martedì 20 ottobre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 2 – Che tipo di openness? | Par. 3 – L'istruzione open. Un breve accenno storico

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 2 – Che tipo di openness?

Paragrafo 3 – L'istruzione open – Un breve accenno storico

Quando è iniziato l'attuale movimento della open education? È una domanda di difficile risposta, dato che è inevitabile replicare “dipende da cosa intendi per l'attuale movimento di open education”. Ed è anche una risposta rivelatrice, in quanto dimostra che il movimento non è facilmente definibile. Come la definizione di openness, infatti, bisognerebbe considerarla non come un'entità singola ma piuttosto come una raccolta di principi ed idee che si intersecano. Questo paragrafo parlerà proprio di questo, cercando di focalizzarsi sulle radici della open education.
Suggerisco tre filoni chiave che portano all'attuale insieme di concetti centrali nella open education: l'istruzione Open Access, il software open source e la cultura del web 2.0.


Università open

L'accesso aperto all'istruzione risale a ben prima della Open University (OU), con la pratica delle lezioni pubbliche. Prendiamo però la fondazione della OU come il punto di partenza della storia dell'istruzione Open Access, così come viene comunemente interpretata. Proposta nel 1926 come una “università wireless”,  l'idea prende piede nei primi anni '60 e diventa un impegno concreto del manifesto del Partito Laburista nel 1966. Fondata nel 1969 con la missione di voler essere un'università “aperta a persone, luoghi, metodi e idee”, la OU puntava a facilitare l'accesso all'istruzione superiore a persone che altrimenti ne sarebbero state escluse, sia per mancanza delle qualifiche necessarie, sia perché il loro stile di vita o i loro impegni impedivano loro di dedicarsi full-time allo studio. L'approccio dell'università era dunque mirato alla rimozione di queste barriere. Cormier (2013) suggerisce che erano importanti le seguenti accezioni di open:

Open = accessibile, “supporto all'apprendimento open”, interattivo, dialogico. L'accessibilità era la chiave.
Open = pari opportunità, senza restrizioni portate da barriere o ostacoli all'istruzione e alle risorse didattiche.
Open = trasparenza, condivisione di obiettivi didattici con gli studenti, divulgazione degli schemi di votazione e offerta di tutoraggio per esami.
Open = ingresso aperto, nessuna richiesta di qualifiche per l'accesso. Tutto ciò che si richiedeva erano ambizione e motivazione/desiderio di imparare.

In questa interpretazione la open education promuoveva un'istruzione part-time, a distanza, supportata e in Open Access. Il modello della OU riscontrò grande successo e furono fondate altre università open in diversi paesi che seguivano questa strada. Il bisogno di estendere l'accesso all'istruzione superiore anche a coloro che non potevano sfruttare il modello convenzionale divenne ad un certo punto qualcosa che anche i governi dovettero riconoscere, e la reputazione della OU, sia per i suoi materiali di insegnamento di alta qualità sia per la buona esperienza di apprendimento, resero questo approccio un metodo esemplare.
La maggior parte degli obiettivi delle università open, ad esempio il rendere democratico l'apprendimento e il raggiungere gruppi di persone escluse, sono riemersi poi con l'arrivo dei MOOC (Koller 2012). Da notare che non c'è nessuna enfasi particolare sull'accesso gratuito in questa interpretazione. L'istruzione doveva essere pagata dai governi, e le università open erano alleate di qualsiasi forma di più ampia partecipazione essi volessero adottare. L'accento era posto spesso su un'istruzione economicamente accessibile, ma prima di internet le altre forme di openness erano viste come più rilevanti. È stato infatti con il concetto di open source che “open” e “gratuito” hanno iniziato ad essere usati insieme. 




