domenica 29 novembre 2015

Licenze e copyright nel mondo della scuola: corso a Voghera

Questo martedì (1° dicembre) dalle ore 15 alle ore 18, presso il Liceo Galilei di Voghera (via Foscolo 15), terrò un corso sulla corretta gestione dei diritti d'autore in ambito didattico, intitolato "Licenze e copyright nel mondo della scuola". L'evento è ad accesso libero previa registrazione.

Per informazioni più dettagliate e iscrizioni vi invito a visitare il sito del progetto: http://lnx.liceogalilei.org/corsi2015/.


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Le slides utilizzate per il corso



Qualche foto del corso
(dal profilo twitter dell'organizzatrice Federica Scarrione)





domenica 22 novembre 2015

Flowchart della richiesta di consulenza gratuita

Nel solco del mio post del gennaio 2014 in cui proponevo un modulo standard per la consulenza gratuita (che per la cronaca è stato il mio blog post più letto di sempre, a conferma del fatto che si tratta di un tema "caldo" per molti), ho realizzato questo flowchart sarcastico che illustra il processo mentale che sta dietro la richiesta di consulenza gratuita, fenomeno sempre più presente nel fantastico mondo di Internet.
Utilizzatelo per far riflettere tutti quelli che non hanno ben chiara la questione (che come sapete sono molti).



giovedì 19 novembre 2015

A chi serve la SIAE? Dibattito pubblico presso ARCI Brescia

Martedì 24 novembre (ore 18) sarò ospite di un interessante dibattito pubblico organizzato da ARCI Brescia e mirato a fornire qualche risposta sulle più note questioni aperte legate alla SIAE e in generale alla gestione collettiva dei diritti d'autore.
Ecco tutte le informazioni sull'evento.



A CHI SERVE LA SIAE?
Tutti sono coinvolti nella tutela del Diritto d'Autore. Facciamoci delle domande

Martedì 24 Novembre 2015, ore 18
presso l'Emeroteca Queriniana (Piazza Martiri di Belfiore, 6 - Brescia)

Ingresso gratuito previa registrazione (riserva il tuo posto scrivendo a brescia@arci.it). Buffet a conclusione.

Quali i risultati e le proposte congiunte con SIAE sottoscritte nel Patto per la musica stilato a Milano il 23-34 Ottobre scorso in occasione del Convegno Nazionale MusicaViva?
Quali le innovazioni necessarie della SIAE verso i propri iscritti e utenti/operatori?
Quali le buone prassi e gli esempi positivi di partnership tra Enti e SIAE sulla scia di ExpoInCittà a Milano e la Convenzione con ANCI?
Quali i vantaggi e svantaggi del sistema italiano di tutela dei diritti d'autore?
Quali i vantaggi e gli svantaggi dell'iscrizione alla SIAE?

Ne discuteremo con:

  • Avv. Simone Aliprandi > Autore del Libro SIAE: Funzionamento e Malfunzionamenti e fondatore di Progetto Copyleft-Italia.it
  • Dott. Alessandro Bracci > Direttore Segreteria Societaria SIAE
  • Dott. Gennaro Milzi > Direttore dei Servizi in Convenzione SIAE
  • Andrea Minetto / Silvia Tarassi > Comune di Milano - Cultura
  • Franco Pagnoni > fasolmusic.coop - società cooperativa
  • JeanLuc Stote > Festa della Musica Brescia

Moderatore: Francesco Temporin > Presidenza Arci Lombardia / VicePresidente Arci Brescia

Organizzazione: Arci Brescia / Scuola-Bottega per la Musica / Arci Lombardia;
in colaborazione con: fasolmusic.coop - società cooperativa / Festa della Musica Brescia.

informazioni telefoniche: 030.2410604
evento Facebook: www.facebook.com/events/912192502190352/

lunedì 16 novembre 2015

Le licenze open content: capirle e usarle correttamente

Nei giorni scorsi è uscito un mio nuovo articolo sulle licenze open content, richiestomi dalla rivista online/newsletter Folio.net edita da Pearson e curata dal Professor Luca Serianni.
Ecco il testo integrale (la fonte originaria è all'indirizzo www.pearson.it/licenze-open-content).

