sabato 29 febbraio 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 4 – È davvero una battaglia?

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 4 – È davvero una battaglia?

Dopo aver cercato in qualche modo di convincervi della vittoria dell’openness e del motivo per cui le future direzioni che prenderà sono importanti, voglio ora chiarire perché ho usato il termine “battaglia” e perché lo vedo come un momento di conflitto. Immagino che alcuni lettori saranno a disagio con un termine militaristico, ma l'ho usato intenzionalmente per mettere in evidenza fattori significativi della openness.
In primo luogo c'è davvero un dibattito molto acceso sulla direzione che l’openness prende. Lo esamineremo meglio nel corso del libro ma per molti dei suoi sostenitori l'attributo fondamentale riguarda la libertà – degli individui ad avere accesso al contenuto, di riutilizzarlo come meglio credono, di sviluppare nuovi metodi di lavoro e di sfruttare le opportunità offerte dal mondo digitale e in rete. Un'interpretazione più commerciale vede invece l’openness come una tattica iniziale per guadagnare utenti su una piattaforma privata o per avere accesso a fondi governativi. Alcuni dunque vedono i nuovi provider come usurpatori dei provider esistenti nell'istruzione superiore, come quando Sebastian Thrun predice che in futuro ci saranno solo dieci provider globali nel campo dell'educazione (e spera che la sua compagnia, Udacity, sia uno di questi) (The Economist 2012).
Non è dunque un cortese dibattito sulle definizioni: ci saranno reali conseguenze per l'istruzione e per la società in generale a seconda di chi vincerà la battaglia per l’openness. E questo ci porta al secondo fattore per la scelta del termine: come nelle vere battaglie ciò che ha valore viene più duramente conteso. La spesa media cumulativa per studente nei paesi OECD (Organisation for Economic Cooperation and Development) per gli studi terziari è di 57.774 dollari statunitensi (OECD 213) e l'intero mercato dell'istruzione è stato stimato sui 5-6 miliardi di dollari statunitensi (Shapiro 2013).
Nelle pubblicazioni accademiche Reed Elsevier ha registrato ricavi per più di 6 milioni di sterline nel 2012, di cui più di 2 milioni per pubblicazioni di scienza tecnologia e medicina (Reed Elsevier 2012), mentre Springer ha registrato vendite di 875 milioni di sterline nel 2011 (Springer 2011).  Sono grandi mercati e la domanda sull'istruzione non sta per sparire, quindi rappresenta aree di business allettanti in tempi di recessione globale.
La mia terza ed ultima giustificazione per aver usato il termine “battaglia” è che come il grande bottino spetta al vincitore, allo stesso modo anche la frase sui vincitori che scrivono la storia è pertinente. È in corso un contenzioso sulla narrazione riguardo all’openness. Un esempio si può trovare nel capitolo 6, dove andremo ad analizzare il meme ricorrente “l'istruzione è malata” e dove esploreremo il discorso che fa la Silicon Valley a riguardo. Entrambe queste posizioni cercano di intendere l'istruzione superiore come un semplice settore di contenuti, come il business della musica, e quindi propongono una soluzione semplice e tecnologica a quello che viene visto come un sistema apparentemente compromesso. Questa narrazione è spesso accettata come indiscussa e ignora deliberatamente il ruolo che l'istruzione superiore ha avuto in molti dei cambiamenti che ci sono stati (giustificandoli come forze esterne che sono intervenute) o semplificando le funzioni stesse dell'istruzione superiore.
Il termine “battaglia” sembra quindi appropriato a definire questi tre temi: conflitto, valore e narrazione. Dopo un'iniziale vittoria dell’openness affrontiamo ora il passaggio chiave nella battaglia a lungo termine. Non si tratta semplicemente di utilizzare un pezzo di tecnologia o un altro: l’openness sta al centro dell'educazione superiore del XXI secolo. Nella sua migliore interpretazione è il mezzo attraverso il quale l'istruzione superiore diventa importante per una società nel momento stesso in cui apre il suo sapere e permette l'accesso ai suoi servizi, fornisce gli strumenti con cui l'istruzione superiore si adatta al nuovo contesto del mondo digitale. Nella sua peggiore definizione invece, l’openness è la strada con la quale il commercio fondamentalmente danneggia il sistema fino al punto in cui esso viene indebolito senza possibilità di recupero. Spero in questo libro di sostenere la causa che vede la battaglia per l'open come quella per il futuro dell'istruzione.

martedì 25 febbraio 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 3 – Perché l’openness è importante

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 3 – Perché l’openness è importante

Nei paragrafi precedenti spero di aver iniziato a convincervi che la openness è stata un approccio per lo più vincente. E con vincente non voglio necessariamente dire che sia il primo pensiero di accademici o studenti, ma che un aspetto o un altro dell'istruzione open va a toccare nella pratica sia chi vuole imparare sia chi insegna, che siano studenti ad usare risorse open a supporto dei loro corsi oppure accademici che pubblicano articoli o monografie in Open Access. Senza dubbio c'è ancora molto che la open education può fare prima di influire su tutti gli aspetti della pratica, ma questo periodo segna il momento in cui l'istruzione aperta ha smesso di essere di interesse periferico e specialistico e ha preso ad occupare un posto nella pratica accademica mainstream. Se ancora non sono riuscito a convincervi ne parlerò meglio nei capitoli dal 3 al 7. Ora voglio discutere della sua importanza e del perchè dobbiate interessarvi ad argomenti legati all’openness. Ci sono due ragioni principali per le quali l’openness conta nel settore dell'istruzione: le opportunità e la sua "funzione".