Open Source e free software

Nel 1970 Richard Stallman, uno scienziato informatico al MIT, si rese conto di quanto poteva essere limitante il controllo che la sua istituzione aveva sui sistemi informatici e fece di questa sua frustrazione una campagna per i diritti associati al software che durò tutta la vita. Nel 1983 iniziò il progetto GNU, nato con l'obiettivo di sviluppare un sistema di software operativo rivale a Unix che avrebbe permesso agli utenti di adattarlo come meglio credevano. Il codice sorgente di GNU fu rilasciato in modalità open, in contrasto con la pratica standard per la quale si rilasciava solo un codice compilato a cui gli utenti non avevano accesso e che non poteva essere modificato. Stallman intuì con anticipo che le licenze erano la chiave per il successo di un progetto e promosse l'approccio copyleft (in opposizione al copyright) per apportare modifiche dopo aver riconosciuto il lavoro originale (Williams 2002).
Come vedremo, questo approccio e la licenza GNU hanno avuto una connessione diretta con il movimento della open education. Stallman sosteneva che il software doveva essere libero così da poter essere usato per altri scopi, e fondò la Free Software Foundation nel 1985, prendendo una chiara posizione ideologica sulla libertà. Come dichiara l'organizzazione GNU: “gli utenti (sia individui che gruppi) controllano il programma e cosa può fare per loro. Quando gli utenti non possono controllare un programma, allora il programma controlla loro”. Ci sono quattro libertà di base promosse dal movimento free software, che riecheggiano le 4R di Reuse e più tardi le licenze nell'istruzione.
Un programma per elaboratore è free software se gli utenti hanno le seguenti quattro libertà fondamentali:
Libertà di eseguire il programma come si desidera, per qualsiasi scopo (libertà 0).
Libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in modo da adattarlo alle proprie necessità (libertà 1). L'accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare gli altri (libertà 2).
Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti da voi apportati (e le vostre versioni modificate in genere), in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L'accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
Da notare che queste libertà riguardano il controllo, non i costi. Certo Stallman è abbastanza chiaro sul fatto che ciò non preclude utilizzi commerciali e che sia legittimo comprare software “free”. La frase citata spesso è “libertà nel senso di libertà di parola non di birra gratis” (“freedom as in speech not as in beer”), ma questa confusione tra i due tipi di libertà viene sollevata spesso per quanto riguarda l'istruzione open.
Legato al movimento free software c'era il movimento open source software, spesso uniti sotto l'unica definizione di FLOSS (Free/Libre Open Source Software). Il movimento open source fa comunemente capo a Eric Raymond, il cui saggio The Cathedral and the Bazaar (2001) ne ha gettato le basi. Il movimento open source, seppure con principi teorici forti, può essere considerato un approccio più pragmatico. Raymond amava il fatto che lo sviluppo del software non fosse competitivo (per cui si poteva condividere tenendone una copia) e che il codice poteva essere sviluppato da una comunità di sviluppatori che spesso lavoravano per piacere e non per denaro. Il principio cardine dietro l'open source è che produrre software open è più efficiente. Il mantra coniato da Raymond è “con un numero sufficiente di occhi tutti i bug vengono a galla” (“given enough eyeballs, all bugs are shallow”), quindi facendo in modo che il codice fosse aperto, il software era migliore. La Free Software Foundation ha distinto chiaramente il free software dall'open source in questo modo:
I due termini descrivono quasi la stessa categoria di software ma rappresentano valori fondamentalmente diversi. L'open source è una metodologia di sviluppo mentre il free software è un movimento sociale. Per il movimento free software avere il software aperto è un imperativo etico, nel rispetto della libertà degli utenti. Al contrario la filosofia dell'open source considera il problema dal punto di vista del miglioramento tecnico del software (Stallman 2012). 
Lo stesso Raymond evidenzia la particolare natura dell'open source dichiarando che “per me non è una faccenda morale o legale, è un problema ingegneristico. Io sto per l'open source perché, molto concretamente, ritengo che porti a migliori risultati dal punto di vista tecnico ed economico” (Raymond 2002). Per chi non è sviluppatore questa distinzione può sembrare pedante o ottusa, dato che spesso i due termini sono uniti e ovviamente chi sostiene l'open source è anche un sostenitore della libertà. Tuttavia vale la pena di notare la differenza in quanto ha risonanza nelle motivazioni della open education. L’openness nell'istruzione può essere vista come un approccio pratico: per esempio, il movimento learning object dei primi anni 2000 ha spesso usato l'argomentazione dell'efficienza, come vedremo nel prossimo capitolo. Ma anche il tema “sociale” è centrale nella open education, cioè il mettere a disposizione di tutti i risultati di una ricerca finanziata con fondi pubblici, piuttosto che in database privati.
I movimenti free software e open source possono essere visti come gli elementi che creano un contesto nel quale la open education può fiorire, in parte per analogia, in parte stabilendo un precedente. Ma c'è anche un collegamento molto diretto. David Wiley (2008) ricorda che nel 1998 si interessò allo sviluppo di una open licence per contenuto didattico e contattò sia Stallman che Raymond direttamente. Ne risultò la licenza open content che lui stesso sviluppò con gli editori per arrivare alla Open Publication Licence (OPL). Questa licenza aveva due varianti: il tipo A che proibiva la distribuzione di versioni modificate senza il permesso dell'autore; e il tipo B che proibiva la distribuzione del libro stampato per fini commerciali. Come lo stesso Wiley commenta, la convenzione terminologica non era stata di aiuto, in quanto non indicava a cosa si riferiva la licenza e le etichette non dicevano quale delle due era stata selezionata. Ma fu adottata dalla compagnia operante nel settore dei media O'Reilly e divenne precursore di una licenza più ampiamente adottata.
La OPL è risultata essere una delle componenti chiave, assieme alla licenza GNU della Free Software Foundation, per lo sviluppo delle licenze Creative Commons di Larry Lessig e altri nel 2002 (Geere 2011). Queste hanno affrontato alcune problematiche relative alle licenze open content e sono diventate essenziali per la open education. Le semplici licenze di Creative Commons (CC) permettono agli utenti di condividere facilmente risorse e non sono limitate al codice software. Il licenziante può decidere le condizioni sotto le quali possono essere usate le sue opere – quella di default è che si riconosca sempre l'autore (CC-BY), ma ci sono anche ulteriori restrizioni come il divieto di uso commerciale senza il permesso dell'autore (CC-NC). Le licenze Creative Commons sono più permissive che restrittive, consentono cioè all'utente di fare quello che la licenza permette senza dover chiedere i vari permessi. Non vietano altri usi, come l'uso commerciale per una licenza CC-NC; dicono solo di contattare prima l'autore. Queste licenze sono state un requisito molto pratico per il movimento OER al fine di convincere le istituzioni e i singoli a rilasciare contenuti in modo aperto, consapevoli del fatto che la loro proprietà intellettuale sarebbe stata protetta. La connessione diretta a Tim O'Reilly porta dunque al prossimo sviluppo influente, dato che è stato O'Reilly a coniare il termine “web 2.0”.