INDICE SOMMARIO
1. Radici storiche del fenomeno
2. Il concetto di licenza e il meccanismo di licensing
3. Introduzione alle licenze Creative Commons
4. Come applicare una licenza Creative Commons alla propria opera
5. Come trovare opere sotto licenza Creative Commons



Come abbiamo anticipato in un precedente articolo (si veda Il copyright nel mondo digitale: un problema di tutti e meno semplice di quanto sembri, Folio.net anno 2 n. 9), oltre ai casi di libera utilizzazione previsti dalla legge sul diritto d'autore (e già dettagliati nell'articolo), può succedere che sia lo stesso titolare dei diritti a preferire che la sua opera circoli libera da alcuni dei principali vincoli del copyright.
In tal caso egli può ricorrere all'applicazione di apposite licenze d'uso ispirate al modello che comunemente viene chiamato open content o copyleft, di cui le licenze Creative Commons rappresentano forse l'estrinsecazione più nota. 

1. Radici storiche del fenomeno

L'idea di utilizzare lo strumento della licenza d'uso per “liberare” un'opera creativa dalle maglie del copyright nasce negli anni ottanta in ambito informatico e più precisamente in seno al Progetto GNU, inaugurato da Richard Stallman (ricercatore presso il MIT di Boston). In quegli anni il governo americano aveva approvato la legge che sottoponeva anche il software alla tutela del copyright, aprendo la strada all'industria del software proprietario e a codice sorgente chiuso. Il gruppo di hacker guidato da Stallman voleva invece trovare il modo di contrastare questa deriva, facendo sì che comunque vi fosse del software liberamente distribuibile, modificabile e corredato del codice sorgente (da cui “open source”). Da lì l'idea di redigere il testo della GNU General Public License (anche nota con l'acronimo GPL), capostipite delle licenze open, nonché tutt'oggi la licenza di software libero più utilizzata.
Negli anni novanta, con l'avvento di Internet e di tutto il fenomeno di creatività digitale e indipendente a esso connesso, si avvertì l'esigenza di sperimentare lo stesso modello anche al di là della creatività strettamente informatica. Iniziarono, quindi, a comparire le prime bozze di licenze per opere musicali, testuali, grafiche e fotografiche; lo stesso Progetto GNU predispose la Free Documentation License (FDL) pensata per rilasciare liberamente la documentazione informatica e successivamente utilizzata come prima licenza dell'enciclopedia libera Wikipedia.
Fu però solo con il nuovo millennio e con l'esplosione di Internet come fenomeno di massa che qualcuno pensò di redigere un set di licenze che potessero funzionare per tutti i tipi di opere creative (a esclusione del software) e che risultassero particolarmente intuitive e di facile utilizzo anche per i non esperti. Nacque così nel 2002 la prima versione delle licenze Creative Commons, oggi arrivate alla quarta versione e diventate in assoluto le licenze open content più utilizzate dal popolo dei creativi digitali.
Nonostante le licenze per contenuti liberi siano numerose, le licenze Creative Commons si stanno imponendo come il modello più conosciuto e diffuso, tant'è che molti progetti dediti alla promozione della cultura aperta sfruttano proprio queste licenze.

2. Il concetto di licenza e il meccanismo di licensing

Per comprendere appieno il funzionamento delle licenze Creative Commons bisogna fare qualche considerazione generale sul concetto di licenza d'uso per opere creative e poi più specificamente su quello di licenza open content.
Genericamente, in ambito giuridico, con il termine licenza si indica un atto autorizzativo, la concessione di un permesso; ricordiamo infatti l'etimologia latina di licenza, da licēre che appunto significa “permettere”, “autorizzare”.
Nel diritto della proprietà intellettuale, una licenza è quindi l'atto con cui il titolare dei diritti esclusivi su un'opera (licenziante) concede il permesso di utilizzare l'opera stessa a un altro soggetto (licenziatario), stabilendo contestualmente una serie di limiti e condizioni. Il mancato rispetto di questi termini d'uso comporta la violazione del rapporto giuridico e quindi l'automatico venir meno dell'autorizzazione stessa. Nel modello open licensing, solo il licenziante è un soggetto definito, mentre il licenziatario è indefinito: cerchiamo ora di capire meglio in che senso. Il licenziante è normalmente colui che detiene i diritti sull'opera e solitamente è l'autore stesso oppure altro titolare dei diritti (come una casa editrice, un'etichetta discografica...). Egli, quando diffonde la sua opera, vi allega il testo della licenza d'uso e segnala in modo chiaro che chiunque volesse utilizzare l'opera dovrà semplicemente attenersi a quanto indicato nella licenza (oltre ovviamente a rispettare quanto più generalmente previsto dai principi del diritto d'autore). Questo “chiunque”, facendosi implicitamente parte del rapporto contrattuale, diventa così il licenziatario; si spiega ora perché poco sopra abbiamo parlato di un licenziatario indefinito.
In estrema sintesi possiamo quindi dire che la licenza rappresenta un permesso condizionato e concesso a priori per l'utilizzo dell'opera.

