giovedì 24 marzo 2011

Una ricerca su alcuni aspetti sociologici del diritto d’autore nell’era digitale

* articolo uscito su ArciReport (anno IX, n.11, 21 marzo 2011)
sito web: www.arci.it/arci_report/
licenza: Creative Commons by-nc-sa 2.5 Italia



Simone Aliprandi, responsabile del progetto Copyleft-Italia.it e autore di alcuni libri divulgativi sulla cultura open (fra cui un manuale sulle licenze Creative Commons, promosso dall'Arci), è attualmente impegnato in una interessante ricerca nell'ambito del suo dottorato presso l'Università Bicocca di Milano. Si tratta di una survey mirata ad approfondire alcuni aspetti sociologici e psicosociali relativamente al diritto d'autore, tema di cui Aliprandi si è sempre occupato nella sua attività di divulgazione e di consulenza legale. Attraverso un questionario online accessibile a chiunque e da compilare in forma completamente anonima, cerca di indagare in che modo gli utenti della rete di oggi si approcciano al problema del diritto d'autore: un problema che tocca ormai chiunque sia attivo in rete e non più strettamente gli addetti ai lavori (avvocati, editori, produttori) come invece succedeva appena prima dell'avvento di internet e delle tecnologie digitali.
La ricerca si divide in quattro parti.
La prima è dedicata ai comportamenti più comuni degli utenti, ovvero come solitamente gli utenti si comportano quando devono acquisire o diffondere materiali coperti da diritto d'autore. La seconda è invece dedicata alla percezione sociale, cioè a come gli utenti della rete percepiscono il problema del diritto d'autore (se lo sentono come un problema importante o secondario, come un elemento utile o solamente fastidioso etc.). La terza parte si interessa invece di approfondire il livello di consapevolezza degli utenti, così da capire quanto effettivamente essi siano informati sull'argomento. Vi è infine una quarta e ultima parte rivolta più che altro agli utenti ‘attivi’, nel senso di persone che oltre ad essere fruitori di contenuti creativi ne sono anche produttori.
Questa ricerca si pone come una delle prime al mondo ad indagare il diritto d'autore con gli strumenti tipici delle scienze sociali (e quindi non solo come fenomeno giuridico o economico) ed è ancora possibile parteciparvi. Inoltre i risultati e l'intera tesi da essi dedotta verranno diffusi in modalità open access.
La compilazione del questionario dura solo una quindicina di minuti e sarà aperta ancora per qualche settimana a questo link: www.aliprandi.org/it/survey.

venerdì 18 marzo 2011

Nota pedante per chi scrive sul tema "Creative Commons"

Negli articoli in cui si parla di Creative Commons che ormai popolano la rete e anche le testate cartacee, vedo che si fa una gran confusione nell'uso degli articoli. Le opzioni possibili sono:
1) Creative Commons
2) le Creative Commons
3) i creative commons
Quando diciamo "Creative Commons" senza articolo e con le lettere maiuscole (o al massimo con l'articolo "la") ci riferiamo all'ente associativo non-profit che ha sede a San Francisco (a breve Mountain View). A volte, quando ci si limita al contesto italiano, ci si può riferire a "Creative Commons Italia", tenendo però presente sempre che NON ESISTE un ente chiamato "Creative Commons Italia", ma solo un gruppo di lavoro di volontari che fa capo al Centro Nexa del Politecnico di Torino (secondo la terminologia ufficiale, il Centro Nexa è una "affiliate institution" di Creative Commons).
Quando invece parliamo di "le Creative Commons" (con l'articolo femminile) stiamo parlando delle licenze promosse da questo ente. A mio avviso gran parte degli articoli dovrebbe usare questa forma perchè, salvo casi in cui ci si riferisca a qualche attività/iniziativa promossa dall'ente, sono le licenze le vere protagoniste del dibattito.
Quando infine parliamo di "i creative commons" stiamo parlando genericamente di "beni comuni di tipo creativo" e in questo caso sarebbe più appropriato usare la iniziali minuscole (e non "i Creative Commons"). Questa forma è a mio avviso da usare solo in casi in cui ci si accinga a riflessioni teoriche sul concetto di "commons" (cioè in questo senso: http://en.wikipedia.org/wiki/Commons).
Giusto per spaccare il capello in 16.

lunedì 7 marzo 2011

Picchiare l'hardware per punire il software... e comprarli nuovi entrambi!

Quando una "macchina" non funziona come dovrebbe, ci si innervosisce. E' inutile negarlo. E c'è chi sfoga il suo nervosismo con la violenza sugli oggetti. Cosa inutile, stupidissima, ma che dà una certa soddisfazione.
Nella maggior parte dei casi, i mal funzionamenti derivano da un problema nel software e non nell'hardware.
Non potendo picchiare un software, si picchia l'hardware. L'effetto è che spesso si rompe l'hardware; mentre il software (vero colpevole) non si fa nulla.
Quindi siamo costretti a comprare un nuovo hardware... E qui c'è la beffa!! Ovvero ci costringono a comprare anche un nuovo software... spesso identico a quello che avremmo tanto voluto picchiare.
Noi abbassiamo la testa e accettiamo la cosa, perchè nella maggior parte dei casi non abbiamo alternative.
E intanto i produttori (sia di software che di hardware) se la ridono di gusto.