martedì 26 febbraio 2013

Finale in tre bozze. Ultima chiamata per esprimersi

In primavera la quarta versione delle licenze Creative Commons, meno localizzata e sempre (nel nome) NonCommercial.

Fu proprio parlando della versione 4.0 delle licenze Creative Commons che iniziai la mia collaborazione con Apogeonline. Era circa un anno fa e il processo di discussione pubblica e di...

Articolo uscito su Apogeonline il 26 febbraio 2013.
Leggilo qui.

domenica 24 febbraio 2013

Open licensing e banche dati

Articolo uscito sul n. 1-2/2011 della rivista Informatica e diritto e rilasciato con licenza CC by-sa.

Ecco il sommario dell'articolo:
1. Introduzione: dati e banche dati – 2. Il particolare trattamento legale per i database in Europa – 2.1. Prima della direttiva del 1996 sui database – 2.2. L’inadeguatezza della tutela di diritto d’autore in senso stretto – 2.3. Un duplice livello di tutela: la direttiva del 1996 e il diritto sui generis – 2.4. Categorie di database secondo i livelli di tutela – 3. Il modello open licensing applicato ai database – 3.1. Licenze che non licenziano – 3.2. La via della rinuncia – 3.3. La via dello specifico licenziamento – 4. Alcuni casi interessanti – 4.1. Dati geografici open: il progetto Open Street Map – 4.2. Wikipedia come database? Il progetto DBpedia – 5. Letteratura scientifica di riferimento
A questo link potete scaricare la versione elettronica dell'articolo.
Una versione in lingua inglese dell'articolo (intitolata Open licensing and databases) è invece stata pubblicata su International Free and Open Source Software Law Review (Vol 4, No 2, 2011) ed è disponibile a questo link.

Qui trovate invece un diagramma riassuntivo degli strumenti giuridici per il rilascio di dati.


giovedì 21 febbraio 2013

LibreOffice in quarta. Per quanto open, c'è sempre un cofano

Cambio di versione e di marcia per la suite ammiraglia nel software libero, con tante novità e sfide importanti.

La suite per ufficio nata dal fork di OpenOffice.org ha superato il secondo compleanno (il primo rilascio in versione 3.3.0 è datato infatti 25 gennaio 2011) e giunge...

Articolo uscito su Apogeonline il 21 febbraio 2013. Leggilo qui.