3. Introduzione alle licenze Creative Commons

Come anticipato, le licenze Creative Commons sono licenze pensate per poter funzionare con tutti i tipi di opere creative e in modo da poter essere tradotte e adattate ai vari ordinamenti giuridici; inoltre la loro struttura si articola in clausole modulari che permettono all'autore di decidere quali usi consentire per la sua opera, a quali condizioni e in quali contesti: in poche parole, consentono all'autore di graduare la libertà di utilizzo dell'opera, chiarendone le condizioni.
Attualmente le licenze Creative Commons sono sei e prendono il nome dalle clausole in esse contenute. In un ordine dalla più permissiva alla più restrittiva esse sono:
  • Attribuzione;
  • Attribuzione - Condividi allo stesso modo;
  • Attribuzione - Non opere derivate;
  • Attribuzione - Non commerciale;
  • Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo;
  • Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate.
Le licenze Creative Commons (come per altro gran parte delle licenze sul modello open) si strutturano idealmente in due parti: una prima parte in cui si indicano quali sono le libertà che l’autore vuole concedere sulla sua opera; e una seconda parte che chiarisce le condizioni che l'autore impone per utilizzare l’opera.

Riguardo alla prima parte (libertà), tutte le licenze consentono la copia e distribuzione dell’opera, precisando:
Tu sei libero di condividere, riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare questo materiale con qualsiasi mezzo e formato.
Solo alcune invece consentono anche di fare modifiche e rielaborazioni dell'opera (cioè di realizzare “opere derivate”), precisando:
Tu sei libero di modificare, remixare, trasformare il materiale e basarti su di esso per le tue opere.
Riguardo alla seconda parte (le condizioni imposte), bisogna notare che le licenze Creative Commons si articolano in quattro clausole base, che l’autore può scegliere e combinare a seconda delle sue esigenze. Vediamole nel dettaglio.



Questa clausola è presente di default in tutte le licenze. Essa indica che, ogni volta che utilizziamo l’opera, dobbiamo segnalare in modo chiaro chi è l’autore così da evitarne usi distorti.



Significa che, se distribuiamo copie dell’opera, non possiamo farlo in una maniera tale che sia prevalentemente intesa o diretta al perseguimento di un vantaggio commerciale o di un compenso monetario privato. Per farne tali usi, è necessario chiedere uno specifico permesso all’autore.



Quindi se vogliamo diffondere fare modifiche o rielaborazioni dell’opera, dobbiamo chiedere uno specifico permesso all’autore originario.



Questa clausola (un po’ come succede nell’ambito del software libero) garantisce che le libertà concesse dall’autore sull'opera originaria si mantengano anche sulle opere derivate da essa (e su quelle derivate dalle derivate, con un effetto a cascata).

