lunedì 2 novembre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 3 – La pubblicazione in Open Access | Par. 3 – Il report Finch

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 3 – La pubblicazione in Open Access

Paragrafo 3 – Il report Finch

Il report Finch è il risultato di un gruppo di lavoro guidato da Dame Janet Finch che il governo britannico ha messo insieme con il compito di stilare una lista di raccomandazioni sull'uso dell'open publishing. Il gruppo pubblicò la relazione nel luglio 2012, consigliando una transizione ad un ambiente Open Access e scegliendo la Gold road per la pubblicazione (Finch Group 2012). Le raccomandazioni del report vennero accettate dal governo britannico, anche se in un secondo momento fu avviata una breve inchiesta per esaminarne alcuni dettagli attuativi. Fu messo a disposizione un finanziamento di 10 milioni di sterline per aiutare le università nella transizione alla Gold road in Open Access.
Anche se è focalizzato sul Regno Unito, il report Finch rappresenta un microcosmo che comprende alcune delle questioni in materia di open education, perciò vale la pena di analizzarlo nel dettaglio, in quanto è uno schema che ritorna. Ad una prima occhiata sembra un successo straordinario per i sostenitori dell'Open Access: non solamente le raccomandazioni sono a favore dell'accesso aperto, ma il Governo lo ha accettato e ha fatto in modo che ci fossero fondi per sostenerlo. Un'analisi più approfondita della relazione e della sua attuazione però solleva una serie di preoccupazioni.
Il primo problema riguarda la cautela insita nel progetto. Il report riconosce che alcuni archivi come arXiv (l'archivio di bozze definitive dei fisici) hanno avuto successo ma conclude che non sono di per sé un modello fattibile, dichiarando:
c’è una diffusa presa di coscienza che gli archivi di per sè non costituiscano una valida base per un sistema di comunicazione della ricerca che voglia dare accesso ad un contenuto di qualità garantita, poiché non forniscono nessuno strumento per una peer review delle bozze. Anzi si rifanno ad un'offerta di materiale pubblicato che è stato oggetto di una peer review da parte di altri; o in alcuni casi forniscono strumenti che permettono commenti o giudizi da parte dei lettori che diventano un sistema più informale di peer review una volta che il materiale è stato depositato e disseminato attraverso l'archivio stesso.
Comunque, questa è una dichiarazione della posizione corrente. Se si sta proponendo un'iniziativa a livello nazionale, allora un archivio (o una collezione di archivi) può davvero essere un approccio fattibile. La raccomandazione di passare ad un Open Access con la Gold road significa che il contribuente finanzierà efficacemente gli editori, dato che il denaro arriverà dagli enti di ricerca. Considerando questi soldi come un possibile esborso da mettere sull'Open Access, allora potrebbero essere allocati in modo utile su un arXiv interdisciplinare e nazionale. Il difensore del Green OA Harnad (2012) sostiene invece che il Green OA è gratuito e che il Gold OA proposto nel report Finch costerebbe 50-60 milioni di sterline all'anno per la sua implementazione, e critica Finch per non sostenere il modello alternativo.
Il secondo problema è la mancanza di obblighi che il report impone agli editori. Il report suggerisce che sarebbe bene che gli editori linkassero ai dati delle pubblicazioni, ma non lo esige:
In un mondo ideale ci dovrebbe essere una maggiore integrazione tra il testo e i dati presentati negli articoli di giornale, con link diretti ai dataset; una conseguente diminuzione del materiale di supporto; e collegamenti bidirezionali, con interactive viewers, tra pubblicazioni e dati rilevanti contenuti negli archivi. La disponibilità e l'accesso a pubblicazioni e ai relativi dati allora diventa davvero integrata, in un sistema che si arricchisce reciprocamente.



Il report potrebbe consigliare di finanziare le università per pubblicare direttamente riviste in OA (come diremo in seguito), nei quali l'autore avrebbe il pacchetto “base” al quale gli editori potrebbero aggiungere valore. Senza imporre quanto richiesto dalla Gold road o un contributo ragionevole da versare, si crea una situazione finanziaria che potrebbe risultare peggio del modello corrente per le università e per i finanziatori.
Il report Finch ha poi un ulteriore problema, cioè la troppa influenza degli editori nel decidere le linee guida da seguire. Mantenere la sopravvivenza economica dell'industria delle pubblicazioni accademiche così com'è nella sua forma attuale sembra essere fondamentale. Per esempio, nel report si dice:
si deve fare in modo che gli editori (sia che operino nel settore commerciale che nel no-profit) possano sostenere i costi della peer review, della produzione e del marketing, così come alti standard di presentazione, ricerca e navigazione, così come collegamenti e arricchimento dei testi (“semantic publishing”) che i ricercatori e gli altri lettori si aspettano sempre di più. Gli editori hanno anche bisogno di generare un surplus da poter reinvestire nell'innovazione e in nuovi servizi, per distribuire gli utili agli azionisti etc...
Generare un profitto per editori e azionisti dovrebbe essere un effetto secondario rispetto a quello di offrire un servizio utile, non l'obiettivo principale. L'obiettivo è quello di una divulgazione efficace della ricerca.
Il pericolo di questa tendenza è che crea un modello che è economicamente impraticabile, in cui la maggior parte del denaro va agli azionisti o è usato per creare sistemi che mirano ad ottenere un vantaggio nella concorrenza. E nessuno di questi ha a che vedere con la divulgazione della ricerca. Un report di Deutsche Bank (citato in McGuidan e Russel 2008) dice:
Crediamo che l'editore aggiunga ben poco valore al processo di pubblicazione. E non stiamo cercando di sminuire ciò che 7000 persone fanno ogni giorno nelle case editrici per vivere. Stiamo semplicemente osservando che se il processo fosse davvero così complesso e caro e se aggiungesse il valore che dicono gli editori, probabilmente un 40% di margine non sarebbe possibile.
La conclusione del report Finch (e il suo successivo aggiornamento che sostanzialmente non la cambia) non fa riferimento a questo problema e certo può peggiorare le cose. Perde anche un'opportunità di pensare a metodi più radicali attraverso i quali ottenere una buona divulgazione della ricerca, perché si assume la stabilità dell'attuale approccio.

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