riassumevano un modo di usare internet che si era spostato da un modello broadcast ad un modello più colloquiale. Questo insieme di sviluppi si combinerà più tardi con social media come Twitter e Facebook.
Dal punto di vista della open education, il movimento del web 2.0 è stato significativo per due ragioni. Prima di tutto ha decentralizzato molto dell’engagement con il web. Gli insegnanti non avevano più bisogno di un’autorizzazione per creare siti web; potevano creare un blog, aprire un account Twitter, caricare video su YouTube e condividere le loro presentazioni su SlideShare in modo indipendente. Questo ha contribuito a creare una cultura dell’openness tra quegli insegnanti che adottavano questi approcci, cosa che spesso portava a un coinvolgimento con la open education in qualche forma. Lo vedremo più in dettaglio nel capitolo 7 quando parleremo di identità online. In secondo luogo, ha creato un contesto nel quale open e free erano visti come caratteristiche di default del materiale online. Gli utenti che siano stati insegnanti, studenti, potenziali studenti o pubblico generico si aspettavano che il contenuto che trovavano online fosse liberamente accessibile.

lunedì 19 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 2 – Che tipo di openness? | Par. 2 – Evitare di dare definizioni

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 2 – Che tipo di openness?

Cosa succederebbe se di fatto ci fossero sempre solo due individui distinti che passeggiano nella bruma della storia? Ogni differenza deriverebbe da quella dualità? – David Foster Wallace


Paragrafo 2 – Evitare di dare definizioni

Prima di prendere una prospettiva storica, comunque, è bene capire cosa si intende per openness. È un termine che nasconde una serie di interpretazioni e motivazioni che sono la sua benedizione e allo stesso tempo la sua maledizione. È un termine abbastanza generico da poter essere usato in più contesti, ma anche sufficientemente vago perché ognuno possa farne riferimento, rendendolo così inutile. Una soluzione potrebbe essere adottarne una definizione specifica. Per esempio possiamo dire che qualcosa è open solo se conforme alle quattro R di David Wiley (2007a):

1. Reuse – il diritto di riutilizzare il contenuto nella sua versione inalterata/letterale (es. fare un backup del contenuto)
2. Revise – il diritto di adattare, modificare, aggiustare o alterare il contenuto stesso (es. tradurre il contenuto in un'altra lingua)
3. Remix – il diritto di combinare il contenuto originale o rivisto con un altro contenuto per crearne qualcosa di nuovo (es. incorporare il contenuto dentro un altro)
4. Redistribute – il diritto di condividere copie dell'originale, le proprie revisioni/remix con altri (es. dare una copia del contenuto ad un amico)

