lunedì 6 aprile 2020

Coronavirus: il futuro che immagino

Arriverà un momento in cui il rischio e il disagio generati dallo stare in casa e fermare tutto (l'economia, il lavoro, le relazioni umane) saranno maggiori del rischio e del disagio generato dall'epidemia in sé. Quando arriverà quel momento ci si attrezzerà e ci si disporrà psicologicamente per accettare il rischio e il disagio minori. Si tornerà a vivere più o meno come prima, pur mettendo in atto alcune cautele e sapendo che qualcuno potrà ancora ammalarsi; e chi si ammalerà sarà curato con tutti i mezzi a disposizione, che comunque con il tempo aumenteranno e miglioreranno (già in un mese sono aumentati).
Si confida comunque che l'immunità di gregge per questo virus esista (magari parziale) e in quest'ottica, cinicamente, il fatto che l'epidemia sia in quasi tutti i paesi sfuggita di mano e arginata troppo tardi sarà un vantaggio. Si confida anche che l'arrivo del caldo abbassi sensibilmente la diffusione del virus (come fu per la SARS e come pare stia già accadendo nei paesi con clima più caldo); e sappiamo che in Italia il caldo arriva presto e ci rimane per un bel po'.
Si spera poi che questo virus, come tutti i virus, si depotenzi da solo in virtù di un adattamento darwiniano all'ambiente e pian piano diventi una di quelle malattie brutte e fastidiose che però non fanno morire la gente; o quanto meno che non la fanno morire più di quanto facciano molte altre malattie che sono tra noi (vedi appunto l'influenza stagionale).
Detto questo, trovo davvero assurde le profezie apocalittiche secondo cui non si tornerà mai più alla vita di prima e secondo cui il pianeta sarà soggetto a continue quarantene fino alla scoperta del vaccino.
Il vaccino poi arriverà; ma paradossalmente potrebbe anche arrivare quando non sarà più così determinante e magari diventerà una precauzione consigliata solo ad alcune fasce della popolazione.
Questo è il futuro che immagino. Vedremo. Ma intanto non lasciamoci prendere dallo sconforto e non lasciamo fermare le nostre vite.

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