lunedì 11 febbraio 2013

Un passo indietro per il software libero

In accordo con gli autori, ospito con grande piacere una riflessione a firma di Angelo Raffaele Meo e Marco Ciurcina sull'evoluzione normativa italiana in materia di software libero (o forse dovremmo dire "involuzione"?).
Per approfondire il tema, ricordo che in appendice al mio libro "Apriti standard!" si trova una ricostruzione delle principali fonti normative italiane in materia di standard aperti e interoperabilità.
Per qualche riflessione più aggiornata sulle recenti riforme in materia, vi segnalo invece questi miei articoli:
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Vi sono uomini "che contano" che non amano fare un passo indietro, ma preferiscono far fare "passi indietro" a iniziative non gradite dai loro amici o protettori. Temiamo che sia questa l'amara riflessione a cui induce l'ultima modifica dell'art. 68 del D. Lgs. 82/2005 (detto "Codice dell'Amministrazione Digitale" o C.A.D.) introdotta nello scorso mese di dicembre con la L. 221/2012 di conversione del D.L. 179/2012.
Ricordiamo un po' di storia per comprendere la dimensione di quel passo indietro.
Il ministro Lucio Stanca del secondo Governo Berlusconi, sulla base delle indicazioni di una commissione di esperti da lui stesso costituita, firmò nel dicembre del 2005 una direttiva ministeriale che precisava i criteri da adottare nella scelta di un prodotto o soluzione software da parte della P.A.. Nella lista di quelli che potremmo chiamare i "criteri Stanca" comparivano anche il costo di uscita (ossia il costo associato alla sostituzione di un prodotto precedentemente installato con uno migliore), il potenziale interesse di altre amministrazioni al riuso, la valorizzazione delle competenze tecniche acquisite, la più agevole interoperabilità, l'uso di formati ed interfacce aperte, l'indipendenza da un unico fornitore o da un'unica tecnologia proprietaria, la disponibilità del codice sorgente per ispezione e tracciabilità. Chiunque si intenda di informatica sa che se quei criteri fossero stati adottati realmente, con ogni probabilità la nostra pubblica amministrazione oggi acquisirebbe quasi esclusivamente software libero.
"Sfortunatamente" nel trasferimento delle regole della Direttiva Stanca nell'art. 68 del Codice dell'Amministrazione Digitale, i criteri individuati in quella Direttiva furono eliminati e quindi la preferenza per il software libero fu "addomesticata". Così le pubbliche amministrazioni hanno continuato a scegliere senza un indirizzo "politico" di favore per il software libero quali software acquisire, con un costo per il nostro Paese dell'ordine di una decina di miliardi all'anno, cifra superiore ai risparmi teorici attesi da una "spending review". Anche per questo molti salutarono con favore la modifica all'art. 68 del C.A.D. introdotta la scorsa estate con la L. 134/2012 di conversione del D.L. 83/2012. Grazie ad un emendamento proposto da alcuni parlamentari, si affermò che l'acquisto di software in licenza (proprietario) fosse possibile solo quando la valutazione comparativa avesse dimostrato l'impossibilità di accedere a soluzioni in software libero o già sviluppate dalla P.A. ad un prezzo inferiore.
La regola avrebbe potuto essere migliore: infatti mancava l'indicazione dei criteri per realizzare la scelta e si rimetteva all'Agenzia per l'Italia Digitale l'individuazione di questi criteri. Insomma: c'era motivo di sperare che le persone incaricate di individuare questi criteri, avendo a cuore l'interesse del Paese, avrebbero recuperato i criteri della Direttiva del 2003 che, negli ultimi anni, sono stati recuperati nel portato normativo di diverse leggi regionali (la Legge della Regione Piemonte n. 9/2009, la Legge della Regione Puglia n. 20/2012, ecc.).
Ma, come anticipato all'inizio, la seconda modifica dell'art. 68 del C.A.D. introdotta con la L. 221/2012 di conversione del D.L. 179/2012 nel dicembre scorso, lascia molto perplessi. Infatti, essa individua i criteri secondo i quali si deve realizzare la valutazione comparativa, ma, sorprendentemente, "dimentica" i risultati del lavoro della Commissione istituita da Stanca e della successiva Direttiva ed indica i seguenti criteri di comparazione:
a) costo complessivo del programma o soluzione quale costo di acquisto, di implementazione, di mantenimento e supporto;
b) livello di utilizzo di formati di dati e di interfacce di tipo aperto nonché di standard in grado di assicurare l'interoperabilità e la cooperazione applicativa tra i diversi sistemi informatici della pubblica amministrazione;
c) garanzie del fornitore in materia di livelli di sicurezza, conformità alla normativa in materia di protezione dei dati personali, livelli di servizio tenuto conto della tipologia di software acquisito.
Perché la nuova formulazione dei criteri di comparazione rappresenta un lungo passo indietro? Perché essa pare costruita ad arte per giustificare scelte diverse dall'adozione di software libero.
Esaminiamo separatamente i tre criteri.
  • costo complessivo del programma o soluzione quale costo di acquisto, di implementazione, di mantenimento e supporto;
Non è giusto porre sullo stesso piano i costi delle licenze (una perdita secca per il Paese) e i costi di un'eventuale assistenza tecnica, che sono invece combustibile per il motore dello sviluppo locale, soprattutto quando sono accessori all'adozione di software libero, che produce anche altre importanti vantaggi (riuso, accesso al codice sorgente, ecc.). Chiaramente si è preferito anteporre gli interessi degli amici a quelli del Paese.
  • livello di utilizzo di formati di dati e di interfacce di tipo aperto nonché di standard in grado di assicurare l'interoperabilità e la cooperazione applicativa tra i diversi sistemi informatici della pubblica amministrazione;
Quel "nonchè di standard in grado di assicurare l'interoperabilità e la cooperazione applicativa" pone sullo stesso piano gli standard aperti e gli standard di mercato (proprietari).
  • garanzie del fornitore in materia di livelli di sicurezza, conformità alla normativa in materia di protezione dei dati personali, livelli di servizio tenuto conto della tipologia di software acquisito.
Secondo una tesi difensiva del software proprietario citata spesso alcuni anni orsono, il software libero sarebbe più vulnerabile agli attacchi a causa della disponibilità del codice sorgente. E' stato scientificamente dimostrato che è vero esattamente il contrario e che la cosiddetta "security through obscurity" è un punto di debolezza e non di forza. Tuttavia, scommetteremmo l'equivalente di una licenza per mille macchine che in virtù del punto c la vecchia tesi della poca sicurezza del software libero sarà riproposta per giustificare scelte diverse.
Comunque, perché ignorare gli altri criteri che erano stati tanto lucidamente individuati dalla Direttiva del 19 Dicembre 2003?
Amara conclusione: come è difficile combattere contro i ricchi!