Sotto “opportunità” ci sarebbero molte sub-categorie da elencare, ma mi concentrerò solo su un esempio per poi sviluppare l'argomento più avanti nel libro. Un'occasione significativa che l’openness offre è nell'ambito della didattica. In The Digital Scholar (Weller 2011) ho mostrato come le risorse digitali e internet stanno portando ad uno spostamento da una “didattica di scarsità” ad una di “abbondanza”. Molti dei modelli di insegnamento esistenti (le lezioni ad esempio) sono basati sul presupposto che ci debba essere un accesso limitato al sapere e alle risorse (motivo per il quale molti vanno in una stanza ad ascoltare un esperto parlare). La possibilità di trovare molti più contenuti online modifica questo presupposto. Una didattica dell'abbondanza si concentra infatti sul contenuto, che è un elemento importante ma non l'unico di un approccio. Forse sarebbe più opportuno parlare di didattica dell’openness: una didattica open fa uso di contenuti aperti come le open educational resources, video, podcast, etc; ma dà anche importanza al network e a come l'allievo si relaziona all'interno di esso. Nell'analizzare la didattica alla base dei MOOC (anche se la didattica open non è solo quello), Paul Stacey (2013) fa le seguenti raccomandazioni:


  • Siate il più open possibile. Andate oltre le iscrizioni aperte e usate metodi didattici open che sfruttino tutto il web, non solo la specifica parte contenuta nella piattaforma MOOC. Usate le OER come strategia e mettete una licenza open alle vostre risorse usando Creative Commons, in modo che sia possibile il riutilizzo, la revisione, il remix e la redistribuzione. Progettate le vostre piattaforme MOOC con un software open source. Pubblicate i learning analytics data che avete raccolto come open data usando una licenza CC0.
  • Usate metodi didattici online moderni e testati, non metodi didattici da aula che sappiamo non essere adatti all'apprendimento online.
  • Usate metodi didattici peer-to-peer per l'autoapprendimento. Sappiamo che questo migliora i risultati e che il costo di attivazione di un network di peers è lo stesso di quello di un network di contenuti, essenzialmente zero.
  • Usate il social learning, che include blog, chat, forum di discussione, wiki e lavori di gruppo.
  • Sfruttate la partecipazione di massa, con tutti gli studenti che contribuiscono con qualcosa che aggiunge o migliora il corso nel suo insieme.

Esempi di metodo didattico open includono il DS106 di Jim Groom, un corso open che stimola gli allievi a creare prodotti ogni giorno, suggerire compiti, inventare il proprio spazio online e diventare parte di una comunità che va oltre il corso, sia da un punto di vista geografico che temporale. Dave Cormier ogni anno inizia il suo corso in educazione tecnologica invitando gli studenti a firmare un contratto che stabilisca quanto lavoro vuole fare ognuno e per quale votazione. Lavori individuali sono valutati come “soddisfacente” o “insoddisfacente” una volta completati (Cormier 2013). In corsi come Octel (http://octel.alt.ac.uk) gli allievi creano il proprio blog, che diventa il luogo dove lavorano, con vari contributi poi aggregati in un unico blog centrale. Tutto in modalità open.
Ciò non vuol dire che questi esempi debbano essere la norma e debbano essere adottati da tutti gli altri. Sono esempi fatti su misura per particolari contesti e argomenti. Il punto chiave qui è che l’openness è la pietra miliare e la filosofia che sta alla base di questi corsi: è presente nella tecnologia adottata, nelle risorse citate, nelle attività che gli studenti intraprendono e negli approcci di insegnamento. Il tutto è reso poi possibile dal fatto che il concetto di apertura va a toccare aree diverse: le risorse devono essere disponibili, la tecnologia deve essere free, gli studenti hanno bisogno di essere preparati a lavorare in questo ambito e le università devono accettare i nuovi modi di operare. Vorrei suggerire che siamo solo all'inizio dell'esplorazione di modelli di insegnamento e apprendimento che hanno come base la mentalità open. È interessante notare che molti di questi sperimentatori in didattica aperta sono persone che fanno già parte del movimento. Si potrebbe pensare che siano stati “intaccati” dalla mentalità aperta e che vogliano applicarla ovunque possibile.
È questa opportunità di esplorare che è importante nell'istruzione superiore, se si vuole innovare e se si vogliono sfruttare al meglio le possibilità che l’openness offre. Un pre-requisito è l'engagement con la open education, sia che si parli di tecnologia, che di risorse, che di didattica. Uno dei pericoli dell’openness in outsourcing infatti è che appoggiandosi a venditori terzi per le piattaforme MOOC, oppure affidandosi ad editori per la creazione del contenuto, si restringa il raggio di sperimentazione. La soluzione preconfezionata in questo modo diventa non solo il metodo accettato ma l'unico riconosciuto. Ci sono già esempi: Georgia Tech ha annunciato una collaborazione con la società MOOC Udacity per offrire un master online. Come nota Christopher Newfield (2013) facendo un'analisi del contratto, Udacity ha una relazione esclusiva per la quale la Georgia Tech non può offrire il suo contenuto da altre parti. Udacity può invece offrire lo stesso contenuto ad altri studenti al di fuori del programma. Newfield sostiene che mentre cercano di recuperare i costi, “i grandi risparmi ironicamente vengono dal comprimere l'innovazione – i compensi ai creatori dei corsi si abbassano – e dallo sfruttare l'overhead”.
Anche se accettiamo di guardare meno cinicamente questo accordo, il modello di compagnie come Udacity, Coursera e Pearson è quello di creare un brand globale diventando uno dei pochi fornitori. A loro non interessa la diversificazione del mercato e quindi il modello su come creare dei MOOC o su come rilasciare delle risorse online diventa limitato, sia per accordi contrattuali o semplicemente per la presenza di soluzioni preconfezionate che impediscono un'ulteriore esplorazione.
Questo stesso messaggio sulla possibilità di sperimentazione si può applicare a tutte le funzioni in università: la ricerca, il public engagement, la creazione di risorse. In ciascuna di queste aree la possibilità di combinare elementi open e fare uso di un ambiente digitale in rete permettono la creazione di nuove opportunità, che però per trovare la loro piena realizzazione richiedono un impegno attivo sull'innovazione portato avanti dalle enti di istruzione e dagli accademici più che da fornitori esterni.