Altra peculiarità di queste licenze è quella di essere espresse in tre diverse forme. La licenza vera e propria è detta Legal Code: è un testo abbastanza lungo, denso di concetti giuridici e tendenzialmente comprensibile da coloro che hanno una formazione di tipo giuridico. È questa la licenza che verrà esaminata dal giudice qualora emergesse una controversia legale sull’uso dell’opera licenziata. Tuttavia, Creative Commons ha pensato anche di riassumere i concetti essenziali delle licenze in versioni sintetiche (i cosiddetti Commons Deed) facili da capire anche per i semplici utenti e contraddistinte da efficaci icone che richiamano graficamente il senso delle clausole presenti. Inoltre, ogni licenza è contraddistinta da alcune righe di linguaggio informatico (il cosiddetto Digital Code) che fungono da metadati, ovvero da informazioni digitali da incorporare nei file delle opere, grazie alle quali i motori di ricerca sono in grado di individuare e riconoscere correttamente le opere che li contengono.
Oltre alle succitate sei licenze, Creative Commons mette a disposizione un apposito tool utilizzabile per rilasciare opere creative in un regime di pubblico dominio artificiale. Sappiamo infatti che normalmente un'opera dell'ingegno diventa di pubblico dominio quando sono scaduti i 70 anni dalla morte dell'autore o quando la legge prevede che il diritto d'autore non sia applicabile. Con lo strumento chiamato CC0 (CC Zero) l'autore di un'opera può decidere di rilasciarla fin da subito in una condizione di pubblico dominio; ciò avviene allegando all'opera il testo o il link (al pari di quanto avviene per le licenze) di un atto di rinuncia (waiver) con cui il detentore dei diritti d'autore si impegna pubblicamente e irrevocabilmente a non esercitarli.

4. Come applicare una licenza Creative Commons alla propria opera

Abbiamo già spiegato che il principio di fondo è semplicemente quello di “allegare” la licenza all'opera, in modo che l'utilizzatore possa essere messo in condizione di conoscere le libertà concesse dal licenziante nonché le relative condizioni.
La prassi più diffusa e consigliabile è quella di aggiungere un chiaro disclaimer con il nome esteso della licenza e l'indirizzo web in cui è disponibile il testo integrale della licenza. Nel caso di opere in formato digitale e diffuse tramite internet il tutto risulta particolarmente facile, dato che è sufficiente aggiungere una nota nella pagina web in cui “risiede” il file dell'opera creativa. Il sito ufficiale di Creative Commons offre un utile widget che, attraverso una serie di domande, guida l'utente nella scelta della licenza più opportuna e genera automaticamente il codice html con il disclaimer e il link alla licenza. Non solo; il codice fornito da Creative Commons ha anche la funzione di metatag, cioè inserisce nel codice sorgente della pagina web delle informazioni aggiuntive sul tipo di licenza scelta ma anche sull'autore e sul tipo di opera; queste informazioni, rispettando gli standard del cosiddetto “web semantico”, permettono ai motori di ricerca di reperire più facilmente ed efficacemente le opere.
Se invece l'opera viene distribuita su supporto fisico, il disclaimer può essere apposto dove normalmente si trovano i dati di edizione e produzione dell'opera; per esempio nel colophon di un libro, nel booklet di un CD musicale, nella cover di un DVD video.

5. Come trovare opere sotto licenza Creative Commons

Ora che abbiamo spiegato il sistema di metatag utilizzato da Creative Commons è più facile comprendere che non esiste un vero e proprio database di opere sotto licenza CC e che al contrario esse si trovano sparse nell'oceano di Internet. Semplicemente, se il licenziante ha proceduto correttamente, un qualsiasi motore di ricerca impostato per essere sensibile ai metatag potrà trovare l'opera che stiamo cercando secondo le caratteristiche (anche di licenza) che desideriamo. Per esempio, lo stesso Google in modalità “Ricerca Avanzata” offre un'opzione di ricerca basata sui diritti di utilizzo. In alternative è possibile utilizzare i motori predisposti specificamente da Creative Commons oppure quello realizzato da Creative Commons Corea.
Ci sono poi siti web che offrono servizi di hosting, pubblicazione e catalogazione di opere sotto licenze CC, quindi un'ulteriore alternativa è quella di cercare all'interno dei loro database. Gli esempi più noti sono Jamendo per le opere musicali, Flickr per le opere fotografiche, WikiBooks per libri e manuali, Wikimedia Commons più genericamente per immagini, filmati e testi.