Angelo Raffaele Meo e Marco Ciurcina

(Questo articolo è rilasciato per volontà degli autori con licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia)

giovedì 7 febbraio 2013

Open Access: autori, svegliatevi!

versione estesa di un articolo uscito su Apogeonline il 7 febbraio 2013
(vai alla versione originale)

Premetto che questo articolo potrà risultare indigesto a qualcuno per la sua pedanteria. In effetti, come qualcuno mi ha già fatto notare, con la vecchiaia mi sto inacidendo; ma sono anni che ho certe cose qui sul gozzo e adesso devo proprio tirarle fuori. Iniziamo da una situazione in cui mi trovo spesso.
- Io: Ehi, ho visto che hai pubblicato un articolo sull’open data (N.d.A.: vale anche software libero, open content o qualsiasi altro tema attinente alla filosofia open). Che licenza hai applicato?
- Lui: Ehm… nessuna licenza. C’è il copyright totale (N.d.A.: solitamente copyright dell’editore).
- Io: Ma come…? E tutte le tue conferenze e interviste in cui parli dell’approccio open?
- Lui: Hai ragione… Ma sai, l’editore non ha voluto…

            (Qui arriva la parte divertente)
- Io: Ah, capisco… ma immagino che tu abbia almeno provato a proporgli una licenza open…
- Lui: …ehm… no.
Solitamente il dialogo finisce qui, tranne in quei casi in cui sono in particolare confidenza e mi sento autorizzato ad insistere, chiedendo "perché no?". Non è il caso di dilungarsi; il concetto è chiaro.
Ora non voglio fare il primo della classe… ma posso garantire per esperienza diretta (basti vedere le licenze utilizzate per tutti i miei libri e articoli, compreso questo e tutti gli altri di questo blog) che se si è sufficientemente determinati sulla questione, pubblicare con licenze open le proprie opere è possibile, anche quando ci si deve interfacciare con un soggetto esterno che di norma non utilizza quel tipo di strumenti. In fondo siamo noi autori i primi e originari detentori dei diritti d’autore e siamo noi i primi chiamati a fare una scelta sul modello di gestione di questi diritti. Nei giorni scorsi ho diffuso in rete anche un test (ironico) Sei un animale open? per far riflettere gli autori su questi aspetti e ho avuto feedback curiosi.
Se continueremo a pensare che di quell’aspetto se ne occuperà qualcun altro, non potremo poi lamentarci che l’editoria non si evolve verso nuovi modelli di business o che il copyright è ormai cosa anacronistica… Se tutti noi autori iniziassimo a chiedere l’applicazione di licenze open, sono sicuro che pian piano editori, gestori di siti web, coordinatori di riviste scientifiche non si sentiranno più legittimati ad opporre il classico approccio prendere o lasciare cui si ispirano le vecchie (e ormai obsolete) prassi contrattuali. Quando si tratta di autori che si dichiarano pubblicamente impegnati nella missione dell’innovazione e dell’openness, diventa anche una questione etica, di coerenza intellettuale e, da un lato, anche di spirito di iniziativa e consapevolezza delle proprie prerogative.
Se vi sembra la classica questione di principio da integralista, vi faccio una domanda: come vi sentireste se alla fine della presentazione di un libro sul diventare vegetariani, il relatore vi esortasse a partecipare al rinfresco finale a base di patè d’oca, vitello tonnato e prosciutto di cervo?
Ok, forse il confronto è forzato... ma allora lasciate che vi faccia un'altra domanda: se non tocca a noi autori di testi sulla cultura "open"  spingere per l'applicazione di modelli di licenza innovativi, a chi tocca? E poi... se non ora, quando?! La licenza GPL ha quasi 25 anni, la GFDL ne ha 13, le CC hanno compiuto 10 anni da poco, Wikipedia è in rete da 12 anni... e i concetti di open access e open content mi sembrano ampiamente chiari a tutti, ormai.

