venerdì 24 giugno 2022

Social media diventati un mondo distopico di giullari: l'efficace post di Giorgio Marandola

La deriva che hanno preso i socialmedia da quando sono arrivate le storie e soprattutto i reel ci ha condotti in questo mondo distopico in cui tutti siamo portati a fare i GIULLARI, anche chi vuole comunicare su temi fondamentalmente seri e impegnati, anche chi la vena comica non ce l'ha proprio nella sua personalità ma si trova costretto a scimmiottare gli altri secondo la musichetta scema o l'audio demenziale in voga in quel momento. Tutto questo solo per avere un po' di seguito, una fetta sempre più piccola e irrilevante di quella grande torta che è la visibilità su internet, ma soprattutto per ottenere un livello di attenzione sempre più basso da parte di quei follower.

Grazie a Giorgio Marandola per averlo scritto in modo così schietto ed efficace (trovate il suo post originario qui https://www.facebook.com/1403390920/posts/10228981490507655/).



martedì 14 giugno 2022

Consultazione pubblica sul Piano Nazionale di Digitalizzazione del patrimonio culturale: il mio contributo

Condivido pubblicamente il mio contributo alla consultazione pubblica promossa dall’Istituto centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale – Digital Library del Ministero della Cultura, con l’obiettivo di raccogliere commenti e contributi sui documenti relativi al Piano nazionale di digitalizzazione (PND).

Mi soffermerò unicamente sugli aspetti di mia competenza, cioè quelli relativi alla gestione della proprietà intellettuale, del pubblico dominio, delle licenze d’uso e dei relativi metadati.

Questi temi vengono trattati principalmente nel documento “Linee guida per l’acquisizione, la circolazione e il riuso delle riproduzioni dei beni culturali in ambiente digitale” a cui fa riferimento buona parte delle mie osservazioni.

Come giudizio complessivo, il documento è molto dettagliato, ben strutturato e prende in considerazione tutti gli aspetti fondamentali della materia. Le tabelle e gli schemi sono chiari e molto utili per chiarire i concetti chiave. Devo quindi complimentarmi con gli autori del documento per il lavoro svolto.

Ciò nonostante, rimangono alcune questioni problematiche che ritengo importante sollevare e che riporto qui di seguito. Nei prossimi giorni dovrebbero uscire anche alcuni miei articoli sul tema, con ulteriori riflessioni.

Dubbi sulla compatibilità dell’art. 108 CBC con l’art. 14 direttiva 790/2019

Bisogna innanzitutto sollevare una questione preliminare e dirimente, che se non considerata con la giusta attenzione rischia di inficiare tutto il lavoro fatto per la stesura di questi documenti e per la stesura dei venturi documenti (ad esempio quelli in materia di NFT che dovrebbero essere prodotti da un apposito gruppo di lavoro). 

Tale questione preliminare e dirimente riguarda l’incompatibilità tra l’art. 108 Codice Beni Culturali e l’art. 14 della Direttiva 790/2019 (con il relativo Considerando 53). Benché lo scorso novembre il legislatore italiano con il decreto di recepimento della direttiva abbia ribadito che “restano ferme le disposizioni in materia di tutela dei beni culturali” (si veda il nuovo art. 32-quater della L. 633/1941), tale incompatibilità non può essere ignorata.

Il volere del legislatore europeo è chiaro a tutti e non ci sono margini per distorcerlo in via interpretativa. Dunque una norma come l’art. 108 CBC difficilmente può continuare a rimanere in vigore, senza che sia esposta a un rischio di disapplicazione da parte dei giudici nazionali o al rischio di essere portata di fronte alla Corte di Giustizia UE.

Benché l’art. 108 non crei un diritto qualificabile espressamente come diritto d’autore o come diritto connesso, DE FACTO esso crea a favore dei musei e degli altri istituti di conservazione del patrimonio artistico il potere di (non) autorizzare le riproduzioni dei beni culturali e di imporre il versamento di compensi (più propriamente “canoni”) per tali riproduzioni. L’effetto è quello di contraddire implicitamente e quindi vanificare il dettato dell’art. 14 della direttiva.

Che piaccia o non piaccia a chi ha voluto mantenere in vita questo problematico sistema di tutela delle riproduzioni dei beni culturali, non basta giocare con le parole per eludere il volere del legislatore europeo (“non è un compenso per diritto connesso, è solo un canone per la riproduzione”); e non funziona nemmeno l’idea di giocare con la collocazione delle parole, inserendo tale principio nel Codice Beni Culturali e non nella legge sul diritto d’autore.