Per approfondire

Per un più ampio inquadramento teorico del fenomeno si consiglia la lettura del libro Cultura libera. Un equilibrio fra anarchia e controllo, contro l'estremismo della proprietà intellettuale, disponibile liberamente online.
Per un quadro più completo sull'utilizzo delle licenze Creative Commons si consiglia la lettura del libro Creative Commons: manuale operativo, disponibile liberamente online.

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Questo articolo è rilasciato nei termini della licenza Creative Commons Attribution – Share Alike 4.0

venerdì 13 novembre 2015

Le licenze di software libero (open source)

Ripubblico un ottimo articolo di Carlo Piana (amico e collega di Array.eu) pubblicato oggi su Techeconomy.it e rilasciato con licenza CC by-nc-sa 2.5 Italia. Tutto quello che dovreste sapere sulle licenze open source è scritto in questi pochi paragrafi. Leggeteli.

A volte alla domanda “sotto quale licenza è questo programma?” si sente rispondere “come, che licenza: open source”. Il che è come rispondere “nome maschile” alla domanda “come ti chiami?”. Come direbbero i francesi “vive la  petite différence!“
Una licenza è ‒ al fondo delle cose ‒ un testo legale. È anche una dichiarazione programmatica, un manifesto, ma siccome il software libero è un fenomeno giuridico, l’aspetto contrattuale o para-contrattuale è ciò che caratterizza, da molti punti di vista, la licenza. Ovvero, risponde alla domanda “che cosa ci posso fare con il software che sto analizzando?”.

Software libero, software non libero; software open source, software non open source

Torniamo alla prima risposta. “È software open source”.
Uso il titolo di una presentazione che diedi qualche anno fa a Firenze, parafrasando un più noto pamphlet di Paolo Rossi (il comico), “Si fa presto a dire open source” (da “Si fa presto a dire pirla”). Per dire che una cosa è open source, occorrerebbe prima sapere cosa distingue l’open source dal non open source, e il software libero dal non software libero. Cosa distingue il software libero dal software open source, l’abbiamo già detto nelle scorse puntate, è l’approccio filosofico: in termini giuridici, nulla. Le due nomenclature sono operativamente intercambiabili, per cui non ci accapigliamo, ognuno usi quella che preferisce, io preferisco dire “software libero”.

Però i due mondi fanno effettivamente riferimento a due differenti definizioni. La definizione di software libero è semplice: è software libero il software la cui licenza soddisfa tutte e quattro le libertà del software, di cui abbiamo già detto la puntata scorsa, quando ci siamo occupati della storia. Se ne manca anche solo una, non è software libero.


La Open Source Definition

La definizione di cosa sia software open source è un po’ più complessa. Il termine stesso “open source” nasce successivamente al concetto di software libero. Abbiamo già detto che il primo globale e cosciente sforzo di creare software libero come tale appartiene a Stallman e alla Free  Software Foundation, e consisteva nel sistema operativo GNU. Con l’avvento di Linux, GNU divenne un sistema operativo pienamente funzionante. Una delle prime e più “pure” distribuzioni di GNU/Linux fu Debian.
Cos’è una distribuzione? Una distribuzione è un assemblaggio di software proveniente da fonti diverse, da parte di un operatore che sceglie cosa inserire e come configurare tale software (normalmente, una versione di Linux, una certa quantità di software del progetto GNU, un sistema di gestione dei pacchetti per l’aggiornamento e l’installazione di componenti aggiuntive, applicazioni e così via), compila il software a partire dalle sorgenti e lo distribuisce come un prodotto a se stante. Di qui il termine “distribuzione”. Tutto è GNU/Linux, ogni distribuzione è diversa dalle altre, ma anche simile alle altre.
Debian, appunto, è una distribuzione, che si caratterizza per due aspetti: un proprio sistema di gestione dei pacchetti (tutti con il suffisso .deb) e un relativo programma di gestione (apt), e una scelta piuttosto radicale su quali condizioni debbano rispettare le componenti per essere incluse. Si potrebbe dire “devono essere software libero”, ma il progetto Debian preferì articolare meglio tale requisito e “spacchettare” le libertà in caratteristiche più puntuali, che inserì nelle “Debian Free Software Guidelines“.
 In uno sforzo di “vendere” meglio il concetto di software libero, e anche per risolvere una ambiguità del termine “software libero” (che in inglese si dice “Free Software”, dove “free” può anche dire “gratis”) alcuni attivisti e programmatori spinsero per usare un termine d’uso comune che non soffrisse dell’ambiguità “Free Software” = “software gratuito”, ovvero “open source” (“sorgente aperto”). E venne a tal fine fondata la “Open Source Initiative” (OSI) che si diede il compito di “certificare” cosa fosse open source e cosa no. Come riferimento normativo vennero usate le Debian Free Software Guidelines, alle quali vennero rimossi i riferimenti specifici alla distribuzione Debian, che divennero la Open Source Definition.