I concetti su cui vorrei richiamare la vostra attenzione - cari autori/divulgatori attivi nel mondo "open" - sono quindi semplici, e sono i seguenti:
1) i primi titolari dei diritti d'autore (e quindi i primi responsabili delle relative scelte) sono gli autori e non gli editori (che ricevono i diritti in cessione dagli autori); quindi non si può sempre lavarsi le mani sostenendo che di quell'aspetto si occupa qualcun altro.
2) gli strumenti giuridici (ovvero licenze e formule contrattuali) per applicare un modello innovativo e più coerente con i contenuti da voi proposti esistono ormai da anni. E comunque esistono anche gli avvocati specializzati in questo campo che possono guidarvi (non solo! Esistono anche dei servizi di consulenza gratuita).
3) internet non ammette ignoranza (come la legge): non è più accettabile che i più si difendando dicendo che non hanno ben capito come funzionano questi modelli. Sapete che esiste una cosa che si chiama Google e una che si chiama Wikipedia?! Intendo dire che la rete è piena di materiale informativo (tra cui, se gradite, anche realizzato da me) gratuito e facile da fruire; basta aver voglia di cercare! E - anche in questo caso - se proprio non ve la sentite di fidarvi dell' "autoformazione", esistono sempre i consulenti specializzati.
4) di siti/riviste/editori che consentono la pubblicazione con licenze open ne esistono moltissimi... anche in questo caso basta aver voglia di cercare e di fare un passo in più.
5) la coerenza intellettuale è un valore fondamentale, specie quando si tratta di questi temi. Altrimenti perdiamo già buona parte della nostra credibilità come divulgatori.

[Ok... si chiude qui (per oggi) la rubrica "L'angolo del pedante" a cura di Simone Aliprandi. Ci vediamo alla prossima puntata.]

martedì 5 febbraio 2013

Sei un animale open? Scoprilo con un test

Un test semiserio per far riflettere coloro che fanno divulgazione e informazione sui temi dell'innovazione, del digitale, della cultura open.
Seguendo i vari percorsi offerti dal test, capirete che l'open access nella maggior parte dei casi è una scelta che dipende dall'autore e dalla sua determinazione ad utilizzare licenze open per le sue opere.
Se vi fa piacere e volete partecipare a questo gioco, scrivete qui sotto nello spazio "commenti" qual è il profilo a cui siete arrivati (sinceramente).

[per ingrandire l'immagine è sufficiente cliccarci sopra]



sabato 2 febbraio 2013

Cerchi lavoro? Allora devi sapere che...


Alcuni retroscena da conoscere assolutamente per non rimanere vittime dell'ingenuità


Guardo Le Iene Show (puntata di domenica 27 gennaio 2013) e capisco che è giunto il momento di scrivere un articolo in cui esprimere alcune considerazioni che da tempo mi balenano in testa. E' un argomento lontano da quelli di mia comune competenza ma che comunque tocca da vicino me e un sacco di persone care; e il servizio di ItaliaUno mi fa capire che in effetti è il caso di sollevare la questione il più possibile per evitare che la gente sia vittima dell'ingenuità o semplicemente della mancata conoscenza di alcuni meccanismi sotterranei.
L'ambito è quello delicatissimo della ricerca di lavoro e il servizio a cui mi riferisco è quello in cui Matteo Viviani ha denunciato l'esistenza di un paio di agenzie che offrono consulenza nella ricerca del lavoro: non le classiche agenzie di lavoro interinale o cooperative-lavoro, bensì delle agenzie di mera consulenza, cioè il cui compito è – in sostanza – solo quello di cercare opportunità lavorative al posto tuo. In effetti, chi si è trovato nella brutta situazione di essere senza lavoro per un po' di tempo, sa bene quanto sia impegnativa e snervante questa attività: ore e ore a spulciare annunci di lavoro su siti web, su giornali, sulla bacheche dei centri per l'impiego, sui social network (LinkedIn, Experteer, e simili) per poi, spesso, non ricavarne un ragno dal buco.
Qualcuno ha fatto giustamente notare che la ricerca di un lavoro è di per sé un lavoro, per il tempo e le risorse che essa richiede. Niente di più vero. Con la differenza – non irrilevante – che per quelle ore nessuno ti retribuisce; lo si fa solo nella speranza di vedere finalmente la luce in fondo al tunnel. Luce che di questi tempi si fa via via sempre più flebile e lontana.
Qualcuno potrà dire: beh, a maggior ragione, visto quanto è impegnativa questa attività, è legittimo che esistano delle agenzie che si offrono di fare questa attività al posto nostro, al costo di "soli" 75 euro a pratica. Certo, in effetti, potrebbe essere legittimo, se davvero queste agenzie facessero della reale e seria intermediazione tra datori di lavoro e persone in cerca di occupazione. Peccato però che il servizio de Le Iene dimostri che nulla di tutto ciò viene realmente offerto da queste due agenzie. Una vera truffa. Guardare il video per capire la disonestà di questa gente, che gioca con la disperazione della gente creando false speranze e millantando contatti professionali inesistenti e pubblicizzando selezioni di personale per posizioni fasulle.