Se il Governo crede che, per eludere gli obblighi derivanti dalle direttive europee, sia sufficiente fare così, lo dica candidamente; perché allora ci sarebbero tante altre direttive “scomode” che si potrebbero disinnescare giocando semplicemente con le parole e con la collocazione delle parole.

Ora... Capisco che documenti come le linee guida, che hanno una funzione orientativa, non possano fare altro che dare per acquisito e consolidato il quadro normativo di riferimento; ancor più se tali linee guida sono redatte sostanzialmente da funzionari dello stesso ministero che si è fatto responsabile politico delle norme. Ma nello stesso tempo non si può perdere questa preziosa occasione per sollevare il problema.

In conclusione, se rimane molto improbabile che i firmatari delle linee guida assumano una posizione critica nei confronti delle scelte legislative del Ministero della Cultura e dell’Esecutivo di cui tale Ministero fa parte, a noi commentatori esterni e indipendenti spetta l’obbligo morale di dire le cose come stanno.

La bellissima nota n. 31 (pag. 36)

Unica posizione velatamente critica a questo sistema che emerge nel documento pare sia quella nella nota n. 31 a pagina 36, che recita:

“In prospettiva, la perdurante applicazione di diritti di riproduzione sui prodotti editoriali a medio termine potrebbe indurre l’editoria nazionale e internazionale a ricercare immagini di opere d’arte dai siti web di istituti culturali stranieri che già permettono il libero download e riutilizzo delle stesse immagini, con il rischio quindi di una progressiva marginalizzazione del patrimonio culturale del nostro Paese.”

Questa concetto non dovrebbe essere relegato a una semplice nota a pie’ di pagina, ma dovrebbe diventare parte integrante di uno dei paragrafi introduttivi di tutto il documento. E forse andrebbe scolpita su una lapide di marmo e apposta di fronte all’ingresso del Ministero della Cultura. 

Se da un lato l’Italia può vantare un patrimonio artistico-culturale mostruosamente più ampio e prezioso di altre nazioni, dall’altro lato avere un sistema di tutela così conservatore e così in controtendenza rispetto a gli altri paesi UE, rischia solo di trasformarsi in un boomerang.

Beni culturali e licenze CC

Mi soffermo sul paragrafo B1 (pag. 14 del documento PDF) e in particolare sulla seguente parte:

“Non appare dunque più congruente la pratica adottata da molti istituti culturali di rilasciare in rete le riproduzioni dei beni culturali sotto © Copyright (tutti i diritti riservati), dal momento che tale dicitura non solo non è applicativa della disciplina del Codice dei beni culturali, ma non trova presupposti nemmeno nella LdA; per lo stesso motivo, si pongono dei dubbi sulla legittimità del ricorso alle licenze Creative Commons per la circolazione delle riproduzioni di beni culturali in pubblico dominio, giacché tali licenze agiscono esclusivamente nella sfera del diritto d’autore e dei diritti connessi.”

Il testo mi trova assolutamente d’accordo e a mio avviso la sua importanza andrebbe enfatizzata. Già prima delle ultime novità legislative, a mio avviso l’applicazione delle licenze CC a riproduzioni fotografiche di opere in pubblico dominio da parte dei musei poggiava unicamente sul diritto connesso del fotografo (o del committente della fotografia) di cui agli articoli 87 e seguenti della legge 633/1941. Venendo meno quel diritto per espressa disposizione dell’art. 14 della direttiva 790/2019 e del conseguente nuovo art. 32-quater della legge nazionale, viene meno anche il titolo per applicare le licenze CC come anche qualsiasi altro tipo di licenza. 

A ben vedere, anche lo strumento CC0 risulterebbe inappropriato. Quelle immagini sono in pubblico dominio ex lege (o per dirla all’inglese, public domain by law), mentre il CC0 è un waiver di pubblico dominio, cioè un documento con cui il titolare dei diritti rinuncia all’esercizio degli stessi facendo diventare l’opera di pubblico dominio. Risulta quindi più appropriata l’applicazione di un public domain mark (PDM), cioè un’avvertenza con relativo sistema di metadati che ha la mera funzione informativa (informare i fruitori della condizione di pubblico dominio di quell’immagine) e non “costitutiva”. Suggerisco che questo aspetto venga chiarito e sottolineato.