Proliferazione

OSI ha nel frattempo approvato un centinaio di licenze diverse. Che non esauriscono affatto l’orizzonte delle licenze possibili. È un numero enorme, ed averne così tante è un problema. Se avessimo poche licenze, con clausole in gran parte identiche e qualche clausola difforme, costruire una interpretazione solida e affidabile, che ricostruisca con una certa qual certezza le conseguenze giuridiche di ciascuna licenza e le condizioni alle quali tali licenze possano essere usate assieme, avremmo un mondo più semplice.
Invece abbiamo licenze che in larga parte sono simili tra loro (appartengono solitamente a una delle grandi famiglie, di cui diremo), ma con differenze che possono a volte determinare ambiguità, passare inosservate e ‒ quel che è peggio ‒ causare incompatibilità reciproche, soprattutto quando si passa al copyleft. Seguendo le discussioni sulle nuove proposte di licenze all’OSI ci si rende conto che in larga parte l’esigenza che tali licenze soddisfano sono o l’ego di chi le propone, per avere il proprio nome legato a una licenza (che poi non userà quasi nessuno) oppure… l’ego di chi le propone, che pensa che le centinaia di menti che collettivamente hanno sviluppato quelle esistenti e adottate dalla maggior parte del software siano degli incompetenti. Solo in alcuni casi, alcune licenze servono a soddisfare esigenze specifiche e sono in parte giustificabili, nella maggior parte dei casi la mia opinione è “meno è meglio”. Nel dubbio se usare una licenza e scriverne una, contare fino a diecimila e poi comunque abbandonare l’idea. Parlo come autore di una licenza sottoposta e mai approvata (a ragione) da OSI (la licenza MXM, sviluppata con Leonardo Chiariglione per MPEG).

Le famiglie delle licenze: divisione tra vari livelli di copyleft

Dicevo, esistono grandi famiglie di licenze, che coprono da sole la gran parte del software. Il resto è “coda lunga” (long tail), traducibile anche con “rumore di fondo”: poco rilevante, ma sempre rumore.
Uno degli aspetti più importanti delle licenze, il primo che ricerco in una nuova licenza, è: “quanto copyleft?”. Solitamente si definiscono tre livelli di copyleft, nel software: copyleft forte, copyleft debole, nessun copyleft. Nessuno è in grado di definire con precisione dove inizia uno e finisce l’altro, teniamo queste distinzioni come categorie di massima.

Licenze non copyleft

“Nessun copyleft” è abbastanza facile da capire: il codice sviluppato può essere preso, modificato, rilicenziato, senza che il codice così risultante debba soggiacere alla stessa licenza. Le licenze che seguono questo paradigma vengono dette anche “ultraliberali”, nel senso che consentono di fare quel che si vuole (una si chiama appunto “WTF ‒ What The Fuck [you want] ‒ license”: non traduco per decenza). In ciò rientra anche rendere il software interamente proprietario, secondo la parabola dei primi UNIX, di cui abbiamo parlato la puntata scorsa e su cui non torneremo.
In tali licenze, che per la tradizione storica vengono anche dette “accademiche” abbiamo licenze legate appunto all’ambito universitario: la BSD (dove “B” sta per “Berkley”), e, meno diffusa, la MIT. La BSD in realtà esiste in tre sfumature, a seconda di quante clausole  è composta (la più utilizzata è senz’altro la three-clauses). La MIT, invece, esiste in una serie quasi infinita di varianti. Sono licenze molto semplici, in cui le principali condizioni sono quelle di riconoscere l’assenza di responsabilità dello sviluppatore e quella di indicarne il nome dell’autore quando si distribuisce il codice sorgente. Queste licenze sono molto popolari tra alcuni sviluppatori perché sono molto semplici e non vi abbonda il “legalese”.
Alle accademiche si accompagna un’altra licenza molto utilizzata, la Apache Public License, licenza usata dalla Apache Software Foundation, che si occupa del più famoso e utilizzato server web. La Apache, al contrario delle accademiche, è una licenza lunga, che comprende anche una clausola di risoluzione nel caso di uso aggressivo dei brevetti da parte di un licenziatario.