Ora... di personaggi che provano a fare i furbi il mondo è pieno e prima o poi, grazie a programmi come Le Iene, o grazie alle autorità competenti, o grazie a sindacati e associazioni di tutela dei lavoratori/consumatori, essi vengono smascherati e legittimamente puniti. Sicuramente la giustizia farà il suo corso anche su queste due agenzie di Milano e il caso si chiuderà.
Il problema è un altro, però; infatti questo caso mostrato in TV è a mio avviso solo la punta dell'iceberg di una prassi vomitevole che si sta purtroppo diffondendo: cioè la prassi di diffondere in rete annunci di lavoro fasulli.

Partiamo da alcune premesse.
   - Premessa 1: pane al pane, vino al vino: la situazione occupazionale italiana è drammatica, più di quanto lo sia mai stato; quindi l'elevato livello di disperazione delle persone in cerca di lavoro le rende oltremodo suggestionabili e ingenue.
   - Premessa 2: il web per sua natura si basa sulla quantità più che sulla qualità. Sia chiaro... io sono un entusiasta di internet; ma in molti casi - a meno che tu sia un centro di ricerca, un ente pubblico o un prestigioso ente di informazione - quello che conta sul web è il numero di accessi che hai sul sito e non tanto la qualità dei contenuti che proponi. Dunque, è pacifico che i siti web di annunci di lavoro (che per lo più vivono di pubblicità) abbiano un sotterraneo interesse che sulla loro piattaforma circoli il più alto numero di annunci possibile e che quindi non siano affatto spinti a svolgere un controllo sulla qualità e sulla veridicità degli annunci. In fondo ciò che conta è la massa; a verificare il contenuto ci penserà qualcun altro poi. Forse.
  - Premessa 3: Internet ha reso la comunicazione sostanzialmente gratuita su molti fronti; non ha limiti di spazio, si possono ripubblicare più volte contenuti già utilizzati senza che la cosa dia particolarmente nell'occhio, si possono sfruttare anche applicazioni e social network. Se fino a qualche anno fa chi voleva far pubblicare annunci di lavoro (al di là che fossero veritieri o fasulli) doveva comunque passare attraverso canali più controllati e nella maggior parte dei casi a pagamento, come i giornali di annunci o le apposite sezioni dei quotidiani. Ora ogni azienda (sia essa seria o truffaldina) dispone di una miriade di possibilità veloci, economiche e soprattutto molto più invasive (vedi premessa successiva) per far circolare gli annunci.
   - Premessa 4: tali sistemi sono molto più invasivi; se nell'epoca dei giornali di annunci, uno doveva prendere, andare in edicola, comprare il giornale e mettersi a cercare... ora, con i social network (generici come Facebook e Google+, o specializzati come LinkedIn ed Experteer) e soprattutto con le piattaforme di offerta-lavoro che integrano funzioni social (ovvero quelle in cui ci si fa il profilo e il sistema in automatico segnala annunci potenzialmente interessanti o contatti con altri utenti compatibili con i nostri interessi) l'impatto è decisamente maggiore. Ancora di più se consideriamo le dinamiche di condivisione virale tipiche dei social network.
  Da queste tre premesse si coglie chiaramente quale sia l'habitat in cui gli annunci di lavoro fasulli possono proliferare; tuttavia ancora non si capisce quale siano i motivi che portano a questa prassi deleteria. Allora proviamo ad ipotizzarne alcuni.
   - Nota: questo post sembrerà ad alcuni un po' da "teoria del complotto"... Sì, lo ammetto, forse è un po' lo è... ma lo scopo è più che altro quello di farvi stare in guardia su alcune dinamiche spesso non conosciute, e non tanto quello di incutere sfiducia e diffondere FUD (fear, uncertainty and doubt).

