martedì 24 novembre 2020

Gestione del copyright nella didattica online: il mio intervento per MoodleMoot Italia 2020

Questa settimana, nei giorni 26, 27 e 28 novembre, si tiene MoodleMoot Italia 2020, l'evento nazionale organizzato dall’Associazione Italiana Utenti Moodle (AIUM aps), che prevede tre giornate di divulgazione e approfondimento sulle tecnologie per l'apprendimento, in cui organizzazioni di tutta Italia condivideranno come insegnano, apprendono e lavorano online utilizzando Moodle per supportare i loro processi.

Quest'anno per ovvi motivi l'evento si tiene interamente online ed è accessibile attraverso il sito di AIUM. L'accesso è gratuito per i soci AIUM; per i non soci AIUM ha un costo di 40 euro; per il personale della scuola primaria o secondaria non soci AIUM e per gli studenti non soci AIUM ha un costo di 25 euro; mentre il personale e gli studenti dell'Università di Padova potranno partecipare gratuitamente ai lavori previa registrazione.

Durante il pomeriggio di giovedì 26 novembre alle ore 16:30 terrò un intervento in diretta streaming intitolato "Gestione del copyright nella didattica online". Inoltre ho registrato due webinar di approfondimento (fruibili anche in modalità asincrona sullo stesso sito) di circa un'ora ciascuno e intitolati "Come proteggo le mie lezioni e i miei materiali ora che è tutto on line?" e "Le regole per l'uso e il riuso di materiali didattici (on line e non solo)".

Per il programma completo e per le modalità di iscrizione, rimando al sito ufficiale dell'evento: https://www.aium.it/course/view.php?id=316.



Le citazioni su Google Scholar e l'effetto COVID-19

Dopo aver ricevuto l'autorizzazione dell'autore della grafica (Luca Oggiano), che ringrazio, condivido qui sul blog questa interessante grafica che mette a confronto l'andamento delle citazioni collegate ad alcuni "VIPs della virologia", che abbiamo imparato a conoscere in questo triste 2020 pandemico. Si nota una sorta di "effetto COVID" sull'andamento delle citazioni.

Ovviamente il senso di questa immagine è più che altro goliardico, ma come spesso accade i contenuti ironici hanno un fondo di verità e stimolano riflessioni molto serie.

I dati provengono da Google Scholar e riguardano le citazioni nel corso del 2020 con il corrispondente incremento percentuale rispetto al 2019.




domenica 22 novembre 2020

Le sfide dell'editoria in Veneto: evento in streaming il 24 novembre

Martedì 24 novembre si terrà "Un’ossessiva passione. Le sfide dell'editoria in Veneto"; il primo forum biennale sull’editoria promosso dall’Associazione Editori Veneti con il sostegno della Regione Veneto e la partnership del Master in Editoria dell’Università di Verona.

Avrò il piacere di essere tra i relatori della sessione "L'editore intra ed extra moenia: diritto d'autore e digitalizzazione" con un intervento di circa 20 minuti intitolato "Un diritto di copia in un mondo senza copie? Sfide per un nuovo copyright nell’era digitale" (ore 15:00).

L'evento inizialmente doveva svolgersi "in presenza" a Padova, ma a causa delle restrizioni per l'emergenza pandemica è stato trasformato in un evento interamente online pur mantenendo il programma originario. Ciò permette a un evento di indubbio interesse di avere una visibilità molto più ampia e diffusa sul territorio nazionale. Qui trovate il programma integrale.

La diretta streaming sarà trasmessa sia su YouTube sia su Facebook. Potete connettervi liberamente.



martedì 10 novembre 2020

Perché i dati ministeriali sull'epidemia COVID-19 non sono davvero open data

In questi giorni alcuni attivisti del mondo open data e più specificamente nell'ambito del riuso dei dati pubblici relativi all'emergenza COVID-19 hanno sollevato il problema della poca "apertura" dei dati forniti dal Ministero della Salute, lanciando la petizione #DatiBeneComune.