Widley nel 2014 aveva aggiunto la quinta R di Retain (cioè il diritto di produrre, possedere e controllare copie del contenuto) (Widley, 2014). Questa prospettiva propone il riutilizzo e quindi il licencing come attributo chiave dell’openness. La Open Knowledge Foundation propone una definizione molto precisa di openness proprio perché preoccupati di un suo uso sbagliato. La loro definizione è: “Un pezzo di dati o di contenuto è open nel momento in cui si può liberamente utilizzare, riutilizzare e ridistribuire con la sola limitazione di attribuzione o di share-alike”. Ciascuno dei termini chiave è anche descritto in dettaglio (OKF senza data).
Nonostante il Reuse sia certamente importante, esso potrebbe ignorare alcune interpretazioni più ampie del termine, per esempio se è un aspetto importante della didattica open, è vero anche che fa riferimento ad una certa openness nell'approccio, ad un ethos. Un focus principalmente sul riutilizzo porta ad una visione contenuto-centrica e l’openness riguarda anche la pratica. Lo stesso vale per ogni definizione circoscritta di “openness” che possiamo adottare. In questo libro perciò io accetterò come dato di fatto che sia un termine generico, con una serie di definizioni che dipendono dal contesto. Come sostengo nel capitolo 8, non è mia intenzione creare un'ortodossia rigorosa dell’essere open, o esporre imbrogli legati all'open, ma incoraggiare un coinvolgimento sulle pratiche open da parte di accademici e di istituzioni.
Quindi se rifiutiamo una qualsiasi definizione di openness, qual è il modo migliore per affrontare l'argomento? Probabilmente è un errore il fatto stesso di parlarne come se fosse un approccio univoco; al contrario, è un “termine ombrello”. Ci può essere stato un tempo in cui  il significato era più certo, in particolare agli albori del movimento dell’open education. Per proseguire con la metafora della battaglia del capitolo 1, all'inizio si trattava semplicemente di mettere l'open contro il closed, ma man mano che le argomentazioni si sono sviluppate allora i termini sono diventati più sfumati. Non solo ci sono diversi aspetti dell'openness, ma può anche accadere che alcuni di questi ne escludano altri, o almeno che dare la priorità ad alcuni significhi toglierla ad altri. Un modo di approcciarsi è considerare le motivazioni per cui le persone hanno adottato l'openness. Seguono alcune possibili motivazioni, ma non vuole essere in alcun modo una lista esaustiva.
  • Incremento dell'audience – Il principale obiettivo qui è rimuovere le barriere che separano le persone dall'accesso alle risorse, siano esse un articolo, un libro, un corso, un servizio, un video o una presentazione. Questo significa che la risorsa deve essere gratuita, facilmente condivisibile online e con i giusti diritti. Per esempio, Davis (2011) ha scoperto che su 36 riviste e che erano pubblicate in Open Access hanno ricevuto molti più download e raggiunto un’audience molto più ampia.
  • Incremento del riutilizzo – Questo si relaziona alla precedente motivazione, ma si basa più che altro sull'intenzione che altri hanno di prendere ciò che hai creato e combinarlo con altri elementi, adattarlo e ripubblicarlo. Sono necessarie le stesse considerazioni di cui sopra, ma con un'enfasi maggiore sui diritti minimi e nel rendere la risorsa frazionabile in parti che possano poi essere adattate. Mentre la prima motivazione può significare semplicemente mettere un articolo online, la seconda potrebbe portare alla condivisione dei dati che ne sono alla base.
  • Incremento dell'accesso – La differenza dalla prima motivazione sta nell'intento di raggiungere gruppi che possono essere particolarmente svantaggiati. Potrebbe significare open access nel senso che non è necessaria nessuna qualifica di ingresso per iscriversi al corso di studio. In questo caso open non significa gratuito, dato che può essere che gli allievi abbiano bisogno di un supporto extra, che viene in qualche modo pagato. Aiutare gli allievi che spesso falliscono il loro percorso di istruzione pone il focus più sul supporto e meno sul semplice fare in modo che una risorsa sia gratuita. L'aumento dell'accesso non ha necessariamente a che vedere con il prezzo. 
  • Incremento della sperimentazione – Una delle ragioni per cui la gente adotta approcci open è che questi permettono loro di sperimentare. Ciò può significare l'uso di diversi supporti, il creare identità differenti o il provare un approccio che non rientrerebbe nei vincoli della pratica standard. Per esempio molti MOOC hanno usato la piattaforma per condurre test A/B in cui modificano una variabile in due gruppi, come la posizione di un video o il tipo di feedback fornito, e analizzano l'impatto (Simonite 2013). Il corso open crea entrambe le opportunità con grandi numeri e frequenti presentazioni, all'interno del quadro etico che lo consente. Gli studenti MOOC non pagano, quindi c'è un accordo diverso con l'istituzione scolastica.
  • Incremento della reputazione – Essere in rete e online può aiutare a migliorare il profilo di un individuo o di una istituzione. L'openness consente a più persone di vedere ciò che gli autori realizzano (la motivazione dell'incremento della audience), ma l'obiettivo principale è quello di migliorare la loro reputazione. Come accademico, operare nell'ambito open, pubblicare apertamente, creare risorse online, essere attivo sui social media e stabilire identità online possono essere buoni metodi per ottenere il riconoscimento da parte dei colleghi, che può portare a conseguenze più tangibili come inviti a presentazioni in keynote o a collaborazioni nella ricerca. I problemi legati alla reputazione individuale e all'identità sono trattati nel capitolo 7 dedicato all'open scholarship.
  • Incremento delle entrate – Nel capitolo precedente ho sollevato i problemi dell'openwashing e dell'usare l'openness come strada per un successo commerciale; ma è anche vero che un approccio open o parzialmente open può essere un efficace modello di business. L'approccio freemium funziona così, quando un servizio è per la maggior parte open ma alcuni utenti pagano per servizi extra, come Flickr ad esempio. Se questo è l'obiettivo allora l'openness lavora per creare una significativa domanda del prodotto. Per le università ciò equivale ad un aumento di studenti nei corsi formali.
  • Incremento della partecipazione – Potrebbe essere necessario raccogliere informazioni da un pubblico senza pagare per accedervi. Può essere il caso del fare crowdsourcing nella ricerca oppure dell'ottenere feedback su un libro o su una proposta di ricerca. Essere open permette agli altri di accedere e di fornire gli input richiesti.