E ora passiamo al secondo motivo per cui la openness è importante, e cioè la “funzione”, o il ruolo dell'università. Le università si possono considerare come un raggruppamento di diverse funzioni: ricerca, insegnamento, public engagement, orientamenti politici e incubatori di idee e business. In tempi di ristrettezze economiche ogni aspetto della società è esaminato in base a quanto contribuisce in relazione a quanto costa, e l'istruzione superiore non fa eccezione. Sempre più la narrazione è quella di un'operazione di investimento diretta – gli studenti pagano una tassa e in cambio ricevono un'educazione che permetterà loro di guadagnare di più nella vita (Buchanan 2013). Anche se questa è certamente una prospettiva difendibile e logica, ignora o ridimensiona l'importanza di altri contributi: gli approcci open alla diffusione della ricerca, alla condivisione di materiale didattico, all'accesso online a conferenze e seminari aiutano infatti a rafforzare un concetto più ampio di cosa servano le università. Non c'è niente di nuovo: la mia università, la Open University (OU) è tenuta in grande considerazione nel Regno Unito anche da quelli che non ci hanno mai studiato forse per la sua collaborazione con la BBC nel creare programmi didattici, che sono di fatto primi tentativi di risorse per la open education. Forse la collaborazione dell'OU con la famosa emittente televisiva la mette in una posizione privilegiata.
Gli approcci open consentono a tutte le istituzioni di adottare parti del metodo a costo relativamente basso. Ad esempio la università di Glamorgan (ora University of South Wales) ha creato il proprio sito iTunesU ad un costo basso e ha generato più di 1 milione di download nei primi 18 mesi (Richards 2010). Sempre più quindi assistiamo ad una openness che contribuisce a formare l'identità non solo di una università in particolare, ma dell'istruzione superiore nel suo complesso e del suo relazionarsi con la società.
Concludo con un breve esempio che mette insieme molte delle componenti dell’openness. Katy Jordan è un PhD alla OU e si occupa di network accademici su siti come Academia.edu. Su iniziativa personale ha studiato una serie di MOOC che integrano la ricerca offerta in università e uno di questi era un MOOC infografico fornito dall'università del Texas. Per il progetto di visualizzazione finale ha deciso di tracciare i dati di completamento su un grafico interattivo e ha bloggato i risultati (Jordan 2013). Questi dati sono stati ripresi da un famoso blogger che l'ha definito il primo tentativo di raccogliere e compilare dati riguardo ai MOOC, e a sua volta lo ha twittato. I dati relativi al completamento dei MOOC sono in generale oggetto di grande interesse e il post di Katy è diventato virale, diventando di fatto il pezzo a cui linkare sull'argomento e a cui quasi ogni MOOC fa riferimento. Questo come conseguenza ha portato a maggiori fondi da parte della MOOC Research Initiative e a varie pubblicazioni. E tutto dopo un post in un blog.
Un piccolo esempio che prova come la diffusione della openness prende varie forme e ha impatti inaspettati. Il corso aveva bisogno di essere open perché Katy potesse accedervi; le è stato possibile condividere i risultati come parte della sua pratica open. L'infografica e il blog si basano su un open software e sfruttano dati sul tasso di completamento dei MOOC che qualcuno ha messo a disposizione e il format stesso del lavoro di Katy permette ad altri di valutare i dati e di suggerire nuovi elementi. Infine l'open network diffonde il messaggio perché è ad accesso aperto e può essere linkato e letto da tutti. È difficile prevedere o innescare questi meccanismi, ma un approccio chiuso in qualche punto della catena li avrebbe bloccati. È proprio nel replicare esempi come questo nell'istruzione superiore che si trova il vero valore dell’openness.

domenica 16 febbraio 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 2 – Istruzione superiore e openness

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 2 – Istruzione superiore e openness