Sul sito dell'iniziativa (https://datibenecomune.it/) si legge una lettera aperta alle istituzioni con la quale si chiedono cinque specifici interventi nella direzione di una piena apertura dei dati sulla pandemia raccolti e gestiti dal settore pubblico (la cosiddetta public sector information). Riporto i cinque interventi in calce a questo post. Ma in questa sede mi interessa più che altro soffermarmi sull'aspetto che ritengo maggiormente di mia competenza: quello delle licenze d'uso.

Il portale del Ministero dedicato all'emergenza COVID-19 ha in effetti una pagina "note legali" che contiene alcuni riferimenti alle licenze d'uso e che merita qualche commento.

La licenza scelta è una Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate, cioè la più restrittiva tra le sei opzioni offerte da Creative Commons e senza dubbio non conforme a tutte le più accreditate definizione di "open". In altre parole, un contenuto rilasciato con quella licenza non è davvero "aperto" perché permangono una serie di restrizioni come il divieto di utilizzi commerciali e il divieto di farne opere derivate e rielaborazioni, che per altro sembrano non così necessarie su dati pubblici (raccolti con fondi pubblici e raccolti sulla base di una specifica mission istituzionale e non per libera scelta "strategica" di una pubblica amministrazione).

Altro problema: in quel paragrafo i link alla licenza Creative Commons sono due, e aprendoli ci si accorge che in realtà rimandano a due diverse versioni della licenza: il primo a una versione 3.0 unported il secondo a una 2.5 Italia. La differenza non è di pura lana caprina bensì sostanziale, specialmente se applicate ai dati. Quindi ciò può creare discrepanze interpretative su quale sia davvero la volontà del licenziante/titolare dei diritti e quali siano le condizioni che gli utilizzatori devono effettivamente rispettare.

Infine, si noti che, per espressa previsione della pagina "note legali", la licenza si intende applicata ai testi e ai dati ma restano escluse le immagini, la cui riproduzione è condizionata "all'approvazione scritta del ministero", rendendo ulteriormente limitato e vincolato il riutilizzo dei documenti che necessariamente contengono anche immagini (pensiamo a grafici e infografiche). Tutto il discorso ovviamente vale se si dà per acquisito che si tratti di dati aggregati e anonimizzati (come mi auspico sia), per i quali quindi non si pongono problemi di gestione/tutela della privacy.

E fin qui mi sono limitato appunto all'aspetto legale. L'openness di un dato però dipende anche da aspetti di natura tecnologica e ontologica. Su questo aspetto però lascio volentieri la parola a persone più esperte di me.

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I CINQUE INTERVENTI RICHIESTI DA DATIBENECOMUNE.IT

  • rendere disponibili, aperti, interoperabili (machine readable) e disaggregati tutti i dati comunicati dalle Regioni al Governo dall'inizio dell'epidemia per monitorare e classificare il rischio epidemico (compresi tutti gli indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio, di accertamento e quelli di risultato). Fare lo stesso per tutti i dati che alimentano i bollettini con dettaglio regionale, provinciale e comunale, della cosiddetta Sorveglianza integrata COVID-19 dell'Istituto Superiore di Sanità e i dati relativi ai contagi all’interno dei sistemi, in particolar modo scolastici. Tutti i dati devono riportare la data di trasmissione e aggiornamento;
  • rendere pubbliche le evidenze scientifiche, le formule e gli algoritmi, che mettono in correlazione la valutazione del rischio, le misure restrittive e l’impatto epidemiologico ad esso correlato;
  • recepire nella gestione, pubblicazione e descrizione dei dati tutte le raccomandazioni della task force “Gruppo di lavoro 2 – Data collection and Infrastructure“, presenti nel documento “Analisi dei flussi e mappatura delle banche dati di interesse per la task force dati per l’emergenza COVID-19”;
  • nominare un/a referente COVID-19 su dati e trasparenza e un/a referente per ogni regione, a cui la società civile possa fare riferimento;
  • istituire un centro nazionale, in rete con omologhi centri regionali, dedicato ai dati Covid, che non solo imponga standard e formati, ma che coordini e integri nuovi sistemi di raccolta e individui le criticità in quelli esistenti.


lunedì 9 novembre 2020

Storie bizzarre di copyright sui social media: Max Pezzali censurato su Facebook

Storie bizzarre di #copyright sui #socialmedia.