Per dimostrare come queste diverse motivazioni possano influenzare la natura dell'openness, permettetemi di porre uno scenario ipotetico: un'università vuole creare un MOOC e chiede al proprio esperto di tecnologie per la formazione di formulare una proposta. I dirigenti dell'università hanno sentito parlare dei MOOC e pensano che si dovrebbe essere attivi in quel settore. Contattano il nostro esperto di tecnologie per la formazione, che a sua volta si consulta con un numero di stakeholder diversi e chiede loro: “Qual è l'obiettivo del MOOC? Che cosa vi aspettate?”. Chi si occupa del marketing risponde che vuole aumentare il profilo e la reputazione online dell'università. Secondo questa prospettiva il MOOC proposto si concentrerà su un tema conosciuto, mettendoci un noto professore. Il tema si intitolerà “Vita su Marte”, sarà una produzione costosa e di alta qualità che funzionerà come vetrina dell'università e attirerà l'attenzione della stampa.
Quando poi si consulta il decano della Facoltà di Scienze, lui invece risponderà che sono preoccupati per il reclutamento di studenti nei corsi post laurea: vorrebbero quindi un MOOC che porti studenti da fuori che paghino tasse elevate. Il modello che potrebbe funzionare qui è quello che prevede le prime sei settimane del corso in modalità open targettizzato su una specifica audience, che si possa poi iscrivere dopo le prime sei settimane.
L’esperto di tecnologie per la formazione parla poi con un docente che vorrebbe provare l'approccio gestito dagli studenti. Gli insegnanti si sentono frustrati dall'approccio client-oriented dell'insegnamento convenzionale e vedono nei MOOC un'opportunità di provare un metodo didattico più radicale, che fino ad ora è stato loro impedito. Non lo considerano particolarmente impattante in termini di pubblico, ma piuttosto un'esperienza di apprendimento ricca per chi la prova, dato che gli studenti stessi si creeranno il loro curriculum. La sua proposta è un MOOC basato su Wordpress che mostri una serie di tecnologie che permettano agli studenti di collaborare alla creazione del contenuto.
Successivamente l’esperto di tecnologie per la formazione ha una conversazione con il comitato finanziatore, che vuole portare gruppi poco rappresentati nelle discipline scientifiche. Avranno bisogno di molto supporto, ma sono d'accordo nel finanziare la fornitura di mentori e di gruppi di sostegno nella comunità. Quello che suggeriscono è quindi un MOOC basato sull'adattare materiali esistenti, con target molto mirato e minime barriere tecniche.
Per ciascuna di questa prospettive il MOOC sarebbe diverso: sempre open, ma con un'enfasi differente sulla forma che l’openness dovrebbe prendere. Allo stesso modo Haklev (2010) propone quattro obiettivi per lo sviluppo di OER che possono essere applicati all'approccio open in generale:
  • Produzione trasformativa – Qui il processo di produzione modifica coloro che ne sono coinvolti. Può avvenire attraverso una riflessione sul processo di insegnamento o sull'esposizione a modelli di pratica open, con l'obiettivo principale di cambiare un individuo o, più frequentemente, la prassi di un'istituzione.
  • Uso diretto – L'obiettivo per un allievo è quello di essere in grado di usare le risorse in modo indipendente, per cui deve essere completo.
  • Riutilizzo – A differenza del precedente obiettivo, qui l'accesso dell'allievo è mediato dal riutilizzo di un terzo, ad esempio un insegnante. Creare materiali che gli insegnanti possano usare implica un'attenzione diversa alle caratteristiche richieste rispetto ad un focus direttamente sul fruitore finale.
  • Trasparenza/consultazione – L'obiettivo qui è informare gli utenti su come il tema è insegnato.
Gli obiettivi possono poi mescolarsi ed essere complementari gli uni con gli altri. Per esempio, il movimento open textbook è ampiamente giustificato in termini di costi, in quanto con la creazione di libri di testo gratuiti c'è un considerevole risparmio per gli studenti, ma c'è anche una motivazione di riutilizzo, dato che i docenti possono adattare liberamente il libro alle loro specifiche necessità.

domenica 18 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 2 – Che tipo di openness? | Par. 1 – Introduzione

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 2 – Che tipo di openness?