Licenze di copyleft forte

All’altro estremo abbiamo il copyleft forte. Tendenzialmente una licenza di copyleft forte tende a estendere il suo effetto vincolante il più possibile a qualunque “opera derivata” di software copyleft. L’estensione di tale effetto è una delle materie su cui sorgono più spesso le discussioni più accese tra coloro che si occupano della nostra materia. Il copyleft forte richiede anche una struttura normativa più complessa e stringente, perché essendo “restrittivo” (nel senso, tende a imporre condizioni più stringenti ed effettive al fine di mantenere le libertà del software), richiede che tutti i “buchi” siano tappati, tutte le scappatoie siano evitate, in modo che il copyleft forte, e il tentativo di tenere il software un “commons” resista a chi cerca di evitarlo. Creare una licenza di copyelft forte è molto difficile, crearne una fatta bene è cosa a portata di ben pochi.
Siccome le licenze di copyleft forte hanno condizioni più stringenti e peculiari, è molto facile che licenze di copyleft forte siano incompatibili con qualsiasi altra licenza di copyleft forte, dimodoché combinare software sotto due licenze di copyleft forte è in pratica impossibile. Anche combinare copyleft forte con copyleft debole, e a volte anche con non copyleft, si rivela sovente impossibile. Se non si possono rispettare le condizioni di licenza ‒tutte le condizioni ‒ non si può usare il software, non si possono trarre opere derivate.
La licenza di copyleft forte per antonomasia è la GNU General Public License, o GPL della FSF. Giunta alla terza versione, nella versione 2 è storicamente di gran lunga la più utilizzata licenza di copyleft forte, e la più utilizzata licenza in assoluto. Discutere di cosa c’è nella GPL richiederebbe un volume, non un articolo, figuriamoci pochi paragrafi. La versione 3 è incompatibile con la versione 2, a meno che lo sviluppatore non abbia utilizzato la clausola di “aggiornamento” (“o qualsiasi successiva versione”) che consente a chiunque di trasformare una versione di licenza più vecchia con una nuova.
Esistono altre licenze di copyleft forte, come ad esempio la EUPL, nata in ambito delle istituzioni dell’Unione Europea. Creare una nuova licenza di copyleft forte, lo si capirà da quanto detto, non è una buona idea, la EUPL non lo è stata. Fortunatamente la EUPL contiene una clausola di compatibilità che consente di utilizzare, per le opere derivate, una lista di altre licenze, tra le quali la GNU GPL, per cui le conseguenze dannose sono in via pratica evitate.

Licenze di copyleft debole

Il copyleft debole è più recessivo rispetto al copyleft forte. Come idea, il copyleft debole opera a livello di file. Per cui se uno sviluppatore appone le proprie modifiche a quel file, quel file rimane sotto la stessa licenza. Mentre se codice sorgente di quel file viene compilato (“linkato”) con altro codice sorgente, per creare un file oggetto che li comprenda (un’opera più ampia), il file oggetto risultante ‒ pur incorporando codice copyleft ‒ non necessita di essere rilasciato sotto le stesse condizioni, dunque non c’è interferenza in caso i due file sorgente siano sotto licenze incompatibili, e il prodotto risultante può anche essere sotto licenze proprietarie. Spesso infatti le licenze di copyleft debole sono usate per file destinato ad essere incorporato in altro software, tipicamente librerie (vedi sotto per la LGPL). Questo è detto in modo molto brutale, ma serve a dare l’idea.
Per il copyleft debole esistono due licenze paradigmatiche. La GNU Lesser General Public License (un tempo “Library General Public License”, in quanto nata per le librerie GlibC, le librerie del compilatore C del progetto GNU) o LGPL; e la Mozilla Public License o MPL, la licenza di Firefox, per intenderci, uno dei più diffusi browser web.  Entrambe sono compatibili con la GPL: anche la MPL, nella versione 2, in quanto contiene ha una espressa clausola di compatibilità con la GPL.
La caratteristica di essere compatibili con la GPL, vuoi per le condizioni, vuoi per un’espressa condizione di compatibilità, è una caratteristica molto importante delle licenze, alla pari, quasi, con il fatto di essere copyleft di un certo tipo. La FSF pubblica una lista di tali licenze, secondo la propria interpretazione, ovviamente.