La scorsa settimana c'era Max Pezzali ospite di Rai Radio 2, dove in un duetto improvvisato ha cantato il ritornello del suo brano "Gli anni". Radio 2 ha poi pubblicato lo spezzone sulla propria pagina Facebook... ma, se provate ad ascoltare, al secondo 40 l'audio scompare.

Ovviamente solo Facebook conosce davvero il motivo di questa strana "censura"; ma molto probabilmente è stato rilevato un problema di copyright. Non fa nulla se a cantare è lo stesso autore del brano; non fa nulla se tutto si svolge in un contesto abbastanza "ufficiale" (una radio pubblica nazionale e non la sagra della polenta). Il sistema automatizzato di controllo di Facebook rileva una somiglianza troppo stretta al brano originale e quindi lo oscura. D'altronde di mezzo non ci sono solo i diritti di Pezzali in persona ma di altri eventuali coautori, dei produttori, delle case discografiche.

Questo è il mondo in cui viviamo; il mondo in cui l'enforcement del copyright non viene gestito da esseri umani, bensì da sistemi automatizzati (cosiddetti bot).

Qui sotto trovate l'embedd del video come compare sulla pagina Facebook di Radio 2.

[Ringrazio Daniele Rontani per la segnalazione. Se siete a conoscenza di altre storie simili, segnalatele pure qui sotto nei commenti.]





sabato 7 novembre 2020

Diritto d'autore e privacy applicati alle biblioteche: corso online per AIB Trentino-Alto Adige

Lunedì 16 e lunedì 23 novembre sarò docente in un corso di formazione online intitolato "Diritto d'autore e privacy applicati alle biblioteche" e organizzato da AIB (Associazione Italiana Biblioteche), Sezione Trentino-Alto Adige.

Lo scopo del corso sarà quello di conoscere e applicare la legislazione in materia di diritto d'autore e di privacy, con specifico riferimento ai servizi delle biblioteche, secondo la seguente struttura.

  • Elementi di diritto d'autore e l'applicazione delle norme nelle attività in biblioteca (16 novembre, dalle 9 alle 13)
  • Fondamenti della tutela della privacy e la loro applicazione in biblioteca (23 novembre, dalle 9 alle 13)

Il corso si svolgerà su piattaforma Zoom per un totale di 8 ore di lezione frontale, con momenti di discussione e confronto. Inoltre alla fine del corso sarà somministrato un questionario di verifica dei risultati dell’apprendimento, che verrà poi commentato. La lezione online sarà supportata dalla proiezione di slide e dalla segnalazione di riferimenti normativi  e bibliografici

I partecipanti riceveranno l'attestato di frequenza, previo superamento del test di fine corso, utile ai fini della qualificazione professionale, ai sensi dell’art. 5 del Regolamento d’iscrizione all’AIB. 

Il corso è riservato ai soci AIB, con partecipazione gratuita per bibliotecari/e operanti in provincia di Bolzano e per i soci della Sezione AIB Trentino-Alto Adige e con una quota di iscrizione di 20 euro per i soci provenienti da altre regioni. È previsto un massimo di 60 posti disponibili e le iscrizioni si raccolgono online entro giovedì 12 novembre al link https://www.aib.it/attivita/formazione/2020/86257-diritto-dautore-privacy-biblioteche/. Per maggiori informazioni potete scrivere a taa[at]aib.it.



martedì 3 novembre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 3 – La pubblicazione in Open Access | Par. 4 – La Gold road

 LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 3 – La pubblicazione in Open Access