Il focus di questo libro è principalmente sull'istruzione superiore e il motivo principale è che questa è l'area in cui la battaglia per l'openness è più duramente combattuta. L'istruzione aperta e gratuita può essere intesa come una componente di un movimento più ampio: c'è infatti una comunità molto attiva che si occupa di open data, che cerca di fare in modo che i dati – come quelli della pubblica amministrazione e quelli delle aziende – siano accessibili a tutti. Organizzazioni come la Open Knowledge Foundation (OKFN) considerano l'accesso ai dati come un elemento fondamentale per l'assunzione di responsabilità e impegno in una serie di funzioni pubbliche tra cui la politica, il commercio, l'energia, la sanità, e questo posiziona l’openness all'interno di forme di attivismo di cui l'istruzione è solo un aspetto. Del resto la stessa Open Knowledge Foundation dichiara: «Vogliamo che il sapere aperto diventi un concetto mainstream, così naturale e importante nelle nostre vite come lo è l'ecologia».
Il focus sull'istruzione permette di analizzare nel dettaglio la battaglia per l'open attraverso quattro esempi, anche se molti di questi trovano poi punti in comune con un più ampio movimento che si batte per il libero accesso agli articoli pubblicati o per il rilascio dei dati della ricerca. A differenza di settori che hanno subìto l'imposizione dell'open come il risultato della rivoluzione digitale però, – ad esempio l'industria musicale con l'arrivo di programmi di condivisione come Napster – l'istruzione superiore ha cercato di sviluppare pratiche aperte in una vasta gamma di aree. Ed è proprio questo che la rende un’interessante materia di studio che include editoria, didattica, tecnologia, pratiche individuali, comunicazione ed engagement. C'è molto di rilevante anche per altri settori qui, dove saranno applicabili uno o più di questi argomenti, ma raramente l'intera gamma. Si è spesso detto che l'istruzione superiore può prendere lezioni da settori che sono stati toccati dalla rivoluzione digitale, come i giornali, ma potrebbe anche essere vero il contrario: sono gli altri settori a poter imparare molto da quanto accade nel dibattito sull'open nell'istruzione superiore. Quali sono dunque le principali aree di interesse in questo ambito? Ciascuna di esse verrà esplorata in un capitolo dedicato, ma i principali sviluppi sono riassunti qui di seguito.

Insegnamento

L'avvento dei MOOC sta raccogliendo un grande interesse. Sviluppati inizialmente come metodo sperimentale per esplorare le potenzialità di un insegnamento basato sul networking, i MOOC sono diventati oggetto di attenzione da parte dei media e del mondo business a seguito dei grandi numeri fatti dal corso di Sebastian Thrun sull'Intelligenza Artificiale. Da allora la maggiore azienda che si occupa di tecnologie didattiche è Coursera, con due turnazioni di fondi di venture capital e oltre 4 milioni di iscritti ai sui 400 corsi (Coursera 2013a).
L'idea alla base dei MOOC è semplice: rendere i corsi online accessibili a tutti e tagliare sui costi del personale. Se questo modello sia economicamente sostenibile è ancora da discutere, dato che si trova nella sua fase iniziale, ma i media non si sono risparmiati e alcuni osservatori sono arrivati a ipotizzare che i MOOC siano la naturale conseguenza dell'effetto di internet sull'istruzione superiore.
I MOOC sono solo un aspetto di come l’openness sta influenzando il settore. Prima dei MOOC infatti c'è stato (e c'è ancora) il movimento Open Educational Resources (OER), che è iniziato nel 2001 quando la fondazione Hewlett ha finanziato il MIT per dare vita al sito OpenCourseWare, che doveva rilasciare gratuitamente materiale didattico. Da allora il movimento OER si è diffuso a livello globale e ad oggi vi sono grandi iniziative in tutti i continenti in cui le OER sono parte integrante della strategia centrale di progetti educativi, tra cui UNESCO, la Shuttleworth Foundation, la William and Flora Hewlett Foundation e l'Higer Education Funding Council for England (HEFCE). La distinzione tra MOOC e OER può a volte essere sottile: per esempio se si raccolgono e mettono a disposizione insieme di risorse OER all'interno della struttura di un corso, questo le fa diventare un MOOC? E viceversa se un MOOC è condiviso anche dopo la fine del corso diventa un OER? Uno degli obiettivi dell'OER è di creare libri di testo open, visto il loro costo sempre più proibitivo specialmente negli USA, che va ad influire negativamente sulla partecipazione all'istruzione superiore. Questi testi open vogliono rimpiazzare le versioni standard di testi introduttivi, che sono spesso proprietà delle case editrici, con versioni gratuite e online create da gruppi o da singoli autori. Il processo sta avendo un impatto significativo, tanto che ad esempio OpenStax mira alla fornitura di libri di testo online o stampati a basso costo a 10 milioni di studenti, e al momento conta più di 200 college nella sua rete con un risparmio previsto per gli studenti di 90 milioni di dollari nei prossimi cinque anni (OpenStax 2013).