Concludendo

Solo riassumendo le licenze di cui abbiamo fatto menzione, abbiamo:

  • 3 tipi di BSD
  • la MIT (multiforme)
  • Due versioni di Apache
  • Due versioni di LGPL
  • Due versioni di Mozilla
  • Due versioni di GPL
  • Due versioni di EUPL

Dunque 14 licenze. In più, ci sono in circolazione diverse versioni della GPL con “eccezioni”, studiate apposta per rendere compatibile il software con altro software sotto licenza diversa. Ce n’è veramente a sufficienza per non andare a cercare altre licenze e per dare materiale di studio ai legali. E questo senza contare la possibilità che il software sia sotto pubblico dominio.
E non abbiamo nemmeno accennato alla Affero GPL: una gemmazione della GPL nata per il Software as a Service, ora diventata una terza famiglia delle *GPL (AGPL, GPL, LGPL) e compatibile con la GPL solo grazie a una clausola di compatibilità espressa.
Pensavate fosse facile? Nulla in questo campo è facile. Ma è tutto affascinante. Ora, almeno, avete una mappa ragionevolmente completa delle licenze di software. Nella prossima puntata ci occuperemo di alcuni aspetti delle licenze di software copyleft, del dual licensing e di alcuni aspetti peculiari dello sviluppo di software sotto tali licenze.

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L'autore: Carlo Piana
Avvocato, si occupa dal 1995 di diritto delle nuove tecnologie. Nel 2008 fonda Array, una non-law-firm (“Array è un array”) orizzontale tra esperti di IT law ‒ focalizzata in particolar modo su software libero e mondo open.
General Counsel della Free Software Foundation Europe, è membro del Board di euroITcounsel, circolo di qualità tra alcuni dei più prestigiosi studi legali IT in Europa, e del Comitato Editoriale dell’International Free and Open Source Software Law Review [http://ifosslr.org], l’unica rivista internazionale peer-reviewed dedicata a Software Libero e a tutto il mondo open.
Ha partecipato alla commissione dell’Agenzia per l’Italia Digitale per il Regolamento Applicativo dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale ed è co-autore di “Ensuring utmost transparency — Free Software and Open Standards under the Rules of Procedure of the European Parliament”, e di “Legal aspects of free and open source software”.

sabato 7 novembre 2015

Un'introduzione alle licenze Creative Commons. Videolezione per AndriaLearning

Dopo i positivi feedback ottenuti con la videolezione Quattro frequenti equivoci sul diritto d'autore (vedi video e slides), Francesco Leonetti (www.espertoweb.it) mi ha invitato a realizzare una seconda videolezione per il sito AndriaLearning da lui curato per l'Assessorato Innovazione Tecnologica del Comune di Andria (BT).
AndriaLearning offre lezioni di alfabetizzazione digitale, aperte gratuitamente a tutta la cittadinanza. Al suo interno sono anche erogati corsi per la formazione continua online del personale in servizio nella nostra Pubblica Amministrazione.Si parla di internet, motori di ricerca, posta elettronica, Facebook, privacy, copyright digitale e così via. Ogni settimana viene pubblicata una nuova lezione.
Questa volta mi sono concentrato sulle licenze open e nello specifico sulle licenze Creative Commons, chiarendo alcuni concetti essenziali del licensing di contenuti creativi e spiegando il funzionamento delle Creative Commons.
Qui trovate il video e le slides utilizzate. NB: entrambi sono rilasciati con licenza Creative Commons Attribution 4.0 International.

IL VIDEO