Paragrafo 4 – La Gold road

Una delle critiche fatte a Finch è il suo appoggio alla Gold road per quanto riguarda l'open publishing. Come accennato in precedenza, i sostenitori della Green road pensano che sia più sicura e meno cara. Tuttavia, il percorso Gold non è sbagliato di per sé; è più una questione di quale modello economico si adotti e quale costi e libertà esso offra. Così com'è il dibattito sulla Gold road fornisce un esempio dei dettagli più sottili che riguardano l’openness, che si intravedono solo nel momento in cui l'iniziale approccio open è stato accettato. Una ragione di questa agitazione sul Gold OA è che si tratta di un metodo messo a punto dagli editori invece che dagli universitari, cosa che può avere numerose conseguenze involontarie.
Ironicamente l’openness può portare all'elitarismo: se un autore infatti ha bisogno di pagare per pubblicare, specialmente in tempi di ristrettezze, questo diventa inevitabilmente un lusso. I giovani ricercatori o le università di minori dimensioni potrebbero poi non avere questi fondi a disposizione. Molte case editrici hanno inserito esenzioni per i giovani ricercatori: PLoS per esempio ha una liberatoria “no question asked” e non fa pagare i paesi in via di sviluppo. Tuttavia non c'è nessuna garanzia a riguardo e se il Gold OA finanziato da APC diventa la norma, allora ci potrebbe essere un conflitto con gli editori che puntano a massimizzare i profitti. Se ci sono sufficienti clienti che pagano, allora non è nel loro interesse accordare troppe esenzioni. Significa anche che università più ricche possono inondare i giornali di articoli e significa anche che quelle che hanno borse di studio per la ricerca possono pubblicare, dato che è da lì che arrivano i fondi, e chi invece non ne ha può vedersi escluso. Questo incrementa la competizione in un regime di finanziamenti alla ricerca già altamente competitivo. L'Open Access può incrementare l'”Effetto Matthew”, per cui lo stesso autore pubblica più articoli (Anderson 2012). Sarebbe certo una strana ironia se l'Open Access finisse per creare una elite che si autoalimenta.
Un altro possibile problema con il Gold OA finanziato da APC è che può portare costi aggiuntivi. Una volta che il costo di pubblicazione è caricato sui finanziamenti alla ricerca, allora l'autore non ha un interesse legittimo a controllare il prezzo. Non c'è perciò un forte interesse a tenere i costi bassi o a trovare meccanismi alternativi; il costo della pubblicazione è sulle spalle dei contribuenti (che sono quelli che alla fine finanziano la ricerca) o degli studenti (se vengono dalle finanze delle università). I profitti e i benefici restano agli editori che vanno avanti come prima, forse anche con meno moderazione.


La riserva finale che ho riguardo al Gold OA è che come è comunemente interpretato non promuove il cambiamento. In The Digital Scholar (2011) ho parlato di come un approccio digitale interconnesso e aperto possa modificare la nostra interpretazione di cosa costituisca ricerca e di come gran parte della nostra attuale percezione è stata dettata da forme di produzione già esistenti. Quindi per esempio possiamo considerare una granularità di output minori rispetto ai tradizionali articoli di 5000 battute; un maggiore uso di revisioni a posteriori invece che ex-ante; e l'adozione di diversi format mediatici che cominciano a cambiare la nostra idea di cosa sia ricerca. Ma un modello Gold OA che rafforza il potere degli editori commerciali semplicemente mantiene uno status quo e conserva l'articolo peer reviewed come il principale obiettivo che la ricerca debba raggiungere.
È ancora troppo presto per scoprire se qualcuno di questi scenari avrà luogo, ma sono del tutto fattibili e se si presentassero allora sarebbe difficile raffigurare l'Open Access come qualsivoglia forma di vittoria. Questo non significa necessariamente che bisogna seguire il punto di vista di Harnad per il quale il Green OA è l'unico percorso corretto, anzi bisognerebbe considerare il dibattito corrente sul Gold OA come sintomatico di un rapporto con gli editori che sta  semplicemente cambiando.

lunedì 2 novembre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 3 – La pubblicazione in Open Access | Par. 3 – Il report Finch

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 3 – La pubblicazione in Open Access