Ovviamente, tutto ciò ha senso sul mero piano del diritto d’autore; mentre non funziona sul piano del Codice Beni Culturali che – ancora una volta – si rivela il vero problema (come d’altronde viene già segnalato nel documento al paragrafo 5.2, pagina 49).

L’etichetta MIC Standard e l’assurda ossessione per l’attribuzione

Nel paragrafo 5.2. (pag. 50) viene illustrato il concept e il funzionamento che stanno dietro l’etichetta MIC Standard. Se da un lato posso comprendere l’esigenza di uno strumento simile sul piano della gestione dei metadati, dall’altro lato, leggendo quel paragrafo, trovo ulteriore conferma dell’insensatezza di tutto il sistema di tutela previsto dall’art. 108 CBC. L’etichetta MIC Standard è pensata come parziale soluzione di un problema, ma in realtà è solo un corollario dello stesso macroproblema e molto probabilmente diventerebbe un’ulteriore complicazione da gestire per coloro che non hanno dimestichezza con questi temi.

Tra l’altro, l’idea di affiancare tra parentesi gli acronimi “BY NC” e quindi di spiegare il senso di questa etichetta utilizzando la tipica terminologia delle licenze CC è semplicemente sconsiderato. Dopo aver detto in vari punti del documento che non esiste più un diritto d’autore o un diritto connesso sulle immagini di opere di pubblico dominio e che quindi le stesse licenze CC perdono senso, come si può utilizzare l’espressione BY NC senza pensare che ciò aggiunga confusione alla confusione? 

Inoltre, né il concetto di BY né il concetto di NC trovano una corretta applicazione in questo caso. Infatti, innanzitutto il concetto di “Non Commercial” come inteso dalle licenze Creative Commons non coincide con quello descritto nell’art. 108 CBC; quindi, appunto, si creerebbe solamente inutile confusione.

Inoltre, non esiste alcun obbligo giuridico a una corretta “attribution”, né fondato sul Codice Beni Culturali, né fondato su altra norma giuridica. Su questo aspetto i musei dovrebbero finalmente farsene una ragione e smettere di ossessionarsi (per altro in modo davvero incomprensibile) con il falso problema della cosiddetta “attribution”. Un museo, per il solo fatto di avere in custodia un dipinto (magari temporaneamente) non può sentire l’esigenza di una attribution al pari di un autore che ha pubblicato un ebook o un video sul web.

Cerchiamo di capire meglio la questione con un esempio concreto. Se una monografia sull’arte del Rinascimento indicasse per errore che il Tondo Doni si trova all’Accademia di Brera invece che agli Uffizi, la direzione degli Uffizi non avrebbe alcun titolo giuridico per fare causa all’autore o all’editore della monografia. Sarebbe solo una questione – per così dire – scientifica, di poca accuratezza nella citazione delle fonti. Di certo gli Uffizi e l’Accademia di Brera potrebbero insistere affinché sia fatto un comunicato di rettifica e magari affinché nelle edizioni successive l’errore sia corretto. Ma non emergerebbe alcuna questione giuridicamente rilevante che possa essere assimilata alla violazione della clausola “attribution” delle Creative Commons o a una sorta di diritto morale dell’autore di un’opera a essere menzionato correttamente.

L’etichetta MIC Standard quindi non dovrebbe in alcun modo diventare un’occasione per perpetuare questo equivoco concettuale (molto diffuso e anche molto infondato) secondo cui i musei avrebbero una sorta di diritto a essere menzionati come fonte, ancor meno ora che non possono nemmeno più vantare il diritto di cui all’art. 87 e seguenti della legge 633/1941.

Utilizzi editoriali e limite delle 2000 copie/70 euro

Infine un breve cenno sul quanto emerge nel paragrafo U2 e in particolare nella parte a pagina 36, in cui si legge:

“La richiesta di autorizzazione all’uso per la pubblicazione in qualunque periodico o prodotto editoriale è così sostituita da una semplice comunicazione da parte dell’utente, come già avviene in ambito archivistico e bibliotecario per le pubblicazioni al di sotto delle 2000 copie e dei 70 euro di prezzo di copertina, contenente i riferimenti della pubblicazione e l’impegno ad inviare una copia del prodotto editoriale all’istituto detentore del bene oggetto della riproduzione. Un procedimento così concepito può prevedere la compilazione di semplici form da rendere disponibili online, mettendo in atto in questo modo una notevole semplificazione procedurale a beneficio sia degli utenti che degli istituti culturali; ciò ovviamente non preclude la possibilità per gli istituti di tutela di intervenire in casi di utilizzi eventualmente giudicati non consoni.”

