lunedì 6 agosto 2018

La borsa da computer che costa più del computer | Cap. 4, Par. 4 di "Cronache dalla radura"

Riporto il paragrafo 4 del capitolo 4 del libro "Cronache dalla radura. Riflessioni ed esperienze sulla complessità delle relazioni di coppia" (informazioni complete sul libro e link per ordinarlo disponibili su https://aliprandi.org/books/radura/; licenza CC BY-NC).
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Nicola è un mio amico (in realtà ora non lo è più) conosciuto attraverso contatti lavorativi e con cui abbiamo avuto modo di condividere un paio di vacanze. Lavora per una grande società di rating in Svizzera e ogni tanto viene mandato a Milano; è lì infatti che ci siamo conosciuti. È originario di Napoli, “di Napoli Vomero” tiene a sottolineare, perché – sostiene senza nemmeno troppo scherzare – “i veri napoletani sono solo quelli di Vomero e Chiaia”. E spesso si vanta delle sue origini altolocate nei quartieri alti della capitale campana, delle sue vacanze trascorse a Porto Cervo, della sua appartenenza a circoli sportivi di elite, della sua casa vista mare. Io, umile campagnolo originario della provincia lombarda, abbasso la testa e non mi metto a discutere.
È una persona indubbiamente brillante ed elegante, ma è letteralmente ossessionato dalla forma e dallo stile. È la classica persona che giudica gli altri sulla base dell’abbigliamento, osserva in maniera maniacale gli abbinamenti cintura-scarpe, il colore delle cravatte che mettono i suoi interlocutori. Continua a comprare vestiti, orologi, accessori per l’auto, ben oltre quanto sia necessario; “comprare queste cose mi gratifica”, dice, e in effetti pare non avere altre forme di gratificazione (hobby, attività culturali) od obiettivi particolari al di fuori della carriera lavorativa.
Valuta il valore di un cliente sulla base delle poltrone che ha scelto per i suoi uffici e, cosa ben peggiore, valuta il valore delle persone sulla base dello stipendio e della posizione lavorativa; e ha altri atteggiamenti del genere, davvero molto lontani dalla mia forma mentis. Ricordo che qualche volta è stato sgradevole anche con me, facendomi annotazioni sarcastiche e fuori luogo sul colore della camicia o sulla fantasia della sciarpa che avevo indossato durante una delle nostre serate milanesi.
Tuttavia questa sua iper-attenzione per l’abbigliamento non va di pari passo con la cura del suo aspetto fisico. Non ha alcun interesse a tenersi in forma e infatti iniziano a notarsi la pancetta e le spalle ricurve. Ma ovviamente, nessun problema; perché – secondo lui – basta metterci sopra la giacca giusta e nulla si nota.
Va in giro con una valigetta griffata pagata quasi tremila euro, ma dentro ci mette un computer “scassone” da 350 euro. Un giorno, dopo averlo sentito lamentarsi per l’ennesima volta dell’inefficienza del suo laptop, gli faccio notare che forse sarebbe meglio spendere qualche euro in meno per la borsa e qualche euro in più per il computer. La sua risposta è molto rappresentativa della sua mentalità: “sì, però quando sono in giro la gente vede la valigetta, non il computer!”.
Un giorno mi trovo a Roma per un impegno di lavoro e coincidenza vuole che lui in quegli stessi giorni sia a Napoli. Mi propone di allungare il giro e passare a salutarlo per un pranzo a casa dei suoi genitori. Dentro di me dico: “bene, così finalmente vedrò gli ambienti altolocati in cui è cresciuto e di cui mi parla continuamente!”.
Quando arrivo a Napoli, scopro che in realtà la casa non è in zona Vomero ma in un quartiere più periferico, una zona residenziale discreta ma non certo di eccellenza. Il mare si vede, molto in lontananza, solo attraverso gli altri palazzi e dietro un orrendo stabilimento industriale abbandonato. Per salire al quarto piano mi dice che devo inserire 20 centesimi nella gettoniera dell’ascensore. Sì, un ascensore a monete; ammetto che, nonostante io abbia girato tutta l’Italia (davvero tutta) per il mio lavoro, è la prima volta che vedo una cosa del genere. Non ho monete e me la faccio a piedi; nessun problema. Una volta entrato in casa, mi trovo in un normalissimo appartamento di novanta metri quadrati, arredato discretamente e, ovviamente, tenuto a mo’ di museo, tutto in ordine maniacale, con le porte nuove – tiene a precisare – e “appena pittato” (citazione letterale). Mi presenta i suoi: gente per bene, cordiale, ma di estrazione culturale media, che parla un italiano un po’ “faticoso”, con palesi contaminazioni dialettali. Ci sediamo a pranzo, e lui non è particolarmente a suo agio; quasi come se si sentisse giudicato da me e sentisse in qualche modo di doversi confrontare.
È lì che tutto mi diventa chiaro: quel suo darsi un tono da altolocato, quel suo snobismo ostentato sono più che altro l’espressione di un senso di disagio e di un desiderio di rivalsa sociale, e non una reale espressione di “nobiltà”. Come spesso accade, i complessi di superiorità sono in realtà complessi di inferiorità mascherati. Stare in un capoluogo svizzero e ogni tanto a Milano, fare un certo stile di vita, non volersi mischiare con certe persone, è per lui un modo per mostrare un se stesso costruito e non del tutto autentico; quasi a voler disconoscere le sue origini.
Ora vi starete chiedendo: perché vi sto raccontando questa storia in un libro sulle relazioni di coppia?
Perché come potrete immaginare quel tizio ha un sacco di problemi relazionali, non solo con i colleghi, ma anche e soprattutto con le donne; comprese le donne che io in buona fede gli ho presentato e che ritengo delle persone interessanti e meritevoli di attenzioni. Nessuna sembra essere alla sua altezza; ha sempre da lamentarsi, fissandosi su aspetti principalmente estetici o comunque legati a stili di vita secondo lui non abbastanza “raffinati”. Per usare una sua frase, non sono tipe da locale “roof top” ma più da birreria.
Questa storia ci insegna che le persone che hanno certi atteggiamenti e che mostrano questo set di valori non possono fare altro che perdersi le caratteristiche davvero rilevanti delle persone e gli aspetti che fondano una relazione autentica e appagante.
Dopo l’ennesima persona venuta a dirmi “ma chi diavolo mi hai presentato?!”, dopo l’ennesima situazione poco gradevole da lui generata (anche nei miei confronti), ho deciso di porre fine alla nostra amicizia, promettendomi di non frequentare più persone del genere. In fondo, bene diceva Madre Teresa: «Quello che fa di te una persona elegante non è il vestito, ma il modo in cui tratti gli altri».

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