Paragrafo 3 – Il report Finch

Il report Finch è il risultato di un gruppo di lavoro guidato da Dame Janet Finch che il governo britannico ha messo insieme con il compito di stilare una lista di raccomandazioni sull'uso dell'open publishing. Il gruppo pubblicò la relazione nel luglio 2012, consigliando una transizione ad un ambiente Open Access e scegliendo la Gold road per la pubblicazione (Finch Group 2012). Le raccomandazioni del report vennero accettate dal governo britannico, anche se in un secondo momento fu avviata una breve inchiesta per esaminarne alcuni dettagli attuativi. Fu messo a disposizione un finanziamento di 10 milioni di sterline per aiutare le università nella transizione alla Gold road in Open Access.
Anche se è focalizzato sul Regno Unito, il report Finch rappresenta un microcosmo che comprende alcune delle questioni in materia di open education, perciò vale la pena di analizzarlo nel dettaglio, in quanto è uno schema che ritorna. Ad una prima occhiata sembra un successo straordinario per i sostenitori dell'Open Access: non solamente le raccomandazioni sono a favore dell'accesso aperto, ma il Governo lo ha accettato e ha fatto in modo che ci fossero fondi per sostenerlo. Un'analisi più approfondita della relazione e della sua attuazione però solleva una serie di preoccupazioni.
Il primo problema riguarda la cautela insita nel progetto. Il report riconosce che alcuni archivi come arXiv (l'archivio di bozze definitive dei fisici) hanno avuto successo ma conclude che non sono di per sé un modello fattibile, dichiarando:
c’è una diffusa presa di coscienza che gli archivi di per sè non costituiscano una valida base per un sistema di comunicazione della ricerca che voglia dare accesso ad un contenuto di qualità garantita, poiché non forniscono nessuno strumento per una peer review delle bozze. Anzi si rifanno ad un'offerta di materiale pubblicato che è stato oggetto di una peer review da parte di altri; o in alcuni casi forniscono strumenti che permettono commenti o giudizi da parte dei lettori che diventano un sistema più informale di peer review una volta che il materiale è stato depositato e disseminato attraverso l'archivio stesso.
Comunque, questa è una dichiarazione della posizione corrente. Se si sta proponendo un'iniziativa a livello nazionale, allora un archivio (o una collezione di archivi) può davvero essere un approccio fattibile. La raccomandazione di passare ad un Open Access con la Gold road significa che il contribuente finanzierà efficacemente gli editori, dato che il denaro arriverà dagli enti di ricerca. Considerando questi soldi come un possibile esborso da mettere sull'Open Access, allora potrebbero essere allocati in modo utile su un arXiv interdisciplinare e nazionale. Il difensore del Green OA Harnad (2012) sostiene invece che il Green OA è gratuito e che il Gold OA proposto nel report Finch costerebbe 50-60 milioni di sterline all'anno per la sua implementazione, e critica Finch per non sostenere il modello alternativo.
Il secondo problema è la mancanza di obblighi che il report impone agli editori. Il report suggerisce che sarebbe bene che gli editori linkassero ai dati delle pubblicazioni, ma non lo esige:
In un mondo ideale ci dovrebbe essere una maggiore integrazione tra il testo e i dati presentati negli articoli di giornale, con link diretti ai dataset; una conseguente diminuzione del materiale di supporto; e collegamenti bidirezionali, con interactive viewers, tra pubblicazioni e dati rilevanti contenuti negli archivi. La disponibilità e l'accesso a pubblicazioni e ai relativi dati allora diventa davvero integrata, in un sistema che si arricchisce reciprocamente.