Benché la soluzione di applicare anche ai musei una prassi già consolidata nel mondo delle biblioteche e degli archivi possa sembrare ottima, temo che in questo caso le linee guida stiano eccedendo rispetto al loro compito di interpretare le norme e orientare le prassi. I vari enti che hanno in custodia i beni hanno una sacrosanta autonomia di adottare delle policy interne più o meno restrittive sulla riproduzione dei beni culturali, perché il testo dell’art. 108 CBC lascia loro un alto livello di discrezionalità. Indubbiamente questa discrezionalità e la conseguente frammentarietà delle prassi/policy è uno dei grandi problemi portati dall’art. 108 CBC e indubbiamente sarebbe opportuno una maggiore uniformità e linearità da parte dei vari enti. Ma siamo sicuri che delle linee guida ministeriali siano lo strumento corretto per risolvere questo problema? Non dovrebbe forse trattarsi di una sorta di protocollo d’intesa tra tutti o almeno i principali musei ed enti culturali (da essi condiviso e sottoscritto pubblicamente)? Lascio il quesito volutamente aperto.

giovedì 9 giugno 2022

Il problema della riproduzione dei beni culturali: le norme di riferimento

Le norme qui riportate sono state copiate pedissequamente da fonti ufficiali in data 9 giugno 2022.

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Codice dei beni culturali e del paesaggio (D. Lgs. 42/2004)

Articolo 108 – Canoni di concessione, corrispettivi di riproduzione, cauzione 

1. I canoni  di  concessione  ed  i  corrispettivi  connessi  alle riproduzioni di beni culturali sono determinati dall'autorità che ha in consegna i beni tenendo anche conto:
a) del carattere delle attività cui si riferiscono le concessioni d'uso;
b) dei mezzi e delle modalità di esecuzione delle riproduzioni;
c) del tipo e del tempo di utilizzazione degli spazi e dei beni;
d) dell'uso e della destinazione delle riproduzioni, nonché dei benefici economici che ne derivano al richiedente. 

2. I canoni e i corrispettivi sono corrisposti, di regola, in via anticipata. 

3. Nessun canone è  dovuto  per  le  riproduzioni  richieste o eseguite da privati per uso personale  o  per  motivi  di  studio, ovvero  da   soggetti   pubblici   o   privati   per   finalità   di valorizzazione, purché attuate senza scopo di lucro.  I richiedenti sono comunque tenuti al rimborso delle spese sostenute dall'amministrazione concedente. 

3-bis. Sono in ogni caso  libere  le  seguenti  attività,  svolte senza scopo di  lucro,  per  finalità  di  studio,  ricerca,  libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione  della conoscenza del patrimonio culturale: 

1) la riproduzione di beni  culturali  diversi dai beni archivistici sottoposti a restrizioni di consultabilità ai  sensi del capo III del presente  titolo,  attuata nel rispetto delle disposizioni che tutelano il diritto di autore e con modalità  che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l'esposizione dello stesso a sorgenti luminose, né,  all'interno  degli  istituti della cultura, l'uso di stativi o treppiedi; 

2) la divulgazione con qualsiasi  mezzo  delle  immagini  di  beni culturali, legittimamente acquisite, in  modo  da  non  poter  essere ulteriormente riprodotte a scopo di lucro. [...] 

4. Nei casi in cui dall'attività in concessione possa derivare un pregiudizio ai beni culturali, l'autorità che ha in consegna i beni determina  l'importo  della  cauzione,  costituita   anche   mediante fideiussione bancaria o  assicurativa.  Per gli stessi motivi, la cauzione è dovuta anche nei casi  di  esenzione  dal  pagamento  dei canoni e corrispettivi. 

5. La cauzione è restituita quando sia stato accertato che i beni in concessione non hanno subito danni e le spese sostenute sono state rimborsate. 

6. Gli importi minimi dei canoni e dei corrispettivi per l'uso e la riproduzione dei beni sono fissati con provvedimento dell'amministrazione concedente. 