Annunci di lavoro a scopo di marketing
Secondo una allucinante teoria di marketing 2.0, pare che sia molto trendy e diffuso tra le aziende diffondere annunci di lavoro fasulli, nel senso di annunci che o non corrispondono a posizioni realmente aperte o comunque corrispondono a posizioni realmente aperte ma per cui la selezione a ben vedere è già avvenuta "sottobanco", nel senso che esiste un candidato "in pectore", solitamente un interno, già prescelto (come d'altronde è uso comune nel mondo accademico, con gli assegni di ricerca). I più ingenui si chiederanno: "e questo a che pro?". Beh, in un mondo in cui c'è una devastante fame di lavoro, quale miglior modo per far circolare il nome e il marchio dell'azienda se non annunci di lavoro? Pubblicità gratis e di grande impatto, dato che appunto fa leva su un aspetto di particolare sensibilità tra le persone. Aumenta le gente che parla dell'azienda ("Hai visto che da XY cercano gente?!" "Ah sì!? Mandami il link con l'annuncio!"), aumentano i contatti al sito dell'azienda (e quindi, potenzialmente, aumenta anche l'indotto dei clic sulle inserzioni pubblicitarie presenti sul sito), aumenta il prestigio dell'azienda (articoli e interviste in cui si parla di questa azienda che, nonostante il periodo grigio, vuole comunque investire sui giovani e sulle risorse umane... e bla bla bla). Ma così aumenta – ahinoi – anche il livello di illusione delle persone in cerca di lavoro.
E lo stesso dicasi per le sezioni "lavora con noi" di alcune aziende. Se un'azienda vede che tutte le sue concorrenti hanno una sezione del sito con le opportunità di lavoro, secondo voi vorrà essere da meno e non crearne una anche lei?

Annunci di lavoro che in realtà vendono corsi
E' un trucco vecchissimo, ma sempre in voga.
Anni fa, quando non si usava ancora internet, una mia amica era entrata in contatto con un'agenzia di moda che, dopo averle fatto 3/4 foto e un sommario provino nella sala conferenze di un comune hotel, le aveva comunicato di averla scelta tra molte candidate per diventare una delle loro modelle. Lei, giovane e ingenua, ovviamente era al settimo cielo ed è andata subito a ritirare i moduli da compilare e firmare per iniziare questa nuova esperienza.
Peccato che per entrare a far parte del circuito dell'agenzia fosse necessario frequentare un corso (ovviamente organizzato dall'agenzia stessa) al prezzo di circa 2 milioni di lire; e anche confezionare un book fotografico presso i loro studi con un fotografo interno all'agenzia ("sa, lui è molto bravo e poi sa già come devono essere le foto per i nostri book") al prezzo di circa 800 mila lire. La stessa prassi viene utilizzata da finti produttori discografici e da finti editori, che dopo sommarie selezioni o concorsi valutano positivamente un artista per poi chiedergli di partecipare all'investimento sul loro potenziale artistico attraverso l'acquisto di un certo numero di copie del CD o del libro.
Ecco... questa prassi disgustosa si sta diffondendo anche in molti altri settori. "Cercasi cuoco, anche senza esperienza, per inserimento in grande catena alberghiera. Previsto periodo di formazione." Ecco... questo annuncio potrebbe essere sia un esempio virtuoso (se effettivamente l'azienda volesse investire sul giovane candidato offrendogli un periodo di formazione), sia un esempio negativo (se poi spingesse il giovane a frequentare uno specifico corso senza rimborsargli il costo). Quindi state attenti e verificate caso per caso.
O comunque, se anche il gioco non è così spudoratamente mirato alla vendita, si torna sempre alla questione del marketing. L'annuncio di lavoro viene utilizzato come specchio per allodole, poi all'esito della selezione ti viene detto che "non sei stato selezionato, ma se ti piace questo tipo di carriera ti lasciamo la brochure informativa dei nostri corsi".

Annunci di lavoro pubblicati da gente che... cerca a sua volta lavoro
Questo è un risvolto che solo chi lavora negli studi professionali può capire. In sostanza si tratta di annunci di lavoro per ricerca di collaboratori (avvocati, architetti, commercialisti...); poi al colloquio non si riceve un'offerta economica, bensì un'offerta a diventare soci. I più ingenui possono rimanere lusingati da un'offerta del genere... ma in realtà ciò che ci stanno dicendo è che di clientela ne hanno poca, e quindi sarebbero interessati a pigliarsi anche la tua... in cambio di cose fumose come "puoi usare le nostre strutture", "abbattiamo le spese fisse", "facciamo squadra"... Peccato che nell'annuncio ci fosse scritto "cercasi collaboratore" e non "cercasi socio".