Web 2.0

Pur essendo una frase che è passata da un picco di popolarità e ormai entrata a far parte della storia, il fenomeno del web 2.0 di metà anni 2000 ha avuto un impatto significativo sulla natura dell’openness nel campo dell'istruzione. Il termine è stato usato per identificare un crescente sviluppo nel modo in cui le persone usavano il web. Non era proprio un movimento ma piuttosto un modo per contraddistinguere la natura più interattiva e user-generated di un numero di strumenti ed approcci.
Nel 2005 Tim O'Reilly evidenziò otto principi del web 2.0 che caratterizzavano il modo in cui gli strumenti si stavano evolvendo ed erano usati, compresi siti come Wikipedia, Flickr e YouTube. Alcuni principi risultarono essere più significativi di altri, e alcuni legati più agli sviluppatori che agli utenti, ma riassumevano un modo di usare internet che si era spostato da un modello broadcast ad un modello più colloquiale. Questo insieme di sviluppi si combinerà più tardi con social media come Twitter e Facebook.
Dal punto di vista della open education, il movimento del web 2.0 è stato significativo per due ragioni. Prima di tutto ha decentralizzato molto dell’engagement con il web. Gli insegnanti non avevano più bisogno di un’autorizzazione per creare siti web; potevano creare un blog, aprire un account Twitter, caricare video su YouTube e condividere le loro presentazioni su SlideShare in modo indipendente. Questo ha contribuito a creare una cultura dell’openness tra quegli insegnanti che adottavano questi approcci, cosa che spesso portava a un coinvolgimento con la open education in qualche forma. Lo vedremo più in dettaglio nel capitolo 7 quando parleremo di identità online. In secondo luogo, ha creato un contesto nel quale open e free erano visti come caratteristiche di default del materiale online. Gli utenti che siano stati insegnanti, studenti, potenziali studenti o pubblico generico si aspettavano che il contenuto che trovavano online fosse liberamente accessibile.

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