Il report potrebbe consigliare di finanziare le università per pubblicare direttamente riviste in OA (come diremo in seguito), nei quali l'autore avrebbe il pacchetto “base” al quale gli editori potrebbero aggiungere valore. Senza imporre quanto richiesto dalla Gold road o un contributo ragionevole da versare, si crea una situazione finanziaria che potrebbe risultare peggio del modello corrente per le università e per i finanziatori.
Il report Finch ha poi un ulteriore problema, cioè la troppa influenza degli editori nel decidere le linee guida da seguire. Mantenere la sopravvivenza economica dell'industria delle pubblicazioni accademiche così com'è nella sua forma attuale sembra essere fondamentale. Per esempio, nel report si dice:
si deve fare in modo che gli editori (sia che operino nel settore commerciale che nel no-profit) possano sostenere i costi della peer review, della produzione e del marketing, così come alti standard di presentazione, ricerca e navigazione, così come collegamenti e arricchimento dei testi (“semantic publishing”) che i ricercatori e gli altri lettori si aspettano sempre di più. Gli editori hanno anche bisogno di generare un surplus da poter reinvestire nell'innovazione e in nuovi servizi, per distribuire gli utili agli azionisti etc...
Generare un profitto per editori e azionisti dovrebbe essere un effetto secondario rispetto a quello di offrire un servizio utile, non l'obiettivo principale. L'obiettivo è quello di una divulgazione efficace della ricerca.
Il pericolo di questa tendenza è che crea un modello che è economicamente impraticabile, in cui la maggior parte del denaro va agli azionisti o è usato per creare sistemi che mirano ad ottenere un vantaggio nella concorrenza. E nessuno di questi ha a che vedere con la divulgazione della ricerca. Un report di Deutsche Bank (citato in McGuidan e Russel 2008) dice:
Crediamo che l'editore aggiunga ben poco valore al processo di pubblicazione. E non stiamo cercando di sminuire ciò che 7000 persone fanno ogni giorno nelle case editrici per vivere. Stiamo semplicemente osservando che se il processo fosse davvero così complesso e caro e se aggiungesse il valore che dicono gli editori, probabilmente un 40% di margine non sarebbe possibile.
La conclusione del report Finch (e il suo successivo aggiornamento che sostanzialmente non la cambia) non fa riferimento a questo problema e certo può peggiorare le cose. Perde anche un'opportunità di pensare a metodi più radicali attraverso i quali ottenere una buona divulgazione della ricerca, perché si assume la stabilità dell'attuale approccio.

domenica 1 novembre 2020

La battaglia per l'open | Cap. 3 – La pubblicazione in Open Access | Par. 2 – Il successo dell'Open Access

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.


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Capitolo 3 – La pubblicazione in Open Access