Gli annunci "virtuali", diffusi solo per raccogliere i tuoi dati
Questo devo ammettere che è stato l'aspetto che ci ho messo più tempo a comprendere... Avevo presagito che fosse così, ma non capivo le ragioni... fin quando non ho parlato con un paio di amici che lavorano proprio nel settore risorse umane, e tutto mi si è illuminato. Mi spiego.
Come potrete immaginare, non tutte le aziende hanno al loro interno del personale specificamente dedicato alla gestione delle risorse umane (specie in Italia, dove le imprese sono micro-imprese formate da pochissime persone). Dunque spesso devono esternalizzare le risorse umane, affidando in outsourcing il servizio ad aziende specializzate. Queste aziende si occupano dell'intermediazione tra datore di lavoro e lavoratore e gestiscono tutta la fase di ricerca e selezione dei candidati in nome e per conto della committente.
Il dubbio che qualcosa non quadrasse mi è venuto perchè troppe volte ho visto circolare annunci più o meno standard, ripubblicati periodicamente; come se quella posizione continuasse a liberarsi. Tra l'altro si tratta quasi sempre di annunci molto generici e privi di riferimenti alle mansioni specifiche, ma centrati più che altro sulle qualifiche ("Per azienda operante nel settore XY ricerchiamo neolaureati ambosessi...").
Pensavo: "Che strano. Con la fame di lavoro che c'è, la gente continua a licenziarsi e a lasciar libere sempre le solite posizioni...". Poi, parlando con amici che si occupano proprio di quelle cose, finalmente ho capito. Si tratta di annunci fasulli, messi lì per far sì che la gente continui ad inviare CV. E questo, a che pro? Indovinate... Ok, ve lo dico io. Per permettere alla società di intermediazione risorse umane di avere sempre un database aggiornato di profili persone in cerca di lavoro. D'altronde, con l'invio del CV viene sempre concessa l'autorizzazione al trattamento dei dati personali.
In questo modo queste aziende hanno sempre dei profili pronti per rispondere in tempi rapidi ad eventuali richieste dei clienti. Ma appunto si tratta di richieste SOLO EVENTUALI. In altre parole, quegli annunci non corrispondono a vere posizioni aperte, ma solo ad ipotetiche posizioni che potrebbero aprirsi presso i clienti della società di intermediazione. Così se il cliente ha una defezione improvvisa (una maternità, un infortunio, un licenziamento inaspettato...), si rivolge a loro e questi fanno bella figura tirando fuori in pochissimo tempo un candidato adatto, senza dover avviare da zero una selezione.
Inoltre, pensateci, che cosa rende un'azienda di intermediazione risorse umane più appetibile di un'altra agli occhi delle aziende clienti? Proprio la dimensione del loro database. E che cosa rende un'azienda di intermediazione risorse umane più interessante per gli investitori e in borsa? La dimensione del loro database, il numero di contatti sul sito, la mole di contatti (anche solo potenziali e virtuali).
Certo, capisco che nel mondo frenetico di oggi per le società di intermediazione questo sia l'unico modo per essere competitive... ma qualcuno si ricorda ancora che cos'è l'etica, o diciamo ufficialmente che ormai vale tutto? Diffondendo questa prassi da un lato si alimentano inutili speranze nelle persone, dall'altro si inquinano i vari siti di annunci di lavoro; con l'effetto che, nella gran mole di informazione che circola in rete, diventa ancora più difficile distinguere la roba buona dalla robaccia.

Annunci di lavoro doppi, tripli... ridondanti
Vi sarà capitato sicuramente: cercare annunci impostando la ricerca per tipo di mansione, o per titolo di studio richiesto... e trovare un sacco di annunci simili proveniente dalle stesse aziende. Poi, si va a leggere nel dettagio l'annuncio e si scopre che in realtà la posizione è sempre la stessa; semplicemente l'annuncio è stato inserito più volte, con un titolo diverso o con un codice diverso... Questo è forse il caso in cui si riscontra meno malafede rispetto ad altri casi e che risulta come fisiologico al funzionamento di internet; infatti spesso dipende semplicemente dal fatto che quella posizione è gestita contemporaneamente da due soggetti diversi (ad esempio il dipartimento risorse umane dell'azienda e una società esterna di intermediazione risorse umane) oppure semplicemente dal fatto che l'annuncio è stato ripubblicato per dargli nuova visibilità senza che ci sia preoccupati di andare a cancellare quello vecchio.
Anche qui ovviamente vale il principio di cui alla "premessa 2" (vedi sopra): più annunci ci sono e potenzialmente più contatti avrà il sito; dunque perchè "sbattersi" per star lì a cancellare quelli vecchi o quelli ridondanti? Lasciamo che siano gli utenti a capire qual è quello buono e più recente. Ma visto che non sempre l'utente è in grado di capire nel dubbio cosa fa secondo voi? Si candida a tutti. Con l'effetto che chi gestisce le posizioni si trova una sovrabbondanza di candidature che poi deve riorganizzare ed epurare; e quindi anche in questo caso il caos rischia di diventare controproducente in entrambe le direzioni (cioè sia per chi cerca lavoro e sia per chi lo offre).