Cosa succederebbe se di fatto ci fossero sempre solo due individui distinti che passeggiano nella bruma della storia? Ogni differenza deriverebbe da quella dualità? – David Foster Wallace


Paragrafo 1 – Introduzione

Avendo parlato dell'argomento generale del libro nel precedente capitolo, in questo si entrerà più in dettaglio nel concetto di open in relazione all’istruzione, stabilendo delle motivazioni per l'approccio open, e accennando a qualche dato storico rilevante nello sviluppo della open education.  Ciò aiuterà a comprendere i successivi cinque capitoli, ciascuno dei quali coglierà un particolare esempio della open education.
Nel capitolo precedente si è messo in evidenza il consenso sull'approccio open nell'ambito dell'istruzione. Si potrebbe anche solo considerare la varietà con cui il termine è stato usato per dimostrarlo: corsi open, didattica open, open educational resources, Open Access, open data, open scholarship – sembra che ogni aspetto della pratica dell'istruzione sia oggi soggetto all'essere open. Lavoro per la Open University nel Regno Unito e spesso commento che, se si dovesse fondare oggi un'università, questo sarebbe il nome ideale; certamente una definizione invecchiata meglio rispetto ad alternative suggerite al suo inizio, che includono “the University of the Air” (letteralmente, l’Università dell'Aria). 
Gli esempi di openness presentati possono essere visti come le più recenti interpretazioni dell'approccio applicato all'istruzione, forme che non sono sorte dal nulla, ma che fondano le loro radici in più di un interesse storico per il dibattito. In questo capitolo esplorerò la storia dell’openness nell'istruzione con lo scopo di gettare le basi per i successivi capitoli, che ne esamineranno poi particolari aspetti più in dettaglio.


sabato 17 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 7 – Il libro

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 7 – Il libro

Questo libro è prima di tutto indirizzato a coloro che lavorano nell'ambito dell'istruzione superiore e che hanno un interesse per la open education. Non richiede che si abbia una conoscenza specialistica della open education o delle tecnologie educational. L'obiettivo è piuttosto quello di stabilire il modo in cui l’openness è diventata un approccio di successo, ma soprattutto di rivelare le tensioni all'interno di ciascuna area. Alla fine del libro spero vi avrò convinti che la direzione futura dell’openness è importante per tutti coloro che si muovono nell'ambito dell'istruzione superiore.
Il capitolo 2 indaga nel dettaglio la natura dell’openness nell'ambito formativo e in particolare le influenze significative che l'hanno formata. I successivi cinque capitoli esaminano la risposta dell'istruzione superiore all’openness in quattro aree chiave, che sono la pubblicazione Open Access, le open educational resources, i MOOC e la open scholarship. Dato che la battaglia sulla narrazione è rappresentata al meglio dai MOOC, il capitolo 6 fa una breve digressione per parlare di questo. In ognuno dei capitoli sarà ulteriormente esaminato lo scopo del libro. Innanzitutto parlando della storia del successo dell’openness in quell'area, e il libro è tanto una celebrazione del movimento open education quanto una critica sulle attuali tensioni. Poi si parlerà delle aree chiave in cui c'è tensione, i campi di battaglia. Infine si proporranno future direzioni. In questo modo spero di ribadire i temi della vittoria dell’openness, del suo significato e delle tensioni che sono stati messi in luce in questo capitolo. Il capitolo 8 prende una posizione più critica sui problemi legati all’openness e il capitolo 9 propone la resilienza come una narrazione alternativa per considerare il cambiamento nell'istruzione superiore. Infine nel capitolo 10 si proporranno alcuni mezzi per inquadrare la direzione future dell’openness.


venerdì 16 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 6 – Conclusioni

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 6 – Conclusioni

La natura della vittoria dell’openness e le lotte successive possono essere spiegate con un esempio che riguarda il settore in cui la battaglia è forse più aspra, e cioè la pubblicazione Open Access. La esploreremo in dettaglio nel capitolo 3, ma un'anticipazione qui può essere utile per introdurre il tema di questo capitolo.
Il modello convenzionale di pubblicazione universitaria di norma vede gli accademici presentare, rivedere ed editare i loro scritti in modo gratuito, per poi darli ad editori privati che li vendono alle biblioteche in formato di raccolte. La maggior parte dei fondi per la ricerca che sta alla base di questi articoli e del tempo speso per produrli sono soldi pubblici, da qui la richiesta nell'ultimo decennio di renderli pubblicamente accessibili. Questa è diventata ormai la prassi per molti dei finanziatori della ricerca, e anche molti governi hanno adottato politiche Open Access a livello nazionale che stabiliscono che i risultati di studi finanziati con fondi pubblici siano messi a disposizione di tutti. Poi la pratica si è estesa a dati utili per la ricerca e alle pubblicazioni. La pubblicazione in Open Access è ad oggi la norma per molti professori universitari e non solo per coloro che potrebbero essere considerati come i primi sostenitori: un'indagine portata avanti da Wiley sui suoi autori ha scoperto che il 59% di loro aveva pubblicato su riviste Open Access (Warne, 2013).