Ricerca

La pubblicazione in Open Access sta crescendo in modo costante, non solo come un modello valido per diffondere pubblicazioni di ricerca, ma come il migliore in assoluto. Invece di pubblicazioni accademiche su riviste private, il cui accesso è acquistato dalle biblioteche o per singoli articoli dagli utenti, l'Open Access mette infatti le pubblicazioni a disposizione di tutti. Ci sono molti modi per farlo: la cosiddetta Green Road (“via verde”), in cui l'autore mette l'articolo sul proprio sito o sul repository delle istituzioni; la Golden Road (“via d’oro”) nella quale l'editore chiede una quota per mettere l'articolo a disposizione in modalità open; ed infine la via Platinum quando la rivista opera gratuitamente.
La pubblicazione in Open Access è forse l'aspetto più riconoscibile di come l'attività accademica si stia adattando alle opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dalla rete. Altre pratiche formano quella che è definita la open scholarship (ricerca aperta) e includono la condivisione di risorse individuali come presentazioni, podcast e bibliografie, social media engagement attraverso blog, twitter etc e pratiche generalmente più aperte come la pubblicazione di bozze di capitoli di libri, ma anche revisioni e metodi di ricerca open. Gli ultimi possono anche includere l'uso di approcci come il crowdsourcing o la social media analysis, che basano il loro successo sull’openness. La open scholarship sta offrendo anche nuove strade per il public engagement; ora si vedono infatti accademici avere profili pubblici per comunicare online mentre questa attività prima avrebbe richiesto un intermediario. Un aspetto della open scholarship sono poi gli open data, che permettono ai dati di progetti di ricerca di essere pubblicamente disponibili (quando non si tratti di dati personali o sensibili). Come accennato all'inizio del capitolo, durante il G8 è stato firmato un accordo secondo cui questa dovrebbe essere la modalità di default per i dati governativi, e molti finanziatori della ricerca impongono già simili vincoli. Per molti temi, come il cambiamento climatico, questo permette la creazione di un più ampio bacino di dati e di meta-studi che vanno a migliorare la qualità complessiva dell'analisi; in altri campi invece permette occasioni di confronto, analisi e interpretazioni che sono imprevedibili e che possono andare al di là del dominio originario.


Open Policy

Molto del lavoro fatto sull'open licensing, in particolare quello di Creative Commons, è stato avviato o influenzato dall'istruzione superiore. Le licenze, agli occhi di molti, sono uno dei veri test per l’openness, dal momento che la possibilità di prendere e riutilizzare un prodotto è ciò che differenzia l' “open” dal semplice “gratis”. Le licenze sono la strada principale attraverso la quale si possono realizzare iniziative basate su politiche più ampie: con l'adozione di una posizione precisa sulle licenze infatti governi, organizzazioni no profit, finanziatori della ricerca, editori e società che si occupano di tecnologia creano un terreno sul quale l’openness si può sviluppare. Quindi la promozione dell’openness come approccio, sia pratico che etico, è stata una componente crescente del movimento open basato sull'istruzione superiore. 
Questa breve panoramica dovrebbe dimostrare come l’openness costituisca l'essenza di gran parte del cambiamento nell'istruzione superiore e come esista un'intensa attività di ricerca nell'area. Uno degli obiettivi di questo libro è proprio quello di mettere in evidenza e celebrare questa attività. È un bel periodo per essere coinvolti nell'istruzione superiore: ci sono opportunità di cambiare la pratica in quasi tutti gli aspetti, e l’openness è un elemento chiave. Il successo dipende però in primo luogo dall'impegno nel cambiamento e in secondo luogo dal prendersi la responsabilità sul cambiamento, senza permettere che entrambe le cose siano determinate da forze esterne, per titubanza o per il desiderio di semplificare gli argomenti di discussione. Di seguito analizzeremo l'analogia con il movimento green, per dimostrare che il valore dell’openness sarà compreso da tutti.


sabato 15 febbraio 2020

Marketing automatizzato sui social media: la mia risposta acida alla proposta commerciale

Ho ricevuto poco fa l'ennesima proposta commerciale sul mio indirizzo email probabilmente prelevato dalla rete senza rispettare le norme sulla privacy; questa volta però la proposta mi è sembrata davvero fuori da ogni grazia divina e nel rispondere ho tirato fuori tutta l'acidità e sgradevolezza di cui sono capace. Ma qualcuno prima o poi queste cose deve dirle.


IL MESSAGGIO RICEVUTO
Buongiorno, Sono ****** da Clientigram*.
Siamo un’agenzia di marketing e aiutiamo aziende e professionisti a trovare nuovi clienti. Abbiamo lanciato un servizio che Le da la possibilità di aumentare notevolmente la Sua visibilità e trovare clienti grazie ad Instagram!
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Il servizio verrà modulato in base alle Sue esigenze ponendoci un unico obiettivo: massimizzare le conversioni.
La gestione sarà affidata ad un consulente dedicato che seguirà a 360° il Suo progetto.
Ci lasci un Suo recapito telefonico al fine di fornirLe maggiori informazioni.
Buona giornata.