Paragrafo 2 – Il successo dell'Open Access

La pubblicazione in Open Access come abbiamo visto iniziò nel 1990 prendendo ispirazione dalle comunità open source e osservando che il contenuto digitale e in rete aveva cambiato la natura della divulgazione. Open Access è generalmente interpretato con il significato di “accesso online e gratuito a lavori accademici”, anche se la Budapest Open Access Initiative (2002) ne dà una definizione più precisa, che comprende il significato di free access non solo in termini di costo, ma anche di accesso libero dai limiti di copyright:
Per “accesso aperto” a tale letteratura intendiamo la sua disponibilità pubblica e gratuita in Internet, e la possibilità per ogni utente di leggere, scaricare, copiare, diffondere, stampare, cercare, o linkare al testo completo degli articoli, di analizzarli e indicizzarli, di trasferirne i dati in un software, o usarli per ogni altro utilizzo legale, senza ulteriori barriere (legali, tecniche o finanziarie) se non quelle relative all’accesso a Internet. L’unico vincolo riguardo la riproduzione e la distribuzione, e l’unica funzione del copyright in questo ambito, dovrebbe essere la tutela dell’integrità del lavoro degli autori e il diritto di essere debitamente riconosciuti e citati.
Questo ricorda la distinzione tra free cost e free reuse (gratuito e riutilizzabile liberamente) che fa Stallman riguardo al software. Anche se la definizione di Open Access non è controversa come altri termini che incontreremo, il percorso lo è. Ci sono due metodi principali che consentono l'Open Access:
  • La Gold road, secondo cui sono gli editori a mettere la rivista (o l'articolo) in Open Access. Per le case editrici i guadagni che di norma venivano presi dal modello privato di iscrizione all’archivio devono essere recuperati, e questo può avvenire con l'applicazione dell'APC. Uno studio su 1.370 periodici pubblicati nel 2010 ha parlato di un range tra gli 8 e 3.900 dollari con un APC medio di 906 dollari (Solomon&Bjork 2012). La Gold road comunque non richiede un APC, è solo un modello per renderla fattibile.
  • La Green road, in cui l'autore archivia lui stesso una copia dell'articolo sia sul proprio sito sia su un archivio istituzionale.
Con la scelta del percorso Gold l'enfasi è posta sulla rivista, mentre con la scelta Green sugli archivi online. A queste si aggiunge poi una terza opzione, chiamata Platinum, in cui il giornale non applica nessun APC e pubblica in Open Access, ma questa può essere vista come una variante della Gold road. Riviste di questo tipo sono di solito gestite da società o università per le quali la rendita finanziaria è di minore importanza rispetto alla diffusione.
In realtà le cose stanno in modo un po' più complesso. Per quanto riguarda la Green road, ciò che è “green” può variare. Molti editori metteranno un embargo per un determinato periodo, decidendo che un articolo non può essere archiviato autonomamente prima di un certo lasso di tempo, che può variare dai 6 ai 18 mesi. Nelle sue policy Open Access l'Office of Science and Technology Policy americano (OSTP) ha un embargo di 12 mesi (Holdren 2013), mentre Science Europe (2013) chiede solo 6 mesi. La Gold road può essere usata in modo ibrido, per cui in una rivista alcuni articoli sono Open Access ma non tutti. In questo caso gli editori ancora applicano una tariffa per l’abbonamento alla rivista, anche se può essere ridotta, e ricevono un APC per i singoli articoli. Può essere visto come un modello di transizione all'Open Access, ma alcuni ritengono che sia solo un modo per guadagnare due volte dalla stessa rivista (Harnard 2012). Science Europe prende una posizione molto chiara contro il modello ibrido, dichiarando che “come è attualmente strutturato e implementato dagli editori non è un percorso fattibile e che può funzionare per l'Open Access. Tutti i modelli di transizione all'Open Access sostenuti dalla Science Europe Member Organisation infatti devono essere contrari al 'doppio gioco' e aumentare la trasparenza sui costi”. Per quanto riguarda i diritti, è ancora possibile fare in modo che un articolo sia disponibile in modalità open, ma le definizioni di Open Access sottolineano il fatto che il riutilizzo è fondamentale, quindi l'uso delle licenze Creative Commons diventa la norma.
La diffusione dell'Open Access ha avuto grande successo. Laakso e altri (2011) hanno tracciato la crescita delle riviste OA e degli articoli dal 1990 come mostrato nella Figura 1.
Allo stesso modo il progetto ROARMAP (Registry of Open Access Repositories Mandatory Archiving Policies) della University of Southampton mostra i numeri delle politiche Open Access a livello istituzionale, a livello di finanziatori e a livello teorico. Il modello qui è un po' in ritardo rispetto a quanto visto con le riviste OA, dato che le politiche sono entrate in vigore solo quando l'OA è diventato una pratica consolidata, ma mostrano lo stesso un trend di sostanziale crescita dal 2003 al 2013 (Figura 2). Entrambi i trend sembrano andare in una direzione precisa, e non c'è nessuna ragione per supporre che rimarranno stabili o scenderanno. Un recente studio di Wiley ha scoperto che il 59% degli autori ha pubblicato su riviste OA, la prima volta cioè che la proporzione ha superato la metà (Warne 2013). Le pubblicazioni in Open Access non sono più una questione di nicchia, riservata a coloro che ne hanno una particolare attrazione. È diventata una pratica mainstream. E questo è in linea con quanto discusso nel capitolo 1.