In Gran Bretagna il report Finch del 2012 (Finch Group 2012) ha raccomandato che «ci sia una chiara politica a supporto delle pubblicazioni in Open Access o su riviste ibride, finanziata da APC, come metodo privilegiato di divulgazione della ricerca specialmente quando si tratta di fondi pubblici». APC sta per Article Process Charges: così è spesso chiamata la Gold road per l'Open Access, in cui gli autori (o più spesso i finanziatori della ricerca) pagano gli editori per mettere in Open Access un loro articolo. Ed è opposta alla Green road, in cui ci si autopubblica, o a alla Platinum road, cioè riviste dove non c’è l’APC.
Quello che possiamo vedere qui è un iniziale trionfo dell’openness: l'Open Access si è mosso dalla periferia al mainstream ed è diventato il metodo consigliato per pubblicare articoli di ricerca, ma allo stesso tempo il conflitto sulla realizzazione è evidente, così come lo sono le deviazioni dalle ambizioni open originarie. 
Il report Finch è stato criticato per aver cercato di proteggere gli interessi commerciali degli editori, e per non aver promosso l'uso di metodi come il Green o il Platinum Open Access (Harnad 2012). Inoltre il modello pay-to-publish ha visto la crescita di un numero di giornali di dubbia natura Open Access, che usano l'openwashing come mezzo per fare profitti ignorando la qualità degli articoli. Bohannon (2013) riferisce di un falso articolo che è stato accettato da 157 riviste Open Access, e ciò dimostra come il modello pay-to-publish crei uno stress differente sui filtri per la pubblicazione.
Le tensioni nel mondo delle pubblicazioni Open Access sono rappresentative di quelle presenti in tutti gli aspetti dell'openness nell'istruzione: i detentori hanno il legittimo diritto a mantenere lo status quo; girano somme di denaro importanti; l'approccio open permette l'ingresso di nuovi operatori nel mercato; l'etichetta open diventa uno strumento di marketing; ci sono tensioni per mantenere le parti migliori della pratica attuale non appena ci si sposta verso nuove pratiche. A guidare il tutto è la convinzione che il modello open sia l'approccio migliore, sia in termini di accesso che di innovazione. La Public Library of Science (PloS) per esempio ha interpretato l'Open Access come un mezzo per accedere gratuitamente al contenuto, ma ha anche usato l'approccio open per ripensare il processo di peer review e il tipo di articoli che si pubblicano, come il PloS Currents, che fornisce una rapida peer review su temi specifici (http://currents.plos.org/). 

mercoledì 14 ottobre 2020

Didattica online: come usare i materiali didattici nel rispetto del copyright. Webinar per Italosformazione.it

Sabato 24 ottobre alle ore 10 terrò un corso online per il sito Italosformazione.it, iniziativa ideata e curata da Silvia Maneschi. Il corso è intitolato "Didattica online: come usare i materiali didattici nel rispetto del copyright", si terrà attraverso la piattaforma Zoom e durerà circa due ore e 15 minuti, di cui l'ultima mezz'ora sarà dedicata a una sessione di domande e risposte.

Per partecipare è richiesta l'iscrizione attraverso questa pagina.

Riporto di seguito la locandina del corso e di seguito un breve abstract.


ABSTRACT: La rete ci mette a disposizione una sterminata gamma di testi, immagini, video, grafiche e altri materiali utili per l’attività didattica, sia svolta in aula sia svolta online. Vuoi sapere in modo certo come puoi usare – nelle tue lezioni online – i materiali  resi disponibili gratuitamente o facilmente reperibili in varie fonti senza incorrere in una violazione dei diritti d’autore? Hai dubbi in merito ai materiali che puoi inserire sul tuo sito web per promuovere i tuoi corsi online? In questo webinar l’avv. Aliprandi ti fornirà una guida dettagliata di tutti i principi di base del diritto d’autore e dei casi di libera utilizzazione previsti dalla normativa vigente, con l’obiettivo di arrivare a comprendere le licenze d’uso dei materiali didattici.

domenica 11 ottobre 2020

Brevetti software: sì, no, forse

Questo articolo è un estratto del capitolo 2 del libro "Software licensing & data governance. Tutelare e gestire le creazioni tecnologiche" (Apogeo/Feltrinelli, settembre 2020) ed è già stato pubblicato liberamente online sul sito Apogeonline.com in questo post sotto licenza Creative Commons Attribution - Non Commercial - Share Alike 4.0.

