mercoledì 17 settembre 2008

Liberi professionisti... ma liberi da cosa?

Subito dopo aver messo in rete l'articolo relativo al dibattito "Professionisti open", realizzo che in questi giorni cade per me un anniversario: esattamente un anno fa un santo misterioso decise di aiutarmi e farmi passare l'orale dell'esame di stato. Ciò significa che -simbolicamente- è proprio un anno che posso considerarmi a tutti gli effetti un "professionista" (pur con lo svuotamento semantico che ha subito questo termine ultimamente).
Un'altra strana coincidenza: non sono solito leggere riviste femminili, ma sabato comprando il Corriere della sera come lettura per il viaggio in treno ad Arezzo, mi sono trovato fra le mani anche Io donna. Beh, vi starete chiedendo che connessione abbia questo mio acquisto con il discorso dell'esame di stato e con la partecipazione al dibattito di Arezzo (di cui al post precedente). Ve lo spiego subito.
A pagina 147 di Io donna (edizione del 13/09/08) trovo un'intervista ad un personaggio a me finora sconosciuto (ma solo per mia ignoranza, lo ammetto): Diego De Silva, un ex avvocato partenopeo, ora dedicato a tempo pieno alla scrittura di libri e sceneggiature. Esattamente il contrario di quello che ci insegnavano i nostri padri: "impara l'arte e mettila da parte"... come a dire "suona, scrivi, dipingi... ma poi cerca di mettere la testa a posto facendo un lavoro di quelli sicuri e che danno anche una certa considerazione sociale".
Beh, nell'intervista De Silva sostiene serenamente che i liberi professionisti siano i nuovi poveri italiani. Riporto uno stralcio (appellandomi ad una sorta di fair use) senza aggiungere molte considerazioni personali ma lasciando ad ognuno la libertà di fare le proprie, postandole come commenti:
"Avvocati, medici, architetti e ingegneri hanno una grandissima difficoltà a tenere in piedi la baracca. A quarant'anni sono costretti a farsi aiutare dalle famiglie e a indebitarsi per comprare un'automobile all'altezza del ruolo. Non hanno un sindacato, sono disoccupati che vanno in giro in giacca e cravatta facendo finta di essere molto impegnati. Nessuno è disposto ad ammettere che guadagna meno della badante di sua nonna. Un giornalista che volesse rappresentare questa categoria sarebbe costretto a intervistare un avvocato disoccupato come fosse un testimone di mafia: voce modificata e volto oscurato."

Sì, forse è una analisi un po' impietosa e un po' troppo generalizzante. Ma pensando all'esperienza di alcuni colleghi coetanei, mi chiedo: non è che qui si è liberi professionisti solo quando si tratta di sobbarcarsi oneri (spese, investimenti, gestione contabilità, obblighi deontologici... senza considerare lo stress e i weekend a lavorare) ma non quando si tratta di raccogliere gli onori?

lunedì 15 settembre 2008

Copyleft Festival 2008: riflessioni di professionisti open


Sabato scorso ho partecipato come relatore al Copyleft Festival di Arezzo, all'interno di una tavola rotonda intitolata su mia proposta
"Professionisti open: lavorare con il copyleft".
L'idea, nata da un brainstorming fatto tempo fa con Marco Gallorini (organizzatore del festival), era quella di riflettere sulla possibilità di fare del copyleft una professione a tutti gli effetti. Si è pensato quindi di radunare attorno a un tavolo coloro che in Italia hanno voluto muoversi in questa direzione ed ascoltare le loro dirette esperienze, compresi i lati oscuri.
Quando Gallorini mi ha chiesto di partecipare anche quest'anno al festival, gli ho subito fatto presente quanto sentivo inutile, banale e poco costruttivo confezionare il classico dibattito in cui ciascun ospite faceva uno spot pubblicitario al suo progetto o alla sua azienda. Nella mia ottica, o riuscivamo a mettere in piedi qualcosa di originale, nuovo, o era meglio evitare. Allora si è pensato a questa formula, nella quale i relatori parlassero da "uomini" prima che da promotori di progetti nell'ambito copyleft e open source. Una scelta coraggiosa (visto che andava ad infilarsi in una nicchia nella nicchia) ma di certo intellettualmente più onesta e innovativa.
Per rendere la cosa a mio avviso più vera ed efficace abbiamo deciso di coinvolgere solo persone che avessero un'esperienza vissuta in prima persona e sostenuta interamente sulle proprie spalle: quindi liberi professionisti o imprenditori indipendenti. D'altronde, già il fatto di appartenere ad una organizzazione medio-grande rischia di sfalsare la percezione di certe problematiche.
Ci siamo trovati quindi dietro al tavolo io nella mia duplice veste di divulgatore/autore e di avvocato/consulente in materia di nuovi modelli per il diritto d'autore; Diego Zanga, informatico indipendente, responsabile del progetto www.elawoffice.it; e lo stesso Marco Gallorini, organizzatore di uno dei principali eventi italiani dedicati monograficamente al fenomeno copyleft. Tre esperienze differenti in tre settori differenti, uniti però dal filo conduttore della filosofia open e dell'approccio etico che vi sta dietro.
Di cosa si è parlato, in sostanza? Della sostenibilità economica delle professioni copyleft, di quanto sia concretamente realizzabile fare del copyleft la propria attività principale, nonché delle difficoltà che un indipendente può incontrare in questo cammino.
Che cosa ne è emerso? Ne è emerso che non è facile; che trasformare iniziative a scopo culturale e divulgativo in fonti di reddito non è cosa automatica, che il rispetto e la notorietà di alcuni progetti non generano sempre in modo proporzionale occasioni lavorative reali... Ciò ovviamente con considerazioni e proporzioni differenti a seconda del settore: vendere competenze giuridiche è sicuramente diverso dal vendere competenze informatiche, com'è diverso ancora dall'organizzare eventi culturali.
Qualcuno, abituato ai miei interventi appassionati sulla portata innovativa del copyleft come fenomeno giuridico e culturale, è rimasto spiazzato. Ma come detto poco sopra (e come precisato nel preambolo del mio intervento) questa volta non stavo parlando in veste di portavoce del progetto Copyleft-Italia. E non credo nemmeno di aver fornito un'interpretazione troppo pessimistica della situazione... D'altro canto in questo caso mi ero promesso di parlare della realtà, quindi di fatti, di numeri, di bilanci, non di idee e prospettive.
E poi in fondo il pessimismo non esiste: esistono solo il realismo e l'ottimismo. Giusto? So che i pessimisti saranno d'accordo.

- Il commento di Diego Zanga.
- Il commento di Marco Gallorini.
- Il commento di Christian Biasco.
- La mia intervista dopo il dibattito.