LA MIA RISPOSTA
Io mi vergognerei a fare queste proposte (per di più utilizzando indirizzi email presi dalla rete senza autorizzazione e comunque in violazione delle norme sulla privacy) e in generale mi vergognerei
anche a mettere in piedi un'azienda basata unicamente sullo sfruttare le "debolezze" strutturali dei social media per fare marketing di bassa lega. Tra l'altro senza nemmeno considerare che in quanto
avvocato, vincolato alla deontologia professionale, non potrei nemmeno fare certe cose.
Servizi come i vostri sono ciò che rendono i social media lo schifo e la tristezza che sono diventati (Instagram in primis). Pensate che la gente non capisca quando i commenti e gli altri feedback sono automatizzati?
So che è ciò che il mercato chiede, ma davvero mi auguro che presto anche il mercato possa mostrare l'inutilità di questi servizi.
Questo per dire che non sono interessato ai vostri servizi e che vi chiedo fin da subito di cancellare OGNI mio dato personale dai vostri archivi.
Con affetto, Avv. Simone Aliprandi

Per approfondire l'argomento segnalo l'articolo "Perché i bot rispondono alle stories?" su Ninjalitics, in cui si spiega il funzionamento di questo sistemi e giustamente si fa anche notare che l'utilizzo di sistemi automatizzati per aumentare follower e like è comunque vietato dai termini d'uso di Instagram.
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* Cercando in rete è emerso che Clientigram (https://www.clientigram.it/) è un servizio offerto da WillMore​ by Filarco Group S.R.L. P.IVA/C.F 03544100781 Via Giacomo Brodolini, 75 | 87036 Rende (CS).

mercoledì 12 febbraio 2020

La battaglia per l'open | Cap. 1 – La vittoria dell'open | Par. 1 – Introduzione

LA BATTAGLIA PER L'OPEN: traduzione italiana curata da Simone Aliprandi del libro "The battle for open" di Martin Weller. Informazioni complete sul progetto di traduzione in questo post. Puoi suggerire miglioramenti nella traduzione aggiungendo un commento a questo post.

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Capitolo 1 – La vittoria dell'open

Paragrafo 1 – Introduzione

L’openness in questo momento è ovunque nel settore dell'istruzione: alla fine del 2011 un corso gratuito in intelligenza artificiale contava più di 160.000 iscritti (Leckart 2012); nel 2012 il governo del Regno Unito seguì quanto già fatto da altri enti nazionali negli USA e in Canada e annunciò la regola per cui tutti gli articoli finanziati da fondi pubblici per la ricerca dovevano essere messi a disposizione in Open Access (Finch Group 2012); i download dal sito Apple iTunes U, che fornisce gratuitamente contenuti per la formazione, hanno superato il miliardo nel 2013 (Robertson 2013); la British Columbia annunciò nel 2012 una politica per la quale i testi dei 40 corsi più popolari sarebbero stati messi a disposizione in modalità open e gratuitamente (Gilmore 2012); i leader del G8 hanno firmato un trattato sugli open data nel giugno 2013 stabilendo che tutti i dati governativi sarebbero stati rilasciati open automaticamente (Ufficio del Governo britannico 2013). A parte questi dati più evidenti ci sono poi cambiamenti fondamentali nella pratica: gli accademici stanno già creando e rilasciando i loro contenuti con strumenti come Slideshare o Youtube; i ricercatori condividono risultati in tempi ridotti usando approcci open e crowdsourcing; ogni giorno milioni di persone usano strumenti e risorse gratuiti e disponibili online per imparare e per condividere. 
In effetti l’openness è oggi una parte così importante della nostra quotidianità che sembra superfluo qualsiasi commento. Ma non è stato sempre così, o almeno non sembrava essere qualcosa di inevitabile o prevedibile. Alla fine degli anni '90, quando l'esplosione del dotcom prese piede, c'era molto scetticismo riguardo a quei modelli di business (per gran parte giustificato dopo il collasso) e lo stesso per la bolla del web 2.0 dieci anni dopo. Ma nonostante molti dei modelli di business non fossero sostenibili, i modelli tradizionali che prevedevano di pagare per i contenuti hanno mostrato di non interferire con l'espansione del nuovo dominio digitale. “Diffondere i contenuti” non è più un approccio da sottovalutare. 
In nessun altro contesto l’openness ha giocato un ruolo così rilevante come nel caso dell'istruzione. Molti dei pionieri dei movimenti open vengono dalle università. I ruoli chiave degli accademici sono tutti soggetti ad un radicale cambiamento sotto il modello open: dai Massive Open Online Courses (MOOCs) che sfidano i metodi di insegnamento ai repository di articoli in versione “pre-print” che minano il tradizionale sistema di divulgazione e rivisitano il modello di ricerca, la filosofia open tocca tutti gli aspetti dell'istruzione superiore. 
L’openness ha una lunga storia in questo settore: si fonda sull'idea di altruismo e sulla convinzione che la formazione sia un bene pubblico, idea che nel tempo ha subìto molte interpretazioni e adattamenti, partendo da un modello che aveva come obiettivo principale il libero accesso allo studio e arrivando ad un modello che enfatizza invece contenuti e risorse disponibili in modalità open. Il cambiamento è stato in gran parte una conseguenza della rivoluzione digitale: i progressi in altri settori, come la produzione di software open source e l'introduzione di valori associati al libero accesso ad internet, insieme ad approcci open, hanno influenzato (e sono stati a loro volta influenzati da) professionisti nel campo dell'istruzione superiore. Il decennio passato ha visto la crescita di un movimento globale che ha ottenuto fondi importanti da enti come la William and Flora Hewlett Foundation e da vari comitati di ricerca. Attivisti nell'ambito universitario hanno cercato di creare programmi che consentano di rilasciare contenuti – dati, risorse didattiche e pubblicazioni – in modalità open; altri hanno invece adottato pratiche open che sfruttano social media e blog. Ciò è avvenuto sia in contemporanea ad un lavoro sulle licenze open, soprattutto le Creative Commons che consentono un facile riutilizzo e adattamento dei contenuti, sia a livello politico con gruppi di pressione che chiedevano l'adozione a livello nazionale e locale di contenuti open e risorse condivise, sia con il miglioramento di tecnologie e infrastrutture che consentono all'open di essere allo stesso tempo facile e poco costoso.
Ci si potrebbe allora aspettare che sia il momento buono per i sostenitori della openness per cantare vittoria. Dopo aver lottato così a lungo perché il loro messaggio fosse ascoltato, sono ora corteggiati da dirigenti e manager per la loro esperienza e per il loro punto di vista sulle varie strategie open. Si parla di approcci open nei maggiori mass-media, milioni di persone stanno ampliando le loro conoscenze con risorse e corsi aperti. In poche parole sembra che l’openness abbia vinto. Eppure si trova a fatica qualche traccia di celebrazione da parte di questi stessi primi sostenitori, che sono piuttosto sconfortati dalla reinterpretazione del concetto di open come “free” o “online”, che non fa cenno alle libertà di riutilizzo che avevano inizialmente immaginato. Sono preoccupati dalla crescita di interessi commerciali che usano l’openness come uno strumento di marketing e sono in dubbio sui vantaggi di alcuni modelli per i paesi in via di sviluppo o per studenti che hanno bisogno di supporto. In questo momento vittorioso sembra dunque che la narrativa sull'open sia stata usurpata da altri, e che le conseguenze non possano essere molto open. Nel 2012 Gardner Campbell ha tenuto una presentazione alla Open Education Conference (Campbell 2012) in cui ha espresso preoccupazioni e frustrazioni: «Ciò a cui stiamo assistendo – ha dichiarato – sono sviluppi nell'istruzione superiore che sembrano soddisfare tutti i criteri che abbiamo stabilito per il settore: maggiore accessibilità, diminuzione dei costi, tutti elementi che permetteranno l'accesso a più persone su scala planetaria, a un miliardo di studenti alla volta... Non è questo ciò a cui stavamo pensando?» Ma man mano che presentava i successi il suo ritornello era sempre quello di T.S. Eliot: non era per niente ciò che avevo immaginato. Perché dunque questa ambivalenza? Possiamo dire che sono solo mele marce? I sostenitori dell'open stanno recriminando il fatto che altri ora rivendichino l’openness? È solo un esercizio sull'interpretazione semantica che interessa una manciata di accademici o piuttosto è qualcosa di fondamentale, che riguarda la strada dell'openness e il modo in cui si sviluppa? È proprio questa ambivalenza tra la vittoria e allo stesso tempo l'ansia legata all'open che il libro intende esplorare.