I temi di questo articolo verranno approfonditi nel corso online "Strategie e modelli contrattuali per cedere e acquisire software" che si terrà a inizio dicembre (maggiori dettagli).

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Dopo che le scelte legislative degli anni Ottanta e Novanta avevano indicato la strada del copyright a scapito del brevetto, il dibattito sulla tutela del software non si assopì del tutto e a tratti registrava qualche voce a favore di un’introduzione della possibilità di brevettazione. E non come soluzione sostitutiva del copyright, bensì come soluzione aggiuntiva e complementare al copyright. Il software sarebbe quindi diventato uno dei più importanti casi di creazione intellettuale soggetto a una duplice tutela, o forse triplice se aggiungiamo la prassi ormai radicata di sfruttare l’istituto del segreto industriale sul codice sorgente.

L’aspetto bizzarro era che tra queste voci vi erano anche quelle di alcune aziende che invece solo un decennio prima avevano spinto decisamente verso la strada del copyright perché ritenuta meno complessa e dispendiosa. Una volta uscite dal mondo delle startup e diventate solide aziende multinazionali, quasi monopoliste nel loro settore, quelle stesse realtà magicamente avevano cambiato idea e iniziavano a trovare appetibile la strada del brevetto.

Il dibattito arrivò presto anche nelle corti statunitensi, che, sfruttando il diverso livello di creatività giuridica consentito ai giudici degli ordinamenti di common law, iniziarono a delineare alcuni casi di applicabilità del modello brevettuale al software in sovrapposizione al copyright e in sostanza a legittimare la prassi. L’ultimo step fu opera dell’Ufficio Brevetti degli Stati Uniti (USPTO), il quale nel 1996 pubblicò un documento intitolato Final Computer Related Examination Guidelines (Linee guida definitive per l’esame dei brevetti relativi ai computer) nel quale si stabiliva:

L’applicazione pratica di un’invenzione relativa al computer è passibile di brevettazione. Questo requisito può essere separato dai divieti variamente formulati contro la brevettazione di idee astratte, leggi della natura o fenomeni naturali.

L’USPTO iniziò quindi ufficialmente ad accettare brevetti per quelle che vengono più propriamente chiamate computer implemented invention (ossia, invenzioni implementate attraverso il computer) ma che di fatto integrano una brevettazione di algoritmi e codice dunque di semplice software.

Il dibattito non riguardò solo gli USA ma arrivò anche da quest’altra parte dell’oceano, pur con qualche anno di ritardo. Si giunse quindi a una proposta di direttiva europea che aprisse formalmente la strada alla brevettazione di software anche nel vecchio continente: la Proposta di Direttiva CE COM(2002)0092 sulla brevettabilità delle invenzioni a mezzo elaboratore.

L’iter di approvazione (Francesco Paolo Micozzi nell’articolo I software e i brevetti offre una breve cronologia della proposta di direttiva. L’articolo è uscito sul numero 31 del 2005 della rivista LinuxPro ed è disponibile liberamente online sul sito dell’autore) venne però fermamente bloccato dal Parlamento Europeo con una storica votazione ad amplissima maggioranza che si è tenuta il 5 luglio 2006 e ha chiuso definitivamente un acceso confronto politico durato circa cinque anni. Visto il risultato schiacciante, la Commissione Europea all’epoca dichiarò che non avrebbe più riprovato a proporre una direttiva volta a introdurre la brevettazione di software.

Ciò nonostante, almeno negli USA i brevetti software rimangono una realtà ormai consolidata. E in Unione Europea, pur con la netta decisione del Parlamento, le aziende software riescono lo stesso a ottenere dall’Ufficio Brevetti Europeo la registrazione di computer implemented invention sfruttando l’elasticità delle maglie del sistema. Benché sia indiscusso il divieto di brevettare software in sé, le aziende interessate a ottenere una tutela brevettuale trovano il modo di camuffare le domande di brevetto e di dimostrare che l’invenzione oggetto della domanda di brevetto non è puro software ma qualcosa di più complesso di cui il software è solo una componente (anche se il più delle volte è la componente principale).