L'esistenza degli headhunter
Infine un'ultima segnalazione su un aspetto fondamentale che, tuttavia, parlando con amici e colleghi, ho scoperto essere sconosciuto ai più.
Nell'ambito dell'intermediazione risorse umane, quando si tratta di selezionare figure dirigenziali o professionali molto specializzate, gran parte del lavoro è affidato ad appositi procacciatori di contatti, tecnicamente chiamati executive search e più comunemente noti come headhunter (lett. "cacciatori di teste"). Il loro lavoro è quello di scovare figure altamente qualificate per metterle in contatto con aziende che hanno bisogno di profili come i loro (maggiori dettagli). D'altronde, è molto improbabile che dirigenti e professionisti di successo mettano il loro CV su qualche piattaforma di ricerca lavoro; solitamente è gente già occupata e ben retribuita, che tra l'altro ha firmato degli accordi di riservatezza e dei patti di non concorrenza con la struttura in cui lavorano. Il bravo headhunter invece sa intercettarli (solitamente in gran segreto) per capire se sono disponibili a cambiare e magari passare alla concorrenza (nb: in quei casi, è la nuova azienda che paga le penali e i risarcimenti dovuti alla vecchia azienda per la violazione di patti di non concorrenza).
Ciò nonostante i vari siti di annunci di lavoro sono pieni anche di annunci relativi a posizioni dirigenziali e di alto profilo professionale. Allora qualcosa non mi quadra. Alzi la mano chi è riuscito ad ottenere una lavoro per posizioni dirigenziali rispondendo ad un normale annuncio di lavoro... [si può “alzare la mano” scrivendo nei commenti qui sotto all'articolo]. Magari ogni tanto succede, ma è molto raro, quantomeno in Italia; più frequente – ahimè – il caso in cui, se la posizione è realmente aperta, al colloquio si arriva passando attraverso la classica segnalazione. Suvvia, cerchiamo di essere un po' realistici e dire le cose come stanno!
Quindi, nella maggior parte dei casi, quegli annunci per figure di alto livello rientreranno anch'essi nelle fattispecie che abbiamo descritto qui sopra: marketing (mostrare che un'azienda sta cercando personale di alto livello eleva la sua immagine e fa circolare il marchio anche tra gli addetti ai lavori, quelli di un certo livello, che prendono le decisioni) e annunci virtuali (per far sì che figure di profilo elevato spediscano il CV e autorizzino l'inserimento dei loro dati nei database delle aziende di intermediazione). Oppure, nella migliore delle ipotesi, quegli annunci fanno capo a qualche headhunter che magari, in un ipotetico futuro, vi metterà in contatto effettivamente con qualche azienda in cerca di figure dirigenziali.

Conclusioni
Da tutto ciò che cosa possiamo dedurre?
Beh, innanzitutto che l'intermediazione delle risorse umane è un business colossale... nonostante la crisi economica. Con la scarsezza di risorse che caratterizza il mercato di oggi, mi chiedo se davvero abbia senso impiegarne tante nell'intermediazione, affidandosi a fornitori esterni. Io non sono un economista, ma credo che se ogni azienda (anche quella più piccola) cercasse il più possibile di curare in autonomia la ricerca e la gestione del personale, credo che a torta finita ci sarebbero più risorse economiche per la produzione e la ricerca/sviluppo.
Inoltre questa prassi di diffondere annunci fasulli svilisce tutto il sistema perché gli fa perdere credibilità e affidabilità. Se – come si diceva poco fa – nel gran marasma di informazioni non si riesce più a distinguere l'oro dalla ferraglia, va a finire che tutto diventa una lega metallica di poco pregio per tutti. Dunque è inutile scandalizzarsi se dalle varie statistiche emerge che una buona fetta di persone disoccupate hanno ormai smesso di cercare perché prese dallo sconforto.

E se avete altre conclusioni (anche personali), aggiungetele voi, qui sotto nello spazio commenti.