Prima di esaminare i problemi che in questo momento affliggono l'OA, vale la pena di considerare le ragioni di una così ampia diffusione. Gli argomenti a favore dell'Open Access rientrano in generale in due campi, che riflettono quelli dei movimenti free e open source – e cioè che l'Open Access è un efficiente modo di operare ed ha una forte base etica.
Può essere considerato efficace dalla prospettiva di un autore che vuole che il suo lavoro sia letto e citato da più persone possibili. Potrebbe sembrare logico infatti che articoli pubblicati senza nessuna restrizione di accesso ricevano più attenzione di quelli in database privati, ai quali si deve accedere attraverso biblioteche (o acquistati con una logica di singolo articolo). Dall'influenza del web 2.0 sulla open education sappiamo che ci si aspetta un contenuto gratuito, e quindi i lettori che trovano un articolo che richiede un pagamento semplicemente vanno a cercare altro. Anche i social media possono essere visti come modi per mettere pressione Open Access sugli articoli. Per condividere le risorse in modo efficace su Twitter o con altri mezzi infatti, l'articolo deve essere già disponibile in modalità open. Serve a poco condividere un link ad un articolo interessante se questo richiede un pagamento di 50 dollari per leggerlo. Anche se la maggior parte dei lettori sono accademici, le istituzioni che li ospitano potrebbero non avere sempre l'accesso a quella particolare rivista. Dal 2001 (Lawrence 2001) ci sono state crescenti prove del fatto che articoli disponibili in modalità open hanno più download e citazioni di quelli in database privati, come Gargouri e altri (2010) riassumono: “Questo 'vantaggio dell'impatto OA' si ritrova in tutti i campi analizzati fino ad ora – fisico, tecnologico, biologico, di scienze sociali e umanistico”. L'Open Citation Project (2013) ha un'ampia bibliografia di studi che dimostrano questo effetto. Alcuni studi riportano che le citazioni non sono aumentate ma il numero di download sì, a volte di percentuali sostanziali, per esempio Davis e altri (2008) parlano di un aumento dell’89% di download di testi completi per articoli in Open Access.
Nell'esaminare le motivazioni per cui gli accademici pubblicano su giornali peer reviewed, Hemming e altri (2006) suggeriscono tre categorie di fattori: incentivo, pressione e supporto. L'incentivo è il più saliente e può prendere forme intrinseche come la condivisione di risultati, e forme estrinseche come l'aumento di possibilità di promozione. Dato che gli universitari sono di rado pagati per i loro contributi, il vantaggio dell'impatto Open Access sta nella motivazione a cercare stimoli – anche se il principale obiettivo è quello di aumentare l'interesse nell'area o di migliorare un profilo individuale, quindi incrementare il numero di download e citazioni di un articolo facilmente andrà a beneficio di tutto ciò. Questa tendenza è solo contrastata dal prestigio che viene dal pubblicare su certe riviste, che siano esse open o no.
La pubblicazione in Open Access opera come modello efficiente e pragmatico per divulgare i risultati della ricerca, che è uno degli scopi principali delle pubblicazioni universitarie, e ha anche una forte argomentazione etica, o ideologica, a suo supporto, dato che molti fondi per gli studi che vengono pubblicati sulle riviste provengono da risorse pubbliche. Questo va a formare il principio cardine della maggior parte delle policy Open Access: per esempio la Wellcome Trust (senza data), un'organizzazione benefica che finanzia la ricerca medica, dichiara: “crediamo che massimizzare la diffusione di queste ricerche – garantendone l'accesso gratuito, libero e online – sia il modo migliore per assicurarsi che l'analisi che noi finanziamo sia accessibile, letta e sviluppata”.
La policy dell'americana OSTP (Holdren 2013) dice che “i risultati diretti della ricerca scientifica supportata da fondi federali sono messi a disposizione di pubblico, aziende e comunità scientifica”. Qui c'è un dibattito molto acceso e cioè che se il pubblico paga per la ricerca allora deve averne accesso. C'è anche un ulteriore argomentazione che sostiene che la ricerca progredisce solo con la condivisione tra il maggior numero di persone possibili, e che l'accesso ad essa (non importa chi sia il finanziatore) dovrebbe essere praticabile. Mike Taylor (2013a) lo dice senza mezzi termini: “Pubblicare la scienza dietro compenso è immorale”. La combinazione di questi dibattiti pratici ed etici ha reso difficile giustificare o mantenere le pratiche esistenti che traggono profitti dalle pubblicazioni accademiche. Come vedremo con altri aspetti dell’openness, il dibattito diventa affascinante. È dove la battaglia per l’openness ha inizio, come vedremo.