Direttiva UE 790/2019 sul diritto d'autore e sui diritti connessi nel mercato unico digitale e che modifica le direttive 96/9/CE e 2001/29/CE

- Articolo 14 – Opere delle arti visive di dominio pubblico

Gli Stati membri provvedono a che, alla scadenza della durata di protezione di un'opera delle arte visive, il materiale derivante da un atto di riproduzione di tale opera non sia soggetto al diritto d'autore o a diritti connessi, a meno che il materiale risultante da tale atto di riproduzione sia originale nel senso che costituisce una creazione intellettuale propria dell'autore. 

- Considerando 53 

La scadenza della durata di protezione di un'opera comporta l'entrata di tale opera nel dominio pubblico e la scadenza dei diritti che il diritto d'autore dell'Unione conferisce a tale opera. Nel settore delle arti visive, la circolazione di riproduzioni fedeli di opere di dominio pubblico favorisce l'accesso alla cultura e la sua promozione e l'accesso al patrimonio culturale). Nell'ambiente digitale, la protezione di tali riproduzioni attraverso il diritto d'autore o diritti connessi è incompatibile con la scadenza della protezione del diritto d'autore delle opere. Inoltre, le differenze tra le legislazioni nazionali in materia di diritto d'autore che disciplinano la protezione di tali riproduzioni causano incertezza giuridica e incidono sulla diffusione transfrontaliera delle opere delle arti visive di dominio pubblico. Alcune riproduzioni di opere delle arti visive di dominio pubblico non dovrebbero pertanto essere protette dal diritto d'autore o da diritti connessi. Tutto ciò non dovrebbe impedire agli istituti di tutela del patrimonio culturale di vendere riproduzioni, come ad esempio le cartoline.


Legge sul diritto d'autore (L. 633/1941) 

- Articolo 32-quater (inserito con il D. Lgs. 8 novembre 2021, n. 177, decreto di recepimento della direttiva 790/2019) 

Alla scadenza della durata di  protezione  di  un'opera  delle arti visive, anche come  individuate  all'articolo  2,  il  materiale derivante da un atto di riproduzione di tale opera non e' soggetto al diritto d'autore o a diritti connessi, salvo che costituisca un'opera originale. Restano ferme le disposizioni in materia  di  riproduzione dei beni culturali di cui al Codice dei Beni Culturali (D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42).”

- Articolo 87

Sono  considerate  fotografie  ai  fini   dell'applicazione   delle disposizioni di questo capo le immagini  di  persone  o  di  aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale, ottenute col processo fotografico o con processo analogo, comprese le riproduzioni di opere dell'arte figurativa e i fotogrammi delle pellicole cinematografiche. 
Non sono comprese le fotografie di  scritti,  documenti,  carte  di affari, oggetti materiali, disegni tecnici e prodotti simili. 


giovedì 2 giugno 2022

Due agghiaccianti verità: il contenuto è morto (soprattutto quello scritto) e i convegni sono ormai solo vetrine (vuote)

Riporto due post di LinkedIn che fotografano in modo impietoso due agghiaccianti verità dei nostri tempi (o almeno agghiaccianti per uno come me; per altri potrebbero essere pure motivo di giubilo).

La prima ben descritta da Riccardo Scandellari (consulente di comunicazione, blogger, autore di libri) è la conclamata morte del contenuto, in particolare quello scritto ma in generale tutto ciò che richieda attenzione, riflessione e approfondimento. Perché nell'era dei social media contano più le connessioni tra le persone e meno ciò che queste persone dicono/scrivono; e in fondo ci sono più contenuti (per lo più superficiali e raffazzonati) che fruitori. Leggete attentamente il post; è molto illuminante.

La seconda sottolineata da Biagio Riccio (avvocato) è la vanità dei convegni, trasformatisi in mere vetrine in cui manca un vero atteggiamento di apprendimento e di approfondimento teorico, in cui l'unico vero obiettivo è l'ottenimento dei crediti. Riccio è a mio avviso forse un po' troppo severo e pessimista; tuttavia stigmatizza a ragione la cosiddetta "convegnomania". Se la prende in particolare con alcuni convegni di avvocati (categoria a cui appartengo anch'io) ma credo che la sua fotografia sia applicabile più o meno a tutte le categorie di professionisti e – e forse ancora di più – di imprenditori.

Riporto gli embedd dei due post qui sotto.


IL POST DI RICCARDO SCANDELLARI (link)


IL POST DI BIAGIO RICCIO (link)