lunedì 10 febbraio 2020

Capire le licenze per dati: il mio intervento a Foss4G Torino

La prossima settimana al Politecnico di Torino si terrà l'appuntamento annuale con FOSS4G-it, il convegno nazionale su Software e Dati Geografici Free e Open Source nonché ritrovo periodico per le community italiane impegnate su quei temi; quest'anno organizzato congiuntamente da Politecnico di Torino, Associazione Italiana per l'Informazione Geografica Libera GFOSS.it e Wikimedia Italia.

Quest'anno parteciperò anch'io come relatore e terrò un workshop intitolato "Le licenze per dati: capirle una volta per tutte". L'appuntamento è per mercoledì 19 febbraio dalle 11 alle 13 in Aula 12I. Trovate tutte le informazioni logistiche e organizzative sul sito ufficiale dell'evento.

Riporto di seguito l'abstract del mio intervento.

Le licenze per dati hanno sempre creato non pochi problemi a causa del diverso inquadramento che le varie legislazioni applicano al mondo delle banche dati. Ma nello stesso tempo, complice l'esplosione dei cosiddetti big data e open data, sono diventate un tema sempre più strategico. La scelta della licenza, infatti, da un lato comporta delicate valutazioni tecnico-giuridiche, dall'altro esplica tutta una serie di effetti anche a livello di costruzione e mantenimento delle community dei progetti open data (specie se si ragiona in ottica di compatibilità tra licenze). Conoscerne quindi il background teorico e le dinamiche giuridiche è fondamentale, anche per chi non ha una formazione strettamente giuridica. Questo workshop, con l'approccio divulgativo tipico del docente, accompagna in questo terreno ostico chiunque voglia chiarirsi le idee una volta per tutte.

_______________________[EDIT]_______________________

Riporto di seguito alcune foto dell'intervento.
In altro post pubblicherò le slides e il video integrale.






giovedì 6 febbraio 2020

Il problema "sociale" della moderazione dei contenuti sui social media

Torno su un tema a me caro: quello del controllo dei contenuti sulle piattaforme social. Un vecchio ma ancora attuale articolo di Wired aveva già mostrato il contesto di degrado socio-economico degli operatori preposti a questa attività. Il titolo tradotto in italiano è «I lavoratori che eliminano le foto di cazzi e decapitazioni dal tuo newsfeed di Facebook» (Wired, 23 ottobre 2014: https://www.wired.com/2014/10/content-moderation/).
L'argomento era stato approfondito anche più di recente da alcuni siti web italiani. Segnalo ad esempio: "Numeri e prospettive dei moderatori di contenuti online" (Lettera43,
30 Settembre 2018) e "La moderazione dei contenuti sui social funziona male e andrebbe completamente rivista" (ValigiaBlu, 5 maggio 2019)
Negli scorsi giorni, da un documento svelato da The Verge e dal Financial Times, inviato a gennaio ai moderatori di Youtube e Facebook, emerge che ai lavoratori viene richiesto di firmare una dichiarazione in cui si dicono consapevoli che la loro attività potrebbe causare disturbi post-traumatici da stress; e che è stato attivato un apposito supporto di "caring". L'articolo sul sito CorrereComunicazioni.it: "Rischio burnout per chi lavora nei social, YouTube e Facebook sotto accusa".

lunedì 3 febbraio 2020

La battaglia per l'open: la traduzione italiana del libro di Martin Weller

Da un po' di mesi a questa parte mi sto dedicando (a tempo perso) alla traduzione in italiano di un libro a mio avviso molto interessante sulla cultura open e più nello specifico sul tema dalla open education: The Battle for Open. How openness won and why it doesn't feel like victory, del professor Martin Weller (Ubiquity Press, 2014). Nonostante non sia più un libro recentissimo (sei anni in questi ambiti sono un lasso di tempo abbastanza lungo), ritengo sia comunque utile che anche un pubblico di lingua italiana possa leggere un'opera così determinante.

Inizio a pubblicare qui di seguito la traduzione del testo di quarta di copertina e dell'indice sommario completo. Nelle prossime settimane su questo blog pubblicherò un paragrafo dopo l'altro, a mano a mano che riuscirò a completarne e verificarne la traduzione.
Ringrazio Luna Guaschino per la consulenza tecnica sulla traduzione.

DATI DI EDIZIONE




QUARTA DI COPERTINA


Con il successo delle pubblicazioni ad accesso aperto, dei Massive open online courses (MOOC) e delle pratiche di open education, l'approccio aperto all'istruzione si è spostato dalla periferia alla scena centrale. Questo segna un momento di vittoria per il movimento open education, ma allo stesso tempo fa iniziare la vera battaglia per la direzione che l'openness deve prendere. Come per il movimento green, l'openness ha ora un valore di mercato ed è soggetta a nuove tensioni, come ad esempio i venture capitalist che finanziano le società MOOC. Questo è un momento cruciale per determinare la direzione futura dell'open education.
In questo volume, Martin Weller esamina quattro aree chiave che sono state fondamentali per gli sviluppi nell'ambito dell'open education: accesso aperto, MOOC, risorse educative aperte e ricerca scientifica aperta. Esplorando le tensioni all'interno di queste aree chiave, sostiene che capire chi detterà la futura direzione dell'apertura è significativo per tutti coloro che sono interessati al tema dell'istruzione.

INDICE SOMMARIO


Capitolo 1 - La vittoria dell’open
Introduzione
Istruzione superiore e openness
- Insegnamento
- Ricerca
- Open Policy
Perché l'openness è importante
È davvero una battaglia?
Lezioni da altri
Conclusioni
Il libro

Capitolo 2 - Che tipo di open?
Introduzione
Evitare di dare definizioni
L'istruzione open - un breve accenno storico
Università open
Open Source e free software
Web 2.0
Principi che si fondono
Conclusioni

Capitolo 3 - La pubblicazione in Open Access
Introduzione
Il reporto Finch
La Gold route
Il rapporto con gli editori
Nuovi modelli di pubblicazione
Conclusioni

Capitolo 4 - Le Open Educational Resources
Introduzione
Materiale didattico
Le OER
I libri di testo open
I problemi delle OER
Una storia di successo?
La battaglia per le OER
Conclusioni

Capitolo 5 - I MOOC
Introduzione
Il contesto dei MOOC
I MOOC e la qualità
I MOOC e i costi
I MOOC e il design dei cosi
Design per il mantenimento
Design per la selezione
MOOC come complemento all'istruzione
La commercializzazione dei MOOC
Conclusioni

Capitolo 6 - L'istruzione malata e la narrazione della Silicon Valley
Introduzione
L'istruzione è malata
La narrazione della Silicon Valley
ritorno al futuro, di nuovo
Conclusioni

Capitolo 7 - La Open Scholarship
Introduzione
La pratica in rete
Lo studente open e l'identità
L'arte della Guerrilla Research
Conclusioni

Capitolo 8 - L’openness messa a nudo
Introduzione
La politica dell'openness
Problemi legati all'openness
Conclusioni

Capitolo 9 - Open education e resilienza
Introduzione
Resilienza
La Open University e i MOOC
Resistenza
Precarietà
Panarchia
Cicli di adattamento
Livelli di coinvolgimento delle OER
Conclusioni

Capitolo 10 - Il futuro dell’Open
Introduzione
Open Policy
La lezione del LMS
Le sfide dell'istruzione
Il prezzo dell'openness
L'open virus
Conclusioni
________________________________

EDIT 1: Il tweet con cui ho comunicato all'autore Martin Weller la